Dodecalogo del giornalismo ambientale. 12 regole da seguire per raccontare la crisi climatica

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Dodecalogo del giornalismo ambientale. 12 regole da seguire per raccontare la crisi climatica ultima modifica: 2020-05-22T08:00:35+02:00 da Davide Mazzocco
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Giornalismo ambientale come e perché. Qual è il ruolo del giornalista ambientale negli anni della crisi climatica? Quali sono le peculiarità di un ambito che si scontra molto spesso con gli interessi finanziari dei principali sostenitori del giornalismo mainstream? Qual è l’orizzonte etico che guida chi decide di intraprendere questo difficoltoso percorso professionale?

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Giornalismo ambientale spiegato agli studenti. ll dodecalogo che segue, a cura della redazione di eHabitat, verrà presentato quest’oggi agli studenti della Laurea Magistrale in Economia dell’Ambiente, della Cultura e del Territorio dell’Università degli Studi di Torino, nell’ambito del Laboratorio di Comunicazione Ambientale curato dalla professoressa Silvana Dalmazzone.

1. Rendere visibile l’invisibile

Viviamo in una fase di sovraccarico informativo che la maggior parte delle persone non è in grado di gestire. In questo contesto la questione non è più, come in passato, la carenza di informazioni, ma la difficoltà nell’orientarsi fra le troppe informazioni e in un contesto in cui l’infotainment e le breaking news marginalizzano analisi e inchieste. Le antiche gerarchie della notiziabilità sono state sostituite da logiche quantitative accelerate in maniera parossistica dai social network e così notizie che in passato avrebbero occupato le prime pagine dei quotidiani vengono marginalizzate, quando non del tutto trascurate. Il ruolo dominante dell’immagine porta a privilegiare ciò che può essere ridotto a icona e al quale può essere abbinata l’etichetta “shock”. Compito del giornalismo ambientale è, quindi, quello di rendere visibile ciò che è invisibile. Pensiamo alle persone che, nel nostro Paese, si sono ammalate a causa della fibra di amianto o dell’inquinamento da Pfas, pensiamo ai soldati che hanno contratto il morbo di Hodgkin a causa dell’uranio impoverito. La lunga latenza delle patologie e l’invisibilità degli agenti patogeni concorrono a rendere poco appetibili queste storie per i media mainstream e la carenza di tempo e di risorse nelle redazioni fanno il resto.

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2. Utilizzare i dati

É fondamentale imparare a raccogliere e rielaborare dati e statistiche. Un buon lavoro di data mining è quello che riesce a utilizzare le statistiche a supporto di un testo descrittivo. Il ruolo di mediazione fra le statistiche e i lettori è uno dei più delicati per il giornalista che, verificata l’attendibilità delle proprie fonti, deve sviluppare un discorso capace di arrivare a un pubblico il più ampio possibile. Se da una parte occorre lavorare con il rigore di un accademico, dall’altra è necessario prendere le distanze da un linguaggio troppo specialistico. Un buon professionista si riconosce dalla capacità di raggiungere questo punto di equilibrio.

3. Essere onesti verso i propri lettori

La vecchia storia secondo la quale il giornalismo non dovrebbe prendere posizione e dovrebbe mantenere un atteggiamento neutro nei confronti della realtà è una fiaba costruita ad arte dai poteri che vorrebbero imbavagliare il giornalismo più scomodo. Prima ancora di essere giornalisti, siamo esseri pensanti e, come tali, abbiamo una visione “politica” della realtà. Il fatto che la maggior parte dei giornalisti che si occupano di ambiente abbia una posizione ecologista ed anticapitalista, non significa che non vi siano minoranze pronte a fare da megafono alle narrazioni negazioniste e propagandiste dei poteri politici ed economici. Un esempio? Nell’autunno del 2019 un problema tecnico su di un treno che portava Greta Thunberg dal Portogallo alla Spagna, ha costretto la motrice a passare dall’alimentazione elettrica a quella a diesel per circa 200 km. Nei giorni successivi alcuni articoli si sono premurati di informare il pubblico che il treno su cui viaggiava Thunberg aveva prodotto 51 kg di CO2….

