Incendi boschivi 2026 da record in Europa e Italia: il WWF chiede di puntare sulla prevenzione e sulla gestione sostenibile dei territori.
È stata la mano dell’uomo a causare il cambiamento climatico e a innescare gran parte degli incendi boschivi che hanno sconvolto l’Europa in questo 2026. È nelle nostre mani il futuro del pianeta che ci invita a invertire la rotta, perché il clima sta cambiando rapidamente mentre i governi paiono troppo lenti nell’agire.
“È stata la mano dell’uomo” è anche il titolo del report pubblicato di recente dal WWF, che invita a un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche, “la prevenzione deve diventare il principale investimento nella lotta agli incendi, integrando gestione forestale sostenibile, pianificazione territoriale, tutela degli ecosistemi, coinvolgimento delle comunità locali, monitoraggio del territorio e aggiornamento e piena operatività dei Piani Antincendio Boschivo”.
“Ogni estate assistiamo allo stesso copione: territori devastati, comunità evacuate, biodiversità distrutta e costi economici enormi. Non possiamo più limitarci a rincorrere gli incendi e privilegiare la soppressione, la vera sfida è impedire che gli incendi diventino incontrollabili, intervenendo prima che si sviluppino. Il WWF auspica si possa celermente affrontare le criticità e ridurre le fragilità del sistema di prevenzione”, il commento di Edoardo Nevola, responsabile foreste del WWF Italia.
I numeri degli incendi
Il fuoco è uno dei simboli dello sviluppo della civiltà umana ma oggi rappresenta una pericolosa minaccia per gli ecosistemi, le comunità e le economie locali, a causa principalmente del cambiamento climatico e della crescente vulnerabilità dei territori.
Gli incendi boschivi degli ultimi anni sono profondamente diversi da quelli del passato, come dimostrano i numeri di questa estate letteralmente infuocata in Europa, che toccano sempre nuovi record e paiono consolidare un pericoloso trend. Sono oltre 300.000 le persone evacuate in vari Paesi europei, mentre si contano decine di vittime e centinaia di migliaia di ettari di territorio risultano ridotti in cenere, facendo segnare un aumento totale del 25% in Europa rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “Temperature più elevate, ondate di calore sempre più frequenti e siccità prolungate rendono la vegetazione estremamente infiammabile, favorendo roghi più rapidi, intensi e difficili da contenere anche con i mezzi più avanzati a disposizione”, comunica il WWF.
Alla base di tutto vi è il cambiamento climatico alimentato dall’uso dei combustibili fossili, che sta aumentando la frequenza e l’intensità delle condizioni favorevoli a questi incendi estremi, come dimostrato dalle evidenze scientifiche. Recenti analisi hanno evidenziato, ad esempio, che i roghi osservati in Francia e Spagna sono oggi più probabili proprio a causa del riscaldamento globale di origine antropica. “Affrontare questa sfida richiede quindi un duplice impegno: accelerare la riduzione delle emissioni di gas serra per limitare l’aggravarsi del rischio climatico e, allo stesso tempo, rafforzare le politiche di adattamento e prevenzione. Solo attraverso un approccio integrato sarà possibile contenere gli impatti degli incendi boschivi e proteggere persone ed ecosistemi in un clima che cambia sempre più rapidamente”, sostiene il WWF.
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Venendo ai numeri (dati aggiornati al 31 luglio 2026), in sette mesi in Italia sono andati in fumo 70.000 ettari, ovvero l’equivalente di circa centomila campi da calcio, con un aumento del 133% rispetto alla media degli ultimi venti anni. È fuori controllo pure il numero dei roghi, sono già oltre 300 quelli superiori a 30 ettari nel 2026, rispetto al valore medio di poco più di 100 negli ultimi venti anni.
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Come se non bastasse aumentano pure i mega-incendi, ovvero quelli estremi che superano tutti gli sforzi di controllo e attualmente rappresentano solo l’1,2% dei roghi ma ben il 65% dell’area bruciata. Le regioni più colpite sono Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, mentre circa il 28,2% della superficie bruciata è situata all’interno di aree protette.
