Recitazione, danza, musica, ritualità, con il saggio Non siamo gli unici Giorgio Volpi ribalta la prospettiva antropocentrica secondo la quale determinate attività sarebbero esclusivamente umane
A due anni di distanza da La natura lo fa meglio e prima, Giorgio Volpi è tornato in libreria per i tipi di Aboca Edizioni con il nuovo saggio Non siamo gli unici nel quale la sua attenzione si concentra su attività quali recitazione, danza e musica per ribaltare la prospettiva antropocentrica che le vuole come tipicamente umane.
Le “cover” dell’uccello lira
Uno degli episodi più incredibili raccontati da Volpi è il fenomeno scoperto a partire dal 1968 nel New England National Park, luogo in cui il ranger Neville Fenton registrò il canto di un uccello lira notando che alcune delle sue melodie riprendevano due brani molto popolari all’epoca. Si venne a sapere che, precedentemente, il volatile aveva vissuto in cattività nella casa di un contadino che era solito suonare i due motivi al flauto. Di fatto, l’uccello lira aveva appreso le melodie e le riproponeva. Ma la storia non finisce qui. Ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, gli uccelli lira del New England National Park ripropongono nei loro canti porzioni dei brani diffusi dal loro progenitore. Le “cover” sopravvissute nel corso dei decenni sono il segno evidente del successo ottenuto dai maschi nei rituali di corteggiamento canori.
La recitazione
Il prodigio canoro dell’uccello lira è soltanto uno dei suggestivi racconti contenuti in Non siamo gli unici, saggio nel quale si scopre come gli animali, nel corso del loro percorso evolutivo, abbiano sviluppato doti recitative degne degli attori hollywoodiani. Dagli insetti stecco che mimano il movimento oscillatorio tipico dei rametti mossi dal vento per non farsi notare alla cinciarella che imita il sibilo dei serpenti per difendere il nido, dall’opossum che inscena il rigor mortis per allontanare i predatori che non si cibano di carcasse all’infinità di specie che imitano forma e colorazione del fogliame, la mimesi è una delle più diffuse strategie di sopravvivenza del mondo animale.
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Comunicare per sopravvivere
Fra le diverse declinazioni dell’arte della sopravvivenza, la produzione di suoni allo scopo di comunicare il pericolo è uno dei più indagati nel campo dell’etologia. È un dato ormai acquisito che le marmotte emettano suoni differenti a seconda della provenienza dei possibili predatori: un fischio singolo indica un volatile, una serie di fischi brevi e ripetuti animali o umani che si avvicinano sul terreno.
Se consideriamo il rapporto fra dimensione e suono, l’animale più rumoroso al mondo è l’insetto barcaiolo. Il maschio di questa specie, la cui grandezza è compresa fra i 5 e i 15 mm, attira le femmine battendosi l’addome con il pene fino a emettere un suono che raggiunge i 99 decibel, vale a dire 14 decibel al di sopra del limite oltre il quale si rischiano danni per l’udito.
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Riti animali al confine con la religione
Ben oltre le ormai consolidate teorie sui riflessi condizionati, molti etologi hanno rilevato negli animali una serie di comportamenti che possono essere assimilati alla superstizione o, comunque, alla trasmissione culturale da un esemplare all’altro. Nel 1948 Burrus Federic Skinner collegò un erogatore di becchime a un timer e notò come, a più riprese, i piccioni ripetessero i movimenti effettuati prima dell’apertura casuale del marchingegno e dei loro pasti piovuti come “manna dal cielo”. Si tratta dell’esperimento noto come “la superstizione del piccione”, un rituale che viene associato ad analoghi comportamenti umani attinenti alla sfera religiosa.
Uno dei più noti fenomeni di cultura animale è la sepoltura che gli elefanti africani compiono nei confronti sia dei loro defunti che di quelli di altre specie animali come ippopotami, bufali, mucche e vitelli. Nei riti di sepoltura dei propri conspecifici, gli elefanti sono stati osservati seppellire i loro morti con grandi quantità di cibo, frutta, fiori e fogliame colorato. Manifestazioni inscrivibili nella sfera del lutto sono state osservate tra corvidi, delfini, orche e molti altri animali.
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Verso una prospettiva biocentrica
Giorgio Volpi non può che concludere Non siamo gli unici con un invito ad abbandonare l’antropocentrismo in nome di una prospettiva biocentrica: “Per secoli ci siamo arrogantemente assegnati il titolo di figli prediletti di un dio creatore, abbiamo esteso il nostro dominio sulla natura devastandola, ponendo in pericolo specie e relativi habitat. Ci siamo considerati superiori agli altri viventi per capacità e abilità, sviluppando società guerresche, economie depravate e tecnologie industriali insostenibili per il pianeta.
È rassicurante osservare che questa nostra attitudine deriva (almeno in parte) da comportamenti naturali e istinti che condividiamo con altri esseri viventi, atteggiamenti e tendenze che abbiamo accettato in scimmie, topolini, corvi, elefanti e molti altri figli dell’evoluzione. La questione forse più pressante oggi non è scoprire se siamo figli prediletti di una delle migliaia di divinità storicamente venerate, ma capire se saremo in grado di riconciliarci con gli altri esseri viventi, da cui dipende il nostro benessere”.
Martedì 29 settembre, alle ore 20.30, presso la sede di Pro Natura, in via Pastrengo 13, a Torino, Giorgio Volpi presenterà Non siamo gli unici nell’ambito della XII Settimana della Cultura UNIVOCA. È gradita la segnalazione della presenza in segreteria contattando il numero 0115096618.
[Foto di copertina Pixabay]