4. Raccontare la lentezza

Le breaking news e la competizione sui tempi di pubblicazione hanno intossicato l’informazione online, tanto quanto le metriche quantitative con cui si valutano le performance. La fretta e la poca accuratezza conducono più facilmente allo sbaglio. Gli errori sono dietro l’angolo anche quando ci si prende tutto il tempo necessario per documentarsi e per scrivere, quando si corre con l’occhio all’orologio, le conseguenze possono essere deleterie, per il giornalista, per il suo direttore e per la credibilità del giornale. Pensiamo al Covid-19: invece di presidiare le dichiarazioni del politico di turno o le cifre dei contagi delle ultime 24 ore che tutti pubblicheranno è preferibile accendere i riflettori su aspetti che nessun altro ha ancora trattato, per esempio la relazione fra deforestazioni e spillover oppure i nessi di causalità fra inquinamento e mortalità del virus.

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5. Evidenziare i rapporti di causa-effetto

L’età delle conseguenze di churchilliana memoria è arrivata: crisi climatica, crescenti flussi migratori, tensioni sociali e recrudescenze totalitaristiche sono effetti di un sistema capitalistico e neoliberale costruito sulle disuguaglianze e sullo sfruttamento delle risorse naturali. Raccontare gli effetti senza spiegarne le cause fa molto spesso il gioco del potere, di tutti coloro che hanno l’interesse a responsabilizzare elettori e consumatori facendo loro credere che la realtà sia soltanto un eterno presente. Un esempio? La guerra in Siria e i conseguenti flussi migratori verso l’Europa sono la conseguenza di una prolungata siccità in atto da decenni, ma acuitasi a cavallo fra gli anni Zero e gli anni Dieci di questo secolo. L’abbandono delle campagne e la pressione migratoria sulle città siriane ha scatenato le proteste della primavera 2011 dando il via a una lunga guerra civile non ancora terminata. Quante volte ci hanno raccontato questa storia partendo dalle sue premesse?

6. Demistificare

Bisogna smontare pezzo per pezzo le rassicuranti narrazioni dei potentati che hanno le risorse economiche per alimentare il negazionismo e per fare greenwashing. Si può raccontare come la lobby del petrolio, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, pur finanziando studi negazionisti e intossicando il dibattito accademico sui cambiamenti climatici, abbia iniziato ad adattare oleodotti e piattaforme per far fronte allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento del livello del mare. Si può sottolineare come le compagnie petrolifere che praticano il fracking nel Regno Unito, si lavino la coscienza finanziando le attività motorie in età scolare. Infine ci si può interrogare sui produttori di olio di palma che si uniscono in un consorzio per raccontare la sostenibilità del loro operato, il tutto mentre le foreste indonesiane vengono bruciate per ampliare le coltivazioni. Sono solo tre esempi di come il lavoro giornalistico possa demistificare le bugie delle narrazioni dominanti.

7. Inter e post emergenza, fornire un servizio al lettore

Durante un’emergenza è preferibile sapere l’opinione di un parlamentare o conoscere le strade percorribili e le buone pratiche per non compromettere la propria salute? Sono più importanti gli articoli che ci spiegano come il trauma stia cambiando la visione del mondo di un intellettuale o gli aggiornamenti sulla disponibilità dei dispositivi di protezione individuale o sulle modalità di accesso ai bonus per l’emergenza Covid-19? Nelle redazioni il tempo scarseggia e scegliere le scorciatoie del copia-incolla è diventata la prassi più diffusa per sopravvivere sul mercato. In un panorama informativo frenetico e standardizzato offrire un servizio al lettore significa tradurre in un linguaggio semplice e divulgativo la complessità del reale e offrirgli gli strumenti per mettere in sicurezza la propria salute (fisica e psicologica), i propri beni e risparmi. Che si tratti di un incendio o di un terremoto, di una crisi idrica o sanitaria, di un’alluvione o di una tempesta, l’informazione di servizio diventa il migliore strumento di fidelizzazione del lettore e il presupposto per la creazione di una comunità.

