Holy Wood Dust, documentario di Victor Kossakovsky, Fuori Concorso a Venezia83, è un racconto immersivo nella vita degli alberi assieme al botanico Stefano Mancuso
«Sapete, non capisco come si possa passare accanto a un albero e non sentirsi felici di vederlo.» Questa frase è presa da L’idiota di Fëdor Dostoevskij, uno dei romanzi in cui viene dedicata attenzione alla bontà del singolo contro il degrado dell’essere umano. Il protagonista, Myškin, viene più volte bollato come “idiota” perché è in grado di vedere la bellezza che salverà il mondo. La frase è contenuta anche all’interno di Holy Wood Dust di Victor Kossakovsky, presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso alla 83 Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia.
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Per Kossakovsky non è la prima volta al Lido: alla 75 Mostra nel 2018 aveva portato Aquarela. E, al 38 Torino Film Festival, Gunda. Sono opere dai soggetti diversi che cercano sempre di mettere la macchina da presa all’altezza del soggetto che sta guardando.
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Holy Wood Dust, prodotto da Be Water Film, Solaria Film e Rai Cinema, ci porta all’interno degli alberi. Il principale movimento di macchina è il solo che un albero può compiere nella sua esistenza. Cioè quello di crescere, di puntare verso l’alto. Risolvendo, contemporaneamente, un milione di inconvenienti rimanendo immobile. Dimostrando quella che è una intelligenza di cui non siamo a conoscenza.

«Le piante rappresentano l’86% della vita sulla Terra», ha dichiarato il professor Stefano Mancuso, il neurobiologo e botanico cofondatore della disciplina di neurologia vegetale. Essa dimostra la capacità delle piante di essere sensibili e capaci di comunicare. Estimatori reciproci del proprio lavoro, Mancuso e Kossakovsky hanno lavorato per cinque anni al film, girando principalmente in Trentino Alto Adige e a Roma.
«Gli animali, tutti insieme, sono lo 0,3 o lo 0,8% a esser generosi» continua Mancuso, «gli umani lo 0,01 della vita. […] Non vediamo le piante, sono il grande sfondo delle nostre vite. Questo è qualcosa che è stato studiato e si chiama ‘cecità verso le piante’. È importante per l’umanità perché dobbiamo capire che la nostra vita dipende dalle piante, da qualcosa che non siamo in grado di vedere.»
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Il professore, nel film, lo incontriamo a esplorare un bosco con dei bambini. Fra battute e scivoloni, Mancuso invita a guardare verso l’alto, ad ammirare la bellezza degli alberi. È uno degli elementi naturali in cui si percepisce il senso del tempo. Attraverso i vari cerchi che si formano nel tronco. Cerchi che i bambini toccano, imparano a contare e a conoscere. Lo spettatore viene invitato fare altrettanto. A guardare verso l’alto, a non guardarsi sempre i piedi.

Il film ha un titolo che è un gioco di parole. Cos’è quella polvere (dust)? La segatura degli alberi. È quanto rimane di un tronco segato di fresco. Il legno è il materiale più prezioso dell’universo, sottolinea Mancuso. Nello spazio ci possono essere interi pianeti fatti d’oro. Ma di pianeti in cui c’è la vita così come la conosciamo, per adesso c’è soltanto la Terra. Gli alberi sono il suo simbolo: possono ricrescere, possono riprendersi e possono riciclare l’ossigeno, e portare avanti il ciclo vitale.
Fin dal principio ci viene mostrata anche la loro fragilità. Le immagini sono quelle del disastro di Paneveggio nel 2018 causato dalla tempesta Vaia. Si è trattato di raffiche di scirocco oltre i 200km/h che ha abbattuto 14 milioni di alberi e devastati oltre 42.000 ettari di bosco fra Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. Gli abeti sono caduti come fossero fuscelli, e quelli che sono rimasti in piedi sono bianchi e avvizziti. Proprio da quei tronchi abbattuti, che parte la riflessione su cosa provano effettivamente gli alberi e su come ci rapportiamo ad essi. Soprattutto quando buttiamo via quello che non ci serve più.
È esemplificativo il fatto che la narrazione dia una grande importanza all’albero di Natale, sagoma iconica delle feste natalizie. Una sequenza al riguardo di Holy Wood Dust ha un tocco felliniano. La sommità di un gigantesco abete che viene trasportato in elicottero sui cieli di Roma, alla volta di San Pietro. L’albero è il simbolo della gioia della festa. Ma rimane un oggetto che poi, una volta esaurita la sua funzione, viene gettato via. Gli abeti oramai “inutili” piovono letteralmente dal cielo per strada. Rotolano in mezzo ai palazzi, vicino alla gente che cammina, come se avessero una vita propria. I camion che li caricano, tuttavia, ci riportano alla realtà.

La risposta, come in tutto il resto del cinema di Kossakovsky, la dobbiamo trovare noi. Tramite il suo sguardo cinematografico che rinuncia completamente al commento: gli unici dialoghi sono per bocca di Mancuso e ci danno le informazioni basilari per comprendere quello che vediamo. Non c’è bisogno di tanto per avvicinarsi alla natura.
Per Kossakovsky «nel documentario posizionare la telecamera è una decisione etica, non solo estetica. Basta solo mettere la telecamera e guardare. Dove metti la telecamera, come componi, come inquadri è un grande test. Ecco perché per me il documentario è più interessante della fiction. Perché nella fiction devi comunque ascoltare una storia che ti viene raccontata. Nel documentario entri tu stesso, perché usi i tuoi occhi. Abbiamo un enorme computer dentro il nostro cervello: usando solo gli occhi leggiamo immediatamente chi abbiamo di fronte. Lo stesso vale per il cinema.»
C’è la speranza che, grazie alla percezione di qualcosa di reale e tangibile, si possa effettivamente cambiare.
