Time Thieves: a CinemAmbiente il documentario sul furto di tempo

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Time Thieves: a CinemAmbiente il documentario sul furto di tempo ultima modifica: 2019-05-29T08:00:00+00:00 da Davide Mazzocco
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Burocrazia, automatizzazione, workalcolismo, social network e marketing 24/7 divorano porzioni sempre più consistenti del nostro tempo. Il documentario di Cosima Dannoritzer spiega come uscirne e come creare nuovi paradigmi

Qual è il valore che diamo al nostro tempo? Quante persone hanno la consapevolezza della sua preziosità e dell’importanza che riveste nell’economia capitalistica? Come ci si ribella a un sistema economico che accumula capitale grazie al nostro tempo e alla nostra attenzione? A queste domande prova a rispondere il documentario Time Thieves di Cosima Dannoritzer che verrà presentato a CinemAmbiente sabato 1° giugno 2019, al Cinema Massimo di Torino alle ore 20:45,  all’interno del Concorso One Hour.

Viaggiando fra Europa, Stati Uniti e Giappone, la regista indaga in maniera approfondita il legame fra la società e il tempo, la trasformazione invisibile che questo rapporto ha subito nella transizione fra analogico e digitale, l’inconsapevole donazione e la servitù volontaria che alimentano l’ipercapitalismo delle piattaforme.

Come spiega la sociologa della Sorbonne Marie-Anne Dujarier, “la via più facile per fare soldi è far lavorare le persone senza pagarle per il tempo del loro lavoro. Si parte dal presupposto che il consumatore sia una manodopera abbondante, motivata e gratuita, quindi si studia la maniera per metterlo al lavoro, ossia il modo migliore per reclutarlo, formarlo, inquadrarlo e renderlo il più possibile produttivo. Il controllo e la  misurazione del tempo sono le principali caratteristiche del capitalismo”.

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C’è chi della gestione del tempo ha fatto una vera e propria professione. È il caso della time management coach Magali Combal: “La nostra società è sotto il dominio di Cronos, il dio del tempo che ci ricorda che la vita è corta ed è un conto alla rovescia che si conclude con la morte”.

Tempo ed evoluzione tecnica sono in stretto rapporto. È stata la pianificazione dei viaggi ferroviari, per esempio, a rendere necessari i fusi orari: il mondo è stato diviso in 24 spicchi stabilendo un’ora convenzionale, uno standard che non corrisponde all’ora fisica. Siamo talmente abituati a pensare al tempo nella sua forma standardizzata da avere dimenticato che il mezzogiorno solare di Trieste arriva molti minuti prima del mezzogiorno solare di Torino. Nel corso degli ultimi decenni gli strumenti di misurazione del tempo sono diventati sempre più precisi tanto che oggi sono attivi orologi in grado di perdere appena 1” ogni 150mila anni.

Gli orologi sono gli strumenti che scandiscono il ritmo delle nostre giornate: quando parcheggiamo, quando facciamo una chiamata telefonica, quando monitoriamo i trasporti su di un radar, quando scatta il tassametro, quando apriamo il rubinetto o accendiamo la luce è la metrica temporale quella che regola le nostre esistenze.

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“Non valorizziamo più la contemplazione, il silenzio, il riposo e la pausa. Lo si nota dalle pubblicità che sono solite presentare persone che vanno veloci, sono produttive, persone energiche e prive di esitazioni” continua Magali Combal.

La storia del capitalismo, specialmente nell’ultimo secolo e mezzo, è una continua rincorsa all’ottimizzazione e al controllo dei tempi di lavoro. La religione dell’efficienza passa attraverso un controllo spietato dei tempi di lavoro che sta assumendo connotazioni distopiche, con il monitoraggio delle pause per andare in bagno e quello dei movimenti all’interno dell’azienda durante l’orario di lavoro.

C’è poi la questione dell’erosione del sonno che Jonathan Crary ha spiegato molto bene nel suo libro 24/7: dormiamo sempre meno perché l’ipercapitalismo ci vuole in stato di veglia, pronti a consumare quando non stiamo lavorando. I costi ambientali ed ecologici di un mondo che non dorme mai sono enormi, così come quelli sociali. Molte persone sprofondano nella depressione perché incapaci di sostenere i ritmi di vita e l’accelerazione della nostra società.

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Ma la più grande conquista dell’ipercapitalismo è averci trasformato in lavoratori inconsapevoli, come spiega bene Marie-Anne Dujarier: “Mi è successo di impiegare tre giorni per installare il router del mio WiFi. La consapevolezza del tempo e delle energie spese mi ha fatto pensare che quello che avevo fatto fosse lavoro. I luoghi in cui potete rivolgervi a professionisti – continua la sociologa francese – sono via via scomparsi. Ciò significa che tanto in un McDonald’s, quanto in un supermercato ci troviamo di fronte a delle macchine. La maggior parte delle volte senza alcuna scelta alternativa. Quando c’è una riduzione dei costi – penso, per esempio, a un noto produttore svedese di mobili – l’azienda dice ai consumatori: ‘Io non finisco il prodotto, siete voi che lo portate a termine e, quindi, lo pagate meno’”.

Senza dimenticare i costi accessori di questi impieghi liquidi, invisibili e non remunerati: dalle tariffe per utilizzare gli smartphone agli onerosissimi toner delle nostre stampanti. Fra i lavori non remunerati merita una menzione particolare quello che miliardi di persone svolgono quotidianamente sui social network.

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La regista Cosima Dannoritzer

Klaus Müller spiega in Time Thieves perché la Federazione delle Associazioni tedesche dei consumatori ha deciso di portare in tribunale il social network che nel marzo 2019 ha raggiunto i 2 miliardi e 380 milioni di utenti: “Facebook ci promette di essere gratuito, ma noi sosteniamo che ciò non sia vero. Noi paghiamo con i dati e con il tempo che spendiamo su questi social network, due elementi molto preziosi che una volta spesi sono difficili da recuperare”.

Le ore che trascorriamo sui social alimentano la cosiddetta economia dell’attenzione e ogni like corrisponde a una nanomonetizzazione.

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La dimostrazione di quanto il tempo sia un concetto che va ben al di là della dimensione astratta nella quale viene spesso circoscritto ce la dà la storia che conclude il film, quella di una famiglia francese che racconta il doloroso percorso di accompagnamento del proprio figlio malato terminale. Richiamato ai propri impegni professionali nei mesi del calvario del figlio, Christophe Germain si è trovato a dover scegliere fra il proprio lavoro e il tempo da dedicare alla cura della prole. A quel punto i colleghi di Christophe si sono riuniti e hanno deciso di fare qualcosa di concreto: bypassando qualsiasi norma giuslavoristica e, con una decisione interna all’azienda, hanno scelto di devolvere le loro giornate di lavoro al proprio collega. In due settimane la solidarietà dei colleghi ha permesso a Christophe di ottenere 170 giorni per accompagnare le ultime settimane di vita del figlio con dignità.

Esistono, quindi, vie d’uscita per mettere fuori gioco la logica cronofaga e reificatrice del capitalismo: il presupposto per una società egualitaria è una diffusa consapevolezza dell’importanza di un tempo non mercificato, non monetizzabile, prezioso perché non restituibile.

[Immagini Time Thieves]

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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