Chernobyl 40, il film sul disastro nucleare del 1986, in concorso al Clorofilla Film Festival, sarà presentato in anteprima nazionale il 6 agosto a Festambiente
Un’occasione da non perdere per gli appassionati di cinema ambientale: il 6 agosto, nella cornice di Festambiente (5-9 agosto 2026, loc. Enaoli, Rispescia – Gr), verrà proiettato in anteprima nazionale – alla presenza dei registi Alessandro Tesei e Pierpaolo Mittica – “Chernobyl 40” (66′, Bloom-Subway Lab). Il documentario sul più grande incidente nucleare della storia, avvenuto 40 anni fa, è in concorso al Clorofilla Film Festival, di cui “eHabitat” è media-partner.
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Un incrocio di testimonianze e immagini di repertorio caratterizza questa pellicola originale e coinvolgente, che non si limita a trattare il disastro ma dipana il filo della matassa tra il prima e il dopo, dai sogni di sviluppo infranti dall’esplosione del reattore 4 all’evacuazione e bonifica del territorio e alle drammatiche conseguenze sanitarie, fino alla rinascita del turismo e ai danni provocati dalla terribile guerra in Ucraina. Quella di Chernobyl è dunque una storia turbolenta e di lungo periodo, che non può esser confinata al passato ma fa parte, a tutti gli effetti, del tempo presente. Siamo infatti di fronte a “una realtà locale il cui riverbero però ha coinvolto e ancora coinvolge il mondo intero. La contaminazione radioattiva durerà per centinaia di migliaia di anni, ma ad essa oggi si aggiunge l’inquinamento massiccio dovuto alla guerra, la presenza di mine, l’impossibilità di un Paese in guerra di lavorare seriamente sulla decontaminazione e sulla protezione radiologica”, spiega ad “eHabitat” il regista Alessandro Tesei.
L’ex centrale nucleare, oggi protetta dalla nuova struttura di contenimento e circondata dalla natura che si è ripresa i suoi spazi nella zona di esclusione, interroga ancora le nostre coscienze e ci invita a riflettere su questioni cruciali per i tempi odierni, quali le politiche energetiche, il prezzo dell’inquinamento e gli orrori delle guerre. Il maggior pregio del film sta proprio nell’aver fatto comprendere che la storia dell’ex centrale nucleare di Chernobyl parla al “qui e ora”, perché milioni di persone hanno subito e continueranno a subire sulla loro pelle le conseguenze di questo incidente, occorreranno oltre 200mila anni prima che le terre più contaminate possano tornare abitabili e la guerra russo-ucraina infuria ancora, dopo aver lasciato sul campo distruzione e mine.
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“Si tratta di un documentario che non vuole essere solo un resoconto dell’incidente, ma un approfondimento sulle complessità che ruotano attorno al nucleare civile, alle sue implicazioni, a cosa lascia realmente. Speriamo di stimolare riflessioni, perché in questo tempo che stiamo vivendo, in cui l’idea del nucleare civile sta di nuovo prendendo campo in maniera bipartisan tra le forze politiche, è essenziale rimanere fermi e focalizzati sul passato. Un passato che è più presente che mai. Perché se anche noi ci fossimo dimenticati di Chernobyl, Chernobyl non si è assolutamente dimenticato di noi”, commenta Tesei.
Genesi e realizzazione del film
I due registi lavorano insieme dal 2011. Prima di questo film si erano già occupati di energia nucleare, documentando sia gli incidenti di Fukushima in Giappone e Mayak in Russia, sia le conseguenze dei test atomici nel Poligono di Semipalatinsk in Kazakistan.
