23 Aprile 2019

La geopoetica di Davide Sapienza

Davide Sapienza

“Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione” e “L’uomo del Moschel” sono gli ultimi libri di un autore che mette al centro del proprio discorso il rapporto fra uomo e ambiente

Ci sono libri che iniziano a parlarti sin dalla copertina, quella de Il geopoeta di Davide Sapienza ha una texture ruvida, ricorda una pietra, di quelle che incontri in cammino e con cui puoi costruire un cairn, un ometto di pietra. A questi manufatti segnavia che si incontrano a tutte le latitudini e in tutti i continenti Sapienza dedica un intero capitolo, d’altronde il suo ultimo libro è fatto di passi, viaggi, incontri ed epifanie, dalle nevi dell’Artico alle montagne andine.

Il geopoeta si fa lettore della “scrittura della Terra” in un perenne incantamento per la bellezza dei luoghi vicini e lontani: lo troviamo ad ammirare la luce nel silenzio dell’Artico, sul terrazzo di casa a contemplare le stelle oppure involontario protagonista del quadro Ritorno dal bosco di Giovanni Segantini.

Non è un caso che Sapienza sia il principale traduttore e studioso di Jack London nel nostro Paese: il tema della wilderness è un filo rosso che lega l’opera dello scrittore italiano all’autore de Il richiamo della foresta e Martin Eden. Con grande sensibilità sociologica Sapienza sostiene come nell’epoca contemporanea vi sia “un disegno preordinato affinché gli esseri umani non possano, ma soprattutto non debbano, avere o sviluppare alcuna forma di relazione con la geografia. Nessun legame deve intercorrere tra l’ambiente esterno e il buio del ‘loculo’ in cui si svolge la nostra esistenza di soldatini che vanno a ingrossare le fila di un esercito numeroso al quale è preclusa qualsiasi forma di pensiero complesso”.

Secondo Sapienza “la geografia è pericolosa, perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi”.

Non ci sono confini fra scrittura e azione, Sapienza lo spiega esplicitamente nel libro edito da Bolis Edizioni: “La scrittura è un atto fisico. Scrivere è come arare: abbiamo i semi da sottrarre, da affidare alla Terra, da coprire e poi curare, facendo un patto con la vita che ci ha originato e che ci concede di essere conosciuta e sperimentata nel tempo che ci è dato”. Il compito del geopoeta è quindi quello di “lavorare al recupero di un alfabeto, all’invenzione di un nuovo vocabolario, alla ricerca di una narrazione che riporti al centro quello stesso agire che costituiva un atto naturale, pre-linguistico”.

Da Jack London a François Truffaut, da Ridley Scott a Barry Lopez, da Alexander von Humboldt a Neil Young, da Akira Kurosawa ai Pink Floyd, l’eterogenea polifonia che accompagna il discorso di Sapienza è chiarita in un passaggio cui l’autore parla della propria adolescenza: “La musica, la lettura, il cinema e il movimento fisico erano veicoli perfetti. Io non li vedevo come entità distinte, ma come connessioni. Erano il grande e sterminato territorio dell’esplorazione che si chiama vita”.

Il tema del genius loci, del dialogo intimo con i luoghi, è il tema dominante anche nel romanzo breve L’uomo del Moschel, uscito lo scorso autunno sempre per Bolis Edizioni. In un brano all’inizio del romanzo, Sapienza sottolinea come “in certi luoghi speciali la natura gioca con noi, ci ricorda che ne siamo i figli, ci aiuta a comprendere che non potremo mai sapere tutto e grazie a questo ci dona lo spazio della libertà”.

Il protagonista del romanzo è Zurio, un bambino di cinque anni che incontra sul suo cammino Silvano (nomen omen…) un uomo che, per una nuova onomaturgia, ha preso il nome del luogo in cui vive, divenendo appunto l’uomo del Moschel. Sospeso fra realtà, sogno e immaginazione il romanzo di Davide Sapienza è un inno alla vita nel quale l’attrazione-repulsione nei confronti dell’ignoto si realizza nella relazione con la natura e i suoi misteri.

Fra i libri della corposa opera di Sapienza – vincitore del premio Le Ghiande al Festival CinemAmbiente del 2015 – segnaliamo anche I diari di Rubha Hunish (2004), La strada era l’acqua (2010), La musica della Neve (2011), Scrivere la natura (2012), Camminando (2014) e La vera storia di Gottardo Archi (2017).

 

 

Davide Mazzocco

Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Materia Rinnovabile, La Revue Dessinée, La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow News, Slow Food. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop”, "Cronofagia" e "Geomanzia", "Prime" e "Riconquistare il tempo".

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