Venezia 83 si chiude con un inno alla risata come mezzo per raccontare temi importanti in Dio ride di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino
Il 4 ottobre 2026 sarà il culmine delle celebrazioni (iniziate il 10 gennaio 2026) per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Contemporaneamente si è riscoperta da parte del grande pubblico la vita e le opere del Santo. Le numerose pubblicazioni degli ultimi mesi, oltre che sulla sua parabola conosciuta, cercano di indagare anche l’umano. Dalla sua capacità di parlare con le persone e essere contraddittorio pur nella sua integrità. Ci porta comunque a riflettere sulla nostra esistenza. Essa è piena di paure, dubbi, pensieri intrusivi, in cui lo spazio per il sorriso e la leggerezza sembra precluso.
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Partendo da questa riflessione si può parlare del film di Giovanni Veronesi, Dio ride, film di chiusura Venice Open – Fuori Concorso alla 83 Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Il film, prodotto da Indiana Production, Ogi Film e PiperFilm in collaborazione con Netflix, verrà poi distribuito da Piper Film dal 29 ottobre.

L’ambientazione è lontana dai tempi di Francesco, ma le eco dei suoi insegnamenti non lo sono. Siamo intorno al 1652-1653, e questi possono essere rivisti all’occorrenza: se la necessità (estrema) lo impone, qualche piccolo strappo alla regola è possibile. Proprio il lasciarsi andare, di fare un cambiamento per avvicinarsi al prossimo, il cuore del film. Non è un caso che la vicenda sia ambientata in un periodo storicamente difficile, in un secolo che porta i segni di riforme protestanti, guerre di religione e pestilenze che hanno martoriato corpi e animi.
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Veronesi di solito regista di commedie (anche all’interno di contesti diversi, come ne Il mio West, 1998 con Leonardo Pieraccioni) decide invece di fare un’analisi teorica sulla risata. Rinuncia, se non in pochi momenti, alla facile battuta. Non nasconde la violenza, la morte o il senso di fallimento e di smarrimento.
È in questo contesto che frate Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) si porta in spalla il suo priore, frate Lorenzo (Paolo Rossi), malato di peste. Vuole allontanarlo dai roghi di chi vuole smantellare l’epidemia. Lo porta nei boschi alla ricerca di un rifugio, per cercare di dargli un’ultima gioia poco prima che la malattia se lo porti via. Leopoldo lo fa con i suoi racconti pieni del suo animo gentile e allegro. Egli sente la voce di Dio nella Natura come prima manifestazione divina in tutte le sue forme.

Questa visione di Leopoldo si avvicina alla visione del suo interprete. Favino infatti ha sviluppato nel corso degli anni una spiccata sensibilità nei confronti della tutela dell’ambiente. Ha dichiarato infatti che bisogna imparare a rispettare se stessi come punto di partenza per rispettare le risorse che abbiamo a disposizione. Capire che l’ambiente siamo noi stessi ci può rendere più responsabili in vista del 2035. È data entro la quale Italia e Unione Europea affronteranno i principali cambiamenti per l’energia rinnovabile, la mobilità e gli obiettivi climatici.
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Il Dio di Leopoldo è onnipresente e benevolo. Per trasmetterlo narra con simpatia i passaggi dei Vangeli: dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci alle nozze di Cana fino alla risurrezione di Lazzaro. Leopoldo ha il dono di raccontarli come fossero storielle da poco, per questo più immediati. Nel destreggiarsi nei suoi racconti surreali rimanda un po’ a Dario Fo, un giullare moderno che rimanda a Francesco, giullare di Dio, titolo del film del 1950 di Roberto Rossellini dedicato a San Francesco. Leopoldo fa ridere le persone e riesce a portare quella parola che per molti di loro è inaccessibile perché complicata e incomprensibile. La lingua della Chiesa, il latino il popolo non la parla e non la capisce.
Leopoldo e Lorenzo, dopo aver vagato fra i prati, i boschi più fitti, e le cascate, alla fine trovano rifugio in una grotta dove il suo mentore se ne andrà. Leopoldo deciderà, per averlo vicino, di seppellirlo sotto i sassi senza alcuna consacrazione formale. La stessa diventerà poi un luogo di pellegrinaggio per i fedeli. Costruisce una grande croce su cui viene messa un’effigie di Gesù sorridente. Un disegno fatto da un bambino, nato dall’innocenza di chi non ha tutti i pensieri degli adulti.

Leopoldo è lui stesso un orfano, non è mai cresciuto realmente: capisce meglio che i bambini e il popolo degli ultimi. Questi, vessati dal potere e da fede che non dà speranza, sono anche loro bambini che hanno bisogno di conforto. Per questo i fedeli si allontanano dalle chiese. Per questo, parte una denuncia che, dall’Inquisizione arriva in Vaticano.
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Qui si inserisce il personaggio del Cardinale Maculani (Silvio Orlando), inviato dal Papa per costringere Leopoldo ad abiurare. Maculani, nonostante il suo potere e la sua abilità come inquisitore, è attraversato da dubbi fin dall’inizio. Nell’inconscio è convinto della bontà delle intenzioni dell’imputato. Ritiene fondamentale fuggire con la fantasia. Al posto del breviario, legge Lo cunto de li cunti (1636) la raccolta di fiabe di Giovanni Battista Basile. Nonostante tra i suoi meriti ci sia quello di aver fatto abiurare Galileo Galilei, Maculani porta sempre dietro un cannocchiale.
Da parte di Veronesi è una riflessione sul potere, quello di allora così come quello di oggi. Nel quale c’è il timore che ci possa essere sempre qualcuno che mina l’ordine utopistico delle cose. Allora come oggi poco importa se è un grande scisma o un piccolo uomo che vuole fare la cosa giusta.
Dio ride parla a tutti, sia religiosi o meno. Racconta di persone che hanno bisogno di trovare un posto nel mondo. Il film si chiude con la risata di un neonato sul cielo stellato con cui si è aperto. Nell’innocenza e nell’immensità, ci vuole dire, c’è speranza per il futuro.