Mittica frequenta Chernobyl dal 2000, Tesei dal 2016. “Parlare dei primi 40 anni di Chernobyl non è facile, e richiede una conoscenza della materia e un lavoro sul campo lungo ed impegnativo. Ogni anno ci siamo recati a Chernobyl e nei territori contaminati della Zona per approfondire, conoscere nuove storie e persone, documentare i cambiamenti che erano in corso e che hanno plasmato la realtà di quei luoghi. Questo documentario contiene una summa dei nostri numerosi viaggi, compresi quelli fatti in Kazakistan sulle tracce dei liquidatori che venivano dalle zone più remote dell’allora URSS, da quelle aree semi desertiche usate fin dalla fine degli anni ’40 come luoghi di detonazione per i test atomici, e principalmente dalle città di Kurchatov (il padre del nucleare sovietico) e Semipalatinsk (oggi Semei). Ogni anno abbiamo trovato nuove storie, documentato i cambiamenti che erano in atto, dal turismo agli ingressi illegali, dagli ultimi abitanti dei villaggi contaminati alla guerra. Il tutto arricchito con una spasmodica ricerca di documenti storici presenti nel documentario, di cui alcuni inediti in occidente, per poter tracciare un affresco il più completo possibile sul più grande disastro industriale di tutti i tempi”, spiega Tesei.
Per quanto riguarda la realizzazione di questo ambizioso lavoro, il regista ci ha spiegato che “il documentario segue il personaggio di Volodymir Verbinsky, ex abitante di Pripyat, poi liquidatore, guida turistica e oggi alle dipendenze del Distretto della Zona, in mano all’esercito ucraino. Partendo dalla sua voce e dalle sue esperienze di vita si dipana un racconto corale di sopravvissuti, lavoratori dell’atomo, nuove generazioni che soffrono delle conseguenze della contaminazione, ex operatori turistici, militari, e di tutti coloro che ieri ed oggi hanno avuto a che fare con la Zona di esclusione e con i numerosi cambiamenti che ha attraversato negli anni. E che oggi, con la guerra, sta rivivendo situazioni e sensazioni analoghe a quelle del post-incidente. Durante la prima fase dell’invasione infatti è stato proprio il territorio di Chernobyl ad essere invaso per primo. Moltissimi sono fuggiti e si sono ritrovati sfollati e senza la possibilità di rientrare nelle proprie case, proprio come accadde dopo il disastro alla Centrale”.
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Un sogno svanito
Con un sapiente countdown, il documentario ricostruisce il tranquillo e festoso clima pre-incidente, soffermandosi sulla città di Pripyat, bella, giovane, ricca di rose e speranzosa in un futuro di benessere e sviluppo grazie alla nuova e modernissima centrale nucleare di Chernobyl. Un sogno trasformatosi presto nel peggiore degli incubi, spazzato via dalla nube radioattiva che ha intimorito l’intera Europa.
“La città di Pripyat fu fondata nei primi anni ’70 per ospitare i lavoratori della nascente Centrale nucleare ‘Vladimir Lenin’ di Chernobyl. Sarebbe dovuta essere la città ideale, esempio per tutta l’Unione Sovietica di benessere e di crescita esponenziale, possibile grazie alla Centrale nucleare, che avrebbe garantito energia e prosperità economica, in primis a tutti i residenti e poi a tutto il Paese. ‘Fai dell’atomo un lavoratore e non un soldato’ è la gigantesca scritta che ancora oggi si trova sulla sommità di uno dei palazzi più alti di Pripyat, in chiara contrapposizione agli americani, che pochi anni prima avevano usato il nucleare come arma contro il Giappone. In realtà, nel deserto del Kazakistan, anche l’URSS conduceva esperimenti e test con bombe nucleari, e il sogno dell’energia illimitata, del nucleare civile e del benessere, nascondevano una realtà ben diversa, ovvero la produzione di plutonio per gli ordigni atomici. Ma il popolo non lo sospettava e poteva vivere nell’illusione di un agio potenzialmente infinito. Oggi Pripyat è la città abbandonata più famosa al mondo e si trova al centro di una Zona radioattiva grande quanto la provincia di Ancona. Il sogno dei suoi abitanti è svanito con l’incidente del 26 aprile 1986”, racconta Tesei.
