Lorenzo Barone ha concluso il progetto Dust, ripercorrendo in sei mesi, da solo e senza mezzi motorizzati, il viaggio della polvere del Sahara che fertilizza l’Amazzonia.
Circa sei mesi (167 giorni) trascorsi in solitaria viaggiando in bici, in barca a remi e a piedi, passando per tre continenti e un oceano, sono bastati per Lorenzo Barone a completare il suo progetto “Dust – La Via della Sabbia”. Si tratta di un viaggio attraverso il Sahara, l’Atlantico, la foresta Amazzonica e le Ande, per seguire il percorso della polvere che fertilizza l’Amazzonia. L’organizzazione è durata un anno e mezzo e gli ha richiesto l’impiego di tutte le proprie energie e risorse.
Nato nel 1997 a Roma e cresciuto in Umbria, Lorenzo Barone non è nuovo a esperienze di questo genere. Dal 2015 ha percorso oltre centoventi mila chilometri usando la sola propulsione umana – la maggior parte dei quali in bicicletta – attraverso alcuni dei territori più remoti del mondo dai climi più ostili, come la Jacuzia e la Siberia, l’Islanda, l’Altopiano del Pamir in Tagikistan e Kirghizistan, la Mongolia, il Ladakh, il Borneo, e diversi stati dell’Africa. Per questo lo definiscono come “uno degli ultimi veri esploratori“.
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Il viaggio
La “Via della Sabbia” è iniziata a giugno dello scorso anno con una tappa preliminare di novecento-due chilometri percorsi in fatbike nel cuore del Sahara: la traversata della depressione di Bodélé, in Ciad. Lì, dove c’era un antico lago preistorico, il Mega Ciad, si trova oggi la più grande fonte di polvere del mondo, composta da alghe fossili (diatomee), che trasportata dal vento fertilizza la foresta pluviale dell’Amazzonia.
Trattandosi di un’area difficile da raggiungere, che richiede di affrontare temperature prossime ai cinquanta gradi e di attraversare zone con campi minati, Barone ha raccolto un campione di polvere da fare analizzare e confrontare con un altro prelevato successivamente in Sud America, per studiare l’interconnessione tra gli ecosistemi della Terra.
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A novembre è iniziata per Barone la prima delle quattro tappe continue: oltre tre mila chilometri in bicicletta da Barcellona alle coste della Mauritania. Dopo un periodo di fermo dovuto a problemi burocratici, è partito a dicembre con una barca a remi oceanica – lunga otto metri e larga uno e mezzo, acquistata di seconda mano – in direzione di Cayenne, nella Guiana Francese.
La traversata dell’Atlantico è durata trentasette giorni e mezzo ed è stata una novità per Barone, che in passato aveva navigato solo in kayak. Ha dovuto affrontare la nausea e le onde dell’oceano, che in un’occasione hanno fatto rovesciare la barca. Durante la traversata era connesso con il resto del mondo esclusivamente attraverso un dispositivo in grado di inviare e ricevere messaggi, oltre a un telefono satellitare «che ho riconsegnato con quasi tutto il credito disponibile».
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Nella terza fase, Lorenzo Barone ha attraversato la Guyana Francese, il Suriname e il Brasile in sella a una bicicletta acquistata «per due soldi» in un centro commerciale locale, percorrendo remote piste sterrate nel cuore della foresta. In Brasile ha percepito un impatto antropico sull’Amazzonia più forte rispetto alle altre zone del Sud America: «diverse aree erano incendiate».
Tra le difficoltà ci sono stati divieti burocratici – il piano originario prevedeva di navigare il selvaggio Rio Jatapu –, oltre a parassiti, malattie, e guasti meccanici alla bicicletta, come la rottura del perno di una ruota e del portapacchi, riparato sapientemente con mezzi di fortuna.
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Arrivato in Bolivia, Barone ha potuto cambiare bicicletta e attrezzatura in vista dell’ultima fase, attraverso i passi montani delle Ande. Ha percorso la “Ruta de la Muerte” a oltre quattromila-seicento metri di altitudine per arrivare a La Paz, dove si è fermato per acclimatarsi prima di dirigersi verso il deserto di Atacama, attraversare il Passo San Francisco e scalare l’Ojo del Salado, la seconda vetta più alta delle Americhe (in Cile), a quasi settemila metri di altezza.
Percorsi gli ultimi trecento chilometri in discesa, ha raggiunto le sponde dell’Oceano Pacifico vicino a Copiapó, concludendo il viaggio in centosessantasette giorni.
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Il rapporto con la natura e l’ambiente
Fin da piccolo, Lorenzo Barone è stato attratto dalla natura, gli piaceva giocare nei boschi vicino a casa in Umbria. All’età di diciotto ha iniziato a viaggiare per pura curiosità, «per vedere cosa ci fosse di là di quella frontiera, al di là di quella montagna o di quell’oceano».
Poi, il desiderio di immergersi in culture diverse lo ha spinto a uscire dall’Europa, mettendosi alla prova in ecosistemi sempre nuovi: «portando quel bosco dove passavo le giornate da bambino a essere i vari ecosistemi del mondo».
Con Dust, oltre a cimentarsi con nuovi mezzi di trasporto – «la bicicletta mi aveva dato la libertà, ma ultimamente mi limitava» –, Barone ha cercato qualcosa in più: seguire un flusso naturale, il viaggio delle polveri, aggiungendo una componente scientifica utile alla società.
Da questo progetto nasceranno un libro e un documentario. Continueremo a seguire Lorenzo e gli auguriamo il meglio per il futuro.
