microplastiche settore tessile

In Europa l’8% delle microplastiche negli oceani deriva dal tessile, il briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente

in Inquinamento
In Europa l’8% delle microplastiche negli oceani deriva dal tessile, il briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente ultima modifica: 2023-05-08T07:07:50+02:00 da Marco Grilli
da

Un briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente segnala l’incidenza del settore tessile nell’inquinamento da microplastiche ed individua soluzioni di economia circolare

In tutto il mondo oltre 14 milioni di tonnellate di microplastiche si sono accumulate sui fondali oceanici, causando enormi danni. Nell’ambiente marino globale tra le 200 e le 500mila tonnellate di questi rifiuti plastici deriva dal settore tessile, mentre nella sola Europa ogni anno vengano rilasciate nelle acque superficiali 13.000 tonnellate di microfibre tessili, ovvero 25 grammi per persona, pari all’8% del totale delle emissioni primarie di microplastica in acqua. Questi dati emergono dal briefing “Microplastics from textiles: towards a circular economy for textiles in Europe”, realizzato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) per migliorare la comprensione del rilascio di microplastiche tessili in acqua ed indentificare i modi per prevenire e ridurre questo fenomeno.

Buone pratiche per rendere la plastica più sostenibile, il report dell’Agenzia europea dell’ambiente

Il problema delle microplastiche 

“I rifiuti di plastica mal gestiti finiscono sulla terraferma e nei fiumi, nei corsi d’acqua e nelle acque costiere e si aggiungono alla crescente quantità di rifiuti marini che inquinano gli oceani e le spiagge di tutto il mondo”, si legge nel briefing. Le fonti terrestri, prevalentemente plastica, costituiscono circa l’80% dei rifiuti marini.

Per via degli agenti atmosferici ed altri fattori, la plastica si degrada in piccoli frammenti noti come microplastiche (dimensioni tra 0,001 e 5 mm) o nanoplastiche (meno di 0,001 mm). Alcune microplastiche si formano in seguito all’usura dei prodotti, come nel caso del rilascio di microfibre in seguito al lavaggio di tessuti sintetici. Più in generale le microplastiche si disperdono nell’ambiente lungo l’intero ciclo di vita della plastica e si dividono in microplastiche primarie, rilasciate direttamente come particelle di plastica, e microplastiche secondarie, derivate dalla scomposizione di oggetti di plastica più grandi, quali imballaggi o attrezzi da pesca abbandonati.

Robot pesce, una nuova tecnologia mangia microplastica

Microplastiche dai tessuti, gli impatti ambientali e sulla salute

Le microplastiche provenienti dai tessuti si presentano sotto forma di fibra e sono indicate come microfibre. Quest’ultime costituiscono una delle principali fonti di inquinamento da microplastiche e vengono rilasciate anche dai tessuti realizzati con fibre di origine naturale. Gli stessi tessuti possono originare altre forme di microplastiche dai materiali o accessori utilizzati nell’abbigliamento, quali stampe, rivestimenti e bottoni. Un problema notevole, perché in generale i tessuti sintetici sono considerati responsabili di uno scarico di circa 0,2-0,5 milioni di tonnellate di microplastiche negli oceani ogni anno.

Le microfibre vengono rilasciate prevalentemente durante il lavaggio di tessuti sintetici tramite le acque reflue, ma la loro dispersione nell’acqua, nell’aria e nel suolo avviene anche durante la produzione tessile, con l’utilizzo degli indumenti e con il loro smaltimento a fine vita. La fast fashion è il settore a più alto rilascio di microfibre perché produce capi con elevata percentuale di fibre sintetiche, di minore qualità, lavati più spesso e gettati dopo breve tempo.

Microplastiche anche nelle feci umane. Lo dimostra uno studio

Le lavatrici non riescono a trattenere le microfibre e gli impianti di trattamento delle acque reflue riescono a filtrarne solo una parte. Nel briefing sono riportati gli esiti di alcuni studi che hanno rilevato i maggiori fattori di rischio, quali i lavaggi lunghi che aumentano l’usura, le alte temperature che danneggiano la struttura del tessuto, i detersivi in polvere che con la loro azione abrasiva inducono una maggiore dispersione a confronto di quelli liquidi, ed infine i modelli di lavatrice a caricamento alto che aumentano lo spargimento rispetto a quelli a caricamento frontale.