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L’incidente
Nel susseguirsi di testimonianze e immagini di repertorio, il documentario racconta il terribile incidente verificatosi il 26 aprile 1986, tra l’incredulità e l’improvvisazione, la paura della contaminazione e la volontà di coprire i fatti da parte delle autorità sovietiche. La concitazione dei racconti restituisce lo stupore ed il dolore per la violenta esplosione, le colonne di fumo, i corpi ustionati, le prime vittime giunte all’ospedale ed i sintomi di vomito dei feriti, fino all’immediata consegna delle compresse di ioduro di potassio per proteggere dalle radiazioni. Presto si comprese che non si era trattato di un semplice incidente ma di un vero e proprio disastro che colse tutti impreparati. Nella centrale i livelli di radioattività toccarono addirittura punte di 30 sievert, tanto che perfino i dosimetri si dimostrarono incapaci di misurare tali livelli.
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La pellicola ritrae efficacemente il dolore di coloro che furono costretti a evacuare e ad abbandonare le loro case con pochi averi, nella convinzione errata che si sarebbe trattato solo di un breve allontanamento. Purtroppo non fu così, e il ritorno dopo tanti anni per rivedere le case distrutte si rivelò un confronto impietoso con un bel passato ormai in rovina. Il protagonista Volodymir Verbinsky guida gli spettatori tra i resti di Pripyat con una delicata colonna sonora in sottofondo: ecco l’ospedale pediatrico, la piazza principale, la piscina e il bar, dove i livelli di radioattività sono ancora altissimi e tutto pare ormai svanito. Il film non racconta però solo il dolore dei residenti costretti a fuggire, ma anche quello dei lavoratori e dei militari chiamati alle operazioni di messa in sicurezza e bonifica degli impianti, ignari di quelle polveri che si tramuteranno in malattie, invalidità e morte.
A Chernobyl oggi vivono a rotazione circa tremila persone, sono ricomparsi servizi e infrastrutture, mentre duemila persone lavoreranno nell’ex centrale fino al 2065 per il mantenimento della sicurezza, con il nuovo confinamento sicuro inaugurato nel 2016 che è destinato a rimanere lì per almeno 100 anni, al fine di provvedere al difficile smantellamento del sarcofago originario con le sue 200 tonnellate di materiale altamente radioattivo. Chernobyl è una “cittadina normale in un luogo anormale”, come afferma Verbinsky. D’altronde, ancora oggi gli innumerevoli problemi di salute dei liquidatori e soprattutto dei bambini, perfino ben al di là dell’area contaminata, dimostrano che Chernobyl è assolutamente il presente.
Il turismo
Il disastro nucleare ha conferito alla città ucraina anche il fascino di una storia maledetta, richiamando ben presto frotte di visitatori nella zona di esclusione per un turismo “di significato ed emozioni”, sia legale che illegale (quello degli stalker), ben descritto dai registi del documentario. Prima della pandemia, l’afflusso giornaliero di 1.000-1.500 persone nella zona di esclusione dimostrava il successo di un fenomeno di massa, messo però a dura prova dall’invasione russa in Ucraina nel febbraio 2022.
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La guerra
Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo entra a Chernobyl. L’invasione della contaminata zona d’esclusione suscita sconcerto e stupore nelle parole dei testimoni raccolte nel film. La centrale viene subito occupata, danneggiata e saccheggiata e resterà in mano dei russi fino al 31 marzo 2022. Il loro ritiro è segnato dal ritorno delle cicogne, come nel 1986 dopo l’evacuazione: la natura vince sempre. Quella zona d’esclusione che per gli organizzatori del turismo legale e per gli stalker era un luogo del cuore, meraviglioso e complicato, diventa un’area minata con un futuro tutto da scrivere. La bonifica sarà un’operazione lunga e complessa.
Non perdetevi questo film così esauriente e ben curato, perché come afferma Verbinsky, “il mondo ha dimenticato Chernobyl, ma Chernobyl non ci ha dimenticati”.
[Crediti fotografici: @ Alessandro Tesei]