8. Linkare e citare le fonti

Esiste un’anomalia tutta italiana che potremmo chiamare linkfobia ovverosia la refrattarietà a linkare le fonti di informazione, siano esse ufficiali o “concorrenziali”. Si tratta di un atteggiamento miope e protezionista, figlio della logica del walled garden ovverosia della tendenza a trattenere per più tempo possibile il pubblico all’interno del proprio ambiente, sia esso un social o un sito Internet. Secondo questa logica ogni collegamento ipertestuale viene visto come una pericolosa “fuga” verso l’esterno. Come abbiamo accennato si tratta di un vizio tutto italiano ed è sufficiente navigare sulle principali testate straniere per individuare, all’interno di un solo articolo, numerosi link che fanno riferimento a studi, ricerche, contenuti crossmediali o articoli di altre testate. Do your best and link to the rest è un vecchio adagio che molte testate di casa nostra sembrano non avere imparato. Eppure, come accade nel mondo accademico con l’Impact Factor, il link building e la creazione di una rete di reciproca legittimazione sul web favoriscono la risalita di un contenuto e la sua visibilità nelle Serp di Google. Il link è tutt’altro che penalizzante, al contrario è uno degli strumenti per tessere delle relazioni algoritmiche che possono arricchire il nostro lavoro.

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9. Ottimizzare i contenuti pensando da lettore

Negli ultimi vent’anni l’accesso alle notizie è cambiato radicalmente. La potenza dei motori di ricerca e l’avvento dei social network hanno sparigliato le regole dell’accesso agli articoli. Quando si scrive sul web è fondamentale comprendere quelle che sono le regole della SEO e quanto sia importante redigere un articolo pensando a che cosa potrebbe cercare il lettore. Da alcuni anni, ormai, gli algoritmi sono in grado di riconoscere e penalizzare il keyword stuffing ovverosia la concentrazione innaturale di keyword per migliorare la Serp del proprio pezzo. Mettendosi nei panni del lettore e avendo cura di scrivere utilizzando un vocabolario il più ricco ed eterogeneo possibile la SEO verrà quasi di conseguenza.

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Quando si scrive sul web è fondamentale comprendere quelle che sono le regole della SEO anche nel giornalismo ambientale

10. Sfruttare le potenzialità crossmediali di Internet

Internet ci dà la possibilità di utilizzare una pluralità di linguaggi. Il giornalista di oggi è un professionista che riesce ad affiancare alle doti di analisi e di scrittura anche la capacità di padroneggiare tecniche diverse: fotografia, ripresa e montaggio video, elaborazione grafica, utilizzo dei social. Pensiamo a cosa è accaduto nel periodo del lockdown. Quanti giornalisti sapevano organizzare una diretta streaming prima del confinamento?

11. Creare una comunità di lettori intorno al proprio lavoro

I social network sono strumenti preziosissimi che permettono di aggregare una o più comunità intorno al proprio lavoro. Se in passato il lettore era legato a una o più testate, nell’era di Internet può seguire con facilità il lavoro del singolo professionista, anche se questo scrive su più testate. Perché ciò avvenga i social devono diventare uno strumento di dialogo e non l’autoreferenziale megafono della propria attività. L’autorevolezza di una testata e di un singolo professionista non si costruiscono in pochi mesi, ma sono il frutto di un rapporto di fiducia che si ottiene nel corso degli anni, con l’attenzione al lettore e approcciandosi con umiltà a una realtà sempre più complessa.

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Una delle regole per fare giornalismo ambientale è saper utilizzare e divulgare dati e statistiche

12. Adattarsi al contesto

Il discorso fatto in precedenza per le nuove tecnologie, vale anche per il contesto in cui ci si muove. La mediazione giornalistica non può essere efficace, utile e puntuale, se il professionista non consolida con lo studio costante quello che è il bagaglio formativo del mestiere. Giornali, studi, report, documentari, clip video, podcast audio, articoli online, libri, non importa quali siano gli strumenti scelti per aggiornarsi, ciò che conta è continuare a studiare. Chi pensa che sia sufficiente essere una buona penna per fare il giornalista si sbaglia di grosso: è la curiosità che fa la differenza. Se non ci si fanno delle domande e non si tiene vivo il piacere della scoperta, meglio scegliere un altro mestiere. Un giornalista privo di curiosità non può che fare grossi danni: a se stesso, al suo giornale e ai suoi lettori.

[Foto Pixabay]

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop” e "Cronofagia".

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