Un certo grado di esposizione cronica alle microplastiche è ormai considerato parte integrante della vita contemporanea.  Gli impatti ambientali e sulla salute umana di questi rifiuti non vanno assolutamente sottovalutati.  “Le microplastiche vengono ingerite da tutti i tipi di organismi viventi, dal plancton, ai pesci e ai grandi mammiferi negli ambienti marini, agli animali terrestri e agli esseri umani. Oltre all’ingestione di microplastiche dall’acqua e dal suolo, vengono inalate particelle sospese nell’aria sia all’interno che all’esterno. Le microplastiche sono state segnalate in una vasta gamma di cibi e bevande, inclusi frutti di mare, acqua potabile, birra, sale e zucchero”, si legge nel briefing.

Mar Mediterraneo, il viaggio della plastica monitorato da un gruppo di scienziati

Sono ancora sconosciute le conseguenze a lungo termine delle microplastiche sulle attività economiche, di sicuro  destano preoccupazione le sostanze chimiche che contengono, quali additivi, monomeri e catalizzatori.

Prevenire il rilascio di microplastiche dai tessuti

La strategia europea per la plastica ha individuato nella microplastica una delle sfide da affrontare. Il briefing dell’Eea fornisce tre percorsi per evitare il rilascio di microfibre dai tessuti, che riguardano la sostenibilità della progettazione e produzione, il corretto utilizzo e la cura degli indumenti ed il miglioramento dello smaltimento e del trattamento a fine vita.

Per quanto riguarda il primo aspetto, l’Eea sottolinea l’importanza del ricorso alle fibre naturali ma ne evidenzia alcune criticità. Quest’ultime infatti possono rilasciare microfibre a causa dell’usura e sono soggette ad una rapida biodegradazione che potrebbe portare alla liberazione di additivi chimici. Va inoltre considerato che non tutte le microfibre ricavate da risorse naturali sono biodegradabili.

Gli stessi processi di produzione tessile possono essere responsabili di un aumento del rilascio di microfibre. Utilizzare processi di produzione alternativi e mantenere in buono stato gli impianti possono essere soluzioni valide, così come la pratica del prelavaggio negli stabilimenti di produzione, utile a catturare un’ampia parte delle microfibre rilasciate.

La plastica che mangiamo, dal pesce al miele, nessun cibo è esente dalla presenza di microplastiche

Passando al secondo percorso, il briefing evidenzia l’importanza di includere i filtri che limitano il rilascio di microfibre nella produzione delle lavatrici. La Francia è il primo paese europeo ad aver introdotto questo obbligo, un passo importante perché uno studio ha dimostrato che grazie a tali strumenti il rilascio di microfibre può essere ridotto dell’80%. Per quanto riguarda detersivi e ammorbidenti, i produttori dovrebbero privilegiare detergenti liquidi non aggressivi, efficaci a basse temperature. Sconsigliati i detersivi in polvere. Il briefing si rivolge inoltre ai consumatori, invitandoli a limitare l’acquisto di prodotti provenienti dalla fast fashion. Una soluzione potrebbe venire da modelli di business più circolari, che prevedono una maggior durata, un minor consumo e ampie possibilità di riutilizzo dei capi.

La Commissione Europea vuole mettere fine alla fast fashion

Nel terzo percorso indicato, la raccolta dei rifiuti tessili ed il corretto trattamento di fine vita risultano fondamentali per aumentare il riutilizzo e riciclo dei tessuti e di conseguenza diminuire il rilascio di microplastiche, dovuto a rifiuti abbandonati o mal gestiti. Un altro fattore importante è il trattamento delle acque reflue, poiché “sono disponibili tecnologie e tecniche che potrebbero rimuovere fino al 98% delle microplastiche dagli effluenti”. Il briefing specifica inoltre che la maggior parte delle microplastiche rimosse dalle acque reflue finisce nei fanghi di depurazione, utilizzati spesso come fertilizzante agricolo in tutta l’Unione europea, con il rischio di facilitare l’ingresso di tali rifiuti negli ecosistemi acquatici e terrestri. Per l’Eea servono dunque soluzioni innovative per la gestione ed il post-trattamento dei fanghi, al fine di recuperare i nutrienti ed al contempo impedire la diffusione delle microplastiche.

Lo scioglimento dei ghiacci riverserà miliardi di pezzi di plastica negli oceani

[Credits foto Agenzia europea dell’ambiente eea.europa.eu]

In Europa l’8% delle microplastiche negli oceani deriva dal tessile, il briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente ultima modifica: 2023-05-08T07:07:50+02:00 da Marco Grilli
Tags:
In Europa l’8% delle microplastiche negli oceani deriva dal tessile, il briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente ultima modifica: 2023-05-08T07:07:50+02:00 da Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non verra pubblicato

*

Ultimi articolo di Inquinamento

Go to Top