La situazione è ancora più grave nel resto d’Europa: nei primi sette mesi del 2026, in Spagna ci sono già stati 380 incendi per un totale di 219.000 ettari andati in fumo (+ 390% rispetto alla media degli ultimi venti anni), mentre in Francia sono bruciati 91.000 ettari (+ 742%) nel corso di 323 incendi, con decine di vittime e oltre 300.000 persone costrette ad abbandonare temporaneamente le proprie case. Ampliando lo sguardo all’intera Europa, sono andati in cenere 435.000 ettari, ben 100.000 in più dello stesso periodo del 2025, il peggiore degli ultimi venti anni nel Vecchio Continente con un totale di oltre un milione di ettari bruciati.
Cause e conseguenze degli incendi boschivi nel 2026
Le cause dirette degli incendi boschivi in Europa sono prevalentemente di origine antropica (95%), con una quota significativa rappresentata dagli incendi dolosi ed un’altra componente rilevante correlata a negligenza, imprudenza o accidentalità. Per quanto riguarda invece i fattori predisponenti, ovvero gli elementi che determinano la facilità di sviluppo e diffusione di un incendio, un ruolo primario è svolto dalle condizioni climatiche, “temperature elevate, periodi prolungati di siccità e ondate di calore, aggravate dai cambiamenti climatici in corso, riducono il contenuto idrico della vegetazione rendendola più secca e quindi maggiormente combustibile. In tali condizioni il fuoco può propagarsi più rapidamente e raggiungere intensità più elevate”, si legge nel rapporto. Tra i fattori predisponenti rientra anche l’insufficienza e inadeguatezza della pianificazione forestale e territoriale, che trascura la prevenzione del rischio e l’adattamento del territorio ai nuovi scenari climatici.
Altri elementi che condizionano il comportamento degli incendi sono le caratteristiche morfologiche del territorio, la composizione della vegetazione e la struttura dei popolamenti forestali. Il rischio varia anche a scala paesaggistica, ad esempio un paesaggio organizzato a mosaico, dove si alternano boschi, coltivi, pascoli e zone umide, presenta generalmente una maggiore capacità di limitare la diffusione delle fiamme.
Le conseguenze degli incendi sono facilmente immaginabili, traducendosi in minacce per la salute e la sicurezza delle persone e in perdita di biodiversità. La scomparsa della vegetazione ha conseguenze anche sul suolo, aumentando il rischio di erosione, frane e fenomeni alluvionali. Gli incendi impattano inoltre sul cambiamento climatico aumentando il rilascio di gas serra in atmosfera, un fenomeno che alimenta un ciclo di retroazione. Infine vi sono le conseguenze economiche, poiché gli incendi provocano costi ingenti soprattutto se riguardano infrastrutture, attività produttive, aree agricole o proprietà private. Stando alle stime, una stagione media di incendi boschivi comporta annualmente perdite economiche comprese tra 13 e 21 miliardi di euro.
Prevenzione
La prevenzione, che comprende le misure tese a ridurre le cause di innesco e a rallentare la propagazione delle fiamme limitandone l’intensità, è chiamata a fare un passo in avanti di fronte a questi incendi estremi. Servono soluzioni che aumentino la resilienza dei territori e contribuiscano alla conservazione della biodiversità, all’adattamento ai cambiamenti climatici e allo sviluppo delle aree rurali. Fondamentale è la collaborazione tra silvicoltura, agricoltura e pianificazione territoriale, paesaggistica e socioeconomica, tramite il coinvolgimento di tutti gli interessati pubblici e privati, comprese le comunità locali. L’integrazione della prevenzione nella pianificazione territoriale “permette di adottare una visione d’insieme, rendendo possibile il perseguimento simultaneo di molteplici obiettivi, quali la tutela della biodiversità, la valorizzazione delle attività agricole e la riduzione del rischio di incendio”, spiega il WWF.
