The Burning Giants di Phuttiphong Aroonpheng ci porta in una giungla e una nebbia che fanno da ponte fra le divinità e gli uomini
The Burning Giants è, prima di ogni altra cosa, il racconto di un padre che deve occuparsi della figlia di quattro anni. Il periodo è quello delicato della pandemia. Il regista thailandese Phuttiphong Aroonpheng (1976) ha ripensato a un’altra bambina che aveva circa quattro anni quando suo padre morì.
Quel padre si chiamava Pojlajee “Billy” Rakchongcharoen, un attivista dell’etnia Karen al confine tra Thailandia e Myanmar, figura attiva del villaggio di Bang Kloi. Egli lottava contro le guardie forestali per l’incendio doloso delle loro case per fare spazio a un parco nazionale. Il 17 aprile 2014 fu fatto sparire dai funzionari governativi. Nonostante il successivo ritrovamento dei suoi resti bruciati e la conferma della sua identità con il DNA, le autorità hanno sempre negato la responsabilità.
Da qui nasce l’idea per il suo Yak Mai – The Burning Giants, presentato all’83ª Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. Per Aroonpheng è la seconda volta a Venezia: il suo film d’esordio Manta Ray vinse il Premio di Miglior Film Orizzonti a Venezia 75.
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Si tratta di un film che non narra direttamente la scomparsa, ma la rende presente nel senso di vuoto. «Volevo esplorare cosa succede alle famiglie dopo che qualcuno scompare e che cosa significa tornare in una casa che potrebbe non esistere più. Per me la storia non riguarda la violenza, ma ciò che accade dopo» ha dichiarato il regista.

Quella di Aroonpheng è una scelta narrativa fondamentalmente opposta al film che Lucrecia Martel ha presentato alla 82* Mostra in Fuori Concorso, Nuestra Tierra. Anche lì viene raccontata la morte di un attivista, Javer Chocobar nel 2009, membro della comunità Chuschagasta, in Argentina. I responsabili erano tre uomini decisi a sfrattare la popolazione in favore di uno stabilimento minerario. L’assassinio di Javer e la storia di un popolo da sempre oppresso erano raccontate minuziosamente attraverso riprese del processo ai responsabili e alle storie dei singoli coinvolti.
In The Burning Giants la mancanza filtra nelle canzoni e nelle case vuote in cui entra una nube bianca, densa e tossica. La sua origine è parzialmente svelata all’inizio del film. Siamo in un teatro spettrale con poltrone vuote; una mano in costume tradizionale aziona una ventola che aspira il fumo. Entriamo dentro la ventola, seguiamo il fumo che si districa attraverso tubature fatiscenti in cunicoli di cemento e umidi. Sbocchiamo in una grotta che, a sua volta, in una foresta. La nube sale in cielo e si disperde in alto e si fa largo fra gli alberi.
La giungla e il paesaggio non sono solo un’ambientazione rarefatta, ma diventano un personaggio e la metafora di ciò che viene tolto ai popoli autoctoni. Le autorità forestali fermano chiunque si trovi nella zona infetta con l’ordine di analizzare gli arrestati ed eventualmente farli sparire.In questo scenario si intrecciano due mondi: da un lato il mondo degli uomini.

C’è un montanaro che soffre di vitiligine scambiato dalle guardie per un infetto. La sua vicenda si incrocia con la storia di due sorelle, Aepoh e Aeva. La prima è fidanzata con una guardia forestale, Lak un giovane che cerca una via di mezzo fra i suoi doveri e restare umano.
Aeva è anche madre di una bimba, che decide di abbandonare la città, Bangkok, per poter ritrovare il padre della piccola che è scomparso senza lasciare tracce. Aeva torna alla montagna, nella zona proibita. Ritorna nella sua vecchia casa e, anche soltanto per una notte, la pulisce, prepara il cibo e aspetta che il suo uomo ritorni. Così che i fantasmi scompaiano, dissolvendosi nell’aria come il fumo.
Ed è proprio qua che il messaggio metaforico del film diventa ancora più pregnante. Il fumo è quello che rimane prima ancora della cenere chi o cosa scompare ed è stato bruciato. È impalpabile, gli basta un colpo d’aria per disperdersi.
Qui che il regista si collega al Ramayana (VI – II a.C.), il grande poema della tradizione induista che racconta la guerra di Rama, personificazione del dio Visnù, contro gli orchi della città di Lanka, rei del rapimento della sua sposa Sita. Gli dèi, approfittando della foschia si muovono nel nostro mondo per catturare gli orchi in fuga. Gli orchi, mostruosi, con enormi zanne, sono il simbolo di chi, per un presunto bene superiore, è assoggettato e messo da parte.

Il fuoco diventa simbolo di rassegnazione. All’inizio del film vediamo i militari che incendiano una capanna e la guardiamo disfarsi, fino a che non rimangono soltanto delle travi incenerite. Sita per dimostrare la purezza a Rama del suo animo cammina sul fuoco. L’incapacità di un cambiamento positivo spinge un orco ad allontanarsi da questo mondo fittizio, per rifugiarsi fra gli uomini. L’orco è la nostra fragilità, della quale sono responsabili gli dèi. Non comprendiamo il loro disegno. Riportano in superficie paure che rimandano al passato recente. The Burning Giants ci fa sentire impotenti.
