Tra antiche cisterne, cunicoli e tracce di una città millenaria, un giardino cresce senza pioggia e senza sole: è uno degli aspetti più sorprendenti della visita a Napoli Sotterranea, un viaggio nel sottosuolo partenopeo che unisce geologia, storia, gestione dell’acqua e sperimentazione botanica.
C’è una Napoli che non si vede passeggiando per le sue strade. È una città nascosta, scavata nella roccia e modellata dall’uomo nel corso di oltre duemila anni. Per raggiungerla bisogna scendere sotto il livello della strada, lasciando progressivamente alle spalle il traffico, la luce e i mille rumori del centro storico partenopeo.

A circa 30-40 metri di profondità, la temperatura rimane intorno ai 16-18 gradi e l’ambiente cambia completamente. Qui la storia incontra la geologia e, in un punto particolare del percorso, anche la botanica.
È il mondo di Napoli Sotterranea, nato dallo sfruttamento del tufo e trasformato nei secoli in un gigantesco sistema di cavità, cisterne e cunicoli.

Il paesaggio nascosto sotto la città
La storia comincia molto prima della nascita di Napoli. Il tufo che costituisce gran parte del sottosuolo cittadino, infatti, è un materiale vulcanico, prodotto dalle eruzioni della caldera flegrea circa 12 mila anni fa.
Fu proprio questa roccia relativamente facile da lavorare a permettere ai Greci, intorno al 470 a.C., di scavare il sottosuolo per ricavare il materiale necessario alla costruzione di Neapolis.

Da quelle attività estrattive nacquero le prime cavità. Nei secoli successivi gli spazi vennero ampliati, collegati e trasformati in un sistema destinato alla raccolta dell’acqua. Le cisterne furono così integrate in un acquedotto che arrivò a svilupparsi per centinaia di chilometri.
Durante la visita a Napoli Sotterranea, oggi, si passa da una cisterna all’altra, seguendo un percorso che permette di comprendere quanto il sottosuolo fosse parte integrante della vita della città.

Un vero e proprio paesaggio ipogeo, costruito dall’uomo ma condizionato dalle caratteristiche naturali della roccia e del microclima.
La presenza dell’acqua è ancora oggi uno degli elementi più suggestivi della visita. Alcune cisterne sono state nuovamente allagate per mostrare concretamente come funzionasse l’antico sistema di approvvigionamento, un modo efficace per capire come questa fondamentale risorsa sia stata per secoli raccolta, conservata, gestita e distribuita sfruttando le caratteristiche del sottosuolo.

Un ecosistema senza sole
Poi, quasi inaspettatamente, nel buio delle cavità compare il verde. A 35 metri di profondità si trova il Giardino Ipogeo, un progetto di sperimentazione botanica avviato alla vigilia dell’Expo 2015, prima sotto forma di orti e poi dedicato a svariate tipologie di piante.
L’idea parte da una domanda semplice ma tutt’altro che banale: come possono crescere le piante in un ambiente completamente diverso da quello tradizionale?

Da un lato, il sottosuolo offre un ambiente protetto e relativamente stabile: qui non ci sono piogge, smog, polveri sottili o forti escursioni climatiche. Anzi: temperatura, umidità dell’aria e del terreno, pH e altri parametri del microclima vengono rilevati regolarmente e messi in relazione con le condizioni climatiche esterne.
Le piante, però, hanno un problema evidente: sottoterra non arriva la luce del sole. Per questo la luce naturale viene sostituita da speciali lampade che consentono di fornire alle piante l’energia necessaria alla fotosintesi. L’acqua, invece, non viene fornita attraverso una normale irrigazione: l‘elevata umidità dell’ambiente contribuisce a creare le condizioni necessarie alla crescita.
Il risultato è straniante: a decine di metri sotto una delle città più dense e vivaci d’Italia, un piccolo giardino cresce nel silenzio della roccia.

Il progetto è stato concepito come un micro-laboratorio aperto anche a studenti, ricercatori universitari e botanici. L’obiettivo è studiare il comportamento delle colture in condizioni microclimatiche differenti da quelle esterne e comprendere come i diversi parametri ambientali possano influenzarne lo sviluppo.
Dal rifugio di guerra al turismo sotterraneo
Il sottosuolo napoletano ha conosciuto anche momenti drammatici. L’antico acquedotto venne infatti progressivamente abbandonato e chiuso alla fine dell’Ottocento, anche in relazione all’epidemia di colera che colpì pesantemente la città. Durante la seconda guerra mondiale, invece, le cavità tornarono a essere utilizzate: migliaia di persone vi trovarono rifugio dai bombardamenti.

A Napoli caddero circa 26 mila bombe e molti pozzi di collegamento con la superficie furono cementati per evitare che potessero diventare pericolosi punti di accesso per le esplosioni. Rimasero aperti soltanto alcuni pozzi situati all’interno delle chiese, nella speranza che questi edifici venissero risparmiati.
Anche questo è un elemento che contribuisce a trasformare la visita in un viaggio nella storia ambientale della città: lo stesso spazio è stato, in epoche diverse, cava, acquedotto, luogo di lavoro, rifugio e oggi percorso di conoscenza e ricerca.

Per chi vuole spingersi ancora più dentro il sottosuolo, infine, c’è un passaggio facoltativo particolarmente suggestivo: un cunicolo lungo circa 80 metri e largo appena 50 centimetri, esperienza che permette di percepire fisicamente la natura del luogo, nonché di ammirare alcuni tra gli spazi più affascinanti dell’intero percorso.
Napoli Sotterranea, quando il sottosuolo torna alla luce
La visita guidata di Napoli Sotterranea prosegue poi in superficie, con un’ultima, interessante curiosità storica. In vico Cinquesanti si entra infatti nei resti di un teatro romano inglobato negli edifici della città moderna. Un’altra testimonianza della stratificazione di Napoli, dove epoche diverse non si sostituiscono completamente l’una all’altra, ma continuano a convivere.

E anche qui arriva il finale a sorpresa, con un ritrovamento che rappresenta il “colpo di scena” conclusivo del percorso, con le pietre e i mattoni dell’antico teatro che sorreggono abitazioni, stanze, mobili.
Napoli Sotterranea è -pertanto- un esempio di turismo sostenibile all’interno di un ambiente creato e modificato dall’uomo, dove il patrimonio viene valorizzato attraverso la conoscenza.

Il percorso racconta infatti la storia geologica del territorio, l’uso delle risorse naturali, la gestione dell’acqua, le trasformazioni urbane, gli effetti della guerra e una sperimentazione contemporanea sulla coltivazione.
Decidere di scendere nelle viscere di Partenope significa quindi molto più che visitare una cavità. È attraversare una città nascosta e osservare come, nel corso dei secoli, l’uomo abbia scavato, trasformato, utilizzato e infine riscoperto il proprio sottosuolo.
[Foto di @Francesco Rasero]