La prevenzione deve inoltre esser fondata sulle migliori conoscenze scientifiche a disposizione, senza trascurare l’utilizzo delle nuove tecnologie. Per quanto riguarda quella diretta, centrata sui fattori predisponenti, una delle misure più efficaci è la selvicoltura preventiva, che mira a rendere i popolamenti forestali più eterogenei nella composizione e nella struttura, aumentando le discontinuità verticali e orizzontali della vegetazione e riducendo il carico di combustibile vegetale tramite interventi strategici.
“Tra gli interventi concreti rientrano, ad esempio, il diradamento di boschi eccessivamente densi, l’avviamento all’alto fusto dei cedui invecchiati, la gestione della vegetazione erbacea e arbustiva nelle aree prossime a infrastrutture e insediamenti urbani e la rinaturalizzazione di rimboschimenti artificiali di conifere mediante l’introduzione di latifoglie autoctone”.
Al di fuori delle aree forestali, la prevenzione deve invece puntare a mantenere o ricostruire il già citato paesaggio a mosaico, “sistemi agroforestali e pratiche agropastorali possono infatti ridurre la continuità del combustibile vegetale, rendendo il paesaggio meno vulnerabile agli incendi”, si legge nel rapporto.
Svolgono un ruolo fondamentale anche gli ecosistemi di acqua dolce (zone umide, torbiere, habitat ripariali e ambienti costieri), che dovrebbero essere opportunamente tutelati o ripristinati, così come le praterie ricche di biodiversità. Tra gli strumenti di prevenzione rientrano anche la realizzazione di viali tagliafuoco e l’impiego del fuoco prescritto, due interventi che devono però essere correttamente pianificati e applicati con criteri rigorosamente scientifici. Infine, serve una particolare cautela anche per la rimozione del legno morto, poiché quest’ultimo è fondamentale per la conservazione della biodiversità, lo stoccaggio del carbonio e il mantenimento dell’umidità e fertilità del suolo.
In tema di prevenzione indiretta è utile in primis la formazione e sensibilizzazione della popolazione e delle categorie coinvolte (agricoltori, allevatori, gestori forestali, professionisti del settore).
La comunicazione dovrebbe porre più attenzione alla cultura della prevenzione ma da sola non basta: fondamentale è il coinvolgimento attivo delle comunità locali nella pianificazione e gestione del territorio, così come sono importanti i processi partecipativi che includono cittadini e portatori d’interessi (ad esempio le fire-smart communities). Infine, la prevenzione indiretta richiede una forte collaborazione tra enti e istituzioni e una maggiore cooperazione tra soggetti pubblici e privati. In generale, affinché sia efficace, la prevenzione richiede risorse economiche adeguate, “un riequilibrio degli investimenti a sostegno della gestione preventiva del territorio e della sensibilizzazione della popolazione migliorerebbe l’efficacia complessiva delle politiche di contrasto agli incendi”, spiega il WWF.
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Richieste
Il rapporto si conclude con le dieci richieste chiave del WWF rivolte alle istituzioni, che invitano ad agire subito vista l’impreparazione attuale ad affrontare quest’emergenza ormai ricorrente.
L’organizzazione ambientalista invita dunque a: investire maggiormente nella prevenzione; integrare la prevenzione negli strumenti di pianificazione e governance del territorio; rafforzare il coordinamento istituzionale e la partecipazione degli stakeholder; assicurare una sorveglianza costante e capillare del territorio durante i periodi ad alto rischio; aumentare i divieti e le sanzioni per disincentivare atti dolosi e comportamenti irrazionali; coinvolgere, informare e sensibilizzare la comunità locale; sfruttare pienamente il supporto fornito dall’Unione europea; promuovere la pianificazione forestale e la certificazione come sistemi di prevenzione (solo il 10% della superficie forestale nazionale è certificata e solamente circa un quinto possiede un piano di gestione forestale); garantire un sistema omogeneo di analisi e monitoraggio del rischio (a partire dal catasto degli incendi boschivi) ed infine dare piena attuazione alla Strategia forestale nazionale in materia di incendi boschivi.
[Credits foto: Fachy Marín su Unsplash]
