Alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, George Clooney ha ritirato il Leone d’Oro alla carriera trasformando la conferenza stampa in un manifesto politico. Cachistocrazia, negazionismo climatico ed esperienza personale degli incendi: ecco perché il suo intervento è molto più di un discorso di circostanza
Ieri 2 settembre 2026, il Lido di Venezia ha aperto la sua 83ª edizione con una star che non ha bisogno di presentazioni. George Clooney, 65 anni, due Oscar, una carriera da attore, regista e produttore, è sbarcato alla Mostra per ritirare il Leone d’Oro alla carriera.
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Anche quest’anno e per l’ottavo anno consecutivo, eHabitat è al Lido di Venezia. Il nostro collaboratore Emanuel Trotto è accreditato all’83ª Mostra del Cinema per raccontare da vicino protagonisti, film e storie di uno degli appuntamenti più importanti del cinema internazionale.
Il Leone d’oro alla alla carriera e il discorso di Clooney
George Clooney, nell’accettare il premio, ha dichiarato: “Ho vissuto tantissimi momenti straordinari a Venezia. La Mostra è senza dubbio il mio festival preferito, e ricevere il Leone d’Oro è un onore immenso. Probabilmente significa anche che sto invecchiando, ma va bene così”.
Ma quello che avrebbe potuto essere un rituale celebrativo si è trasformato in qualcosa di molto più scomodo per i poteri che l’attore ha deciso di chiamare per nome. Clooney non ha parlato solo di cinema. Ha parlato di democrazia in crisi, di governi guidati da incompetenti e di un pianeta che brucia mentre i leader mondiali fanno finta di niente.
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Cachistocrazia: quando lo Stato è nelle mani dei meno qualificati
Sollecitato sulla scena politica statunitense, Clooney ha usato una parola che riassume l’intero suo intervento: cachistocrazia: «C’è una parola magnifica, *kakistocracy*, che indica un paese governato dalle persone meno qualificate. Credo che forse adesso abbiamo una cachistocrazia, ma ne usciremo» ha affermato davanti ai giornalisti.
L’attore ha puntato il dito contro l’amministrazione Trump, definendo il momento storico «sfortunato» — un eufemismo, ha precisato — e ha espresso vergogna per lo stato del governo americano. Ha ricordato il 1968, l’anno degli incendi nelle città, dell’assassinio di Martin Luther King e di Bobby Kennedy, per dire che anche da allora si è risaliti. Ma c’è una differenza fondamentale: nel 1968 il clima non era ancora una variabile che minacciava l’esistenza stessa della civiltà.
Il clima non è un’opinione: «La maggior parte dei potenti ha deciso che è una bufala»
È qui che il discorso di Clooney diventa rilevante per il pianeta. L’attore non si è limitato a una generica dichiarazione di buon senso ambientalista. Ha messo in fila i pezzi di un puzzle che pochi vogliono guardare nel suo insieme: la cachistocrazia e la crisi climatica sono la stessa faccia di una medaglia.
«Siamo in un momento in cui la maggior parte dei potenti ha deciso che il cambiamento climatico è una bufala e che la scienza non è reale». Questa frase, pronunciata durante la conferenza stampa, non è un’opinione di star. È una diagnosi politica precisa: quando i governi sono nelle mani di chi nega l’evidenza scientifica, l’emergenza climatica non viene solo ignorata — viene accelerata.
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Clooney ha poi sfidato i negazionisti con un argomento che disarma la retorica: «Mettiamo che tutti quelli che dicono che il cambiamento climatico è una cazzata abbiano ragione. La cosa peggiore che potrebbe succedere ripulendo l’ambiente è che crei milioni di nuovi posti di lavoro verdi, che renda l’aria migliore da respirare. Non c’è alcun argomento contro. È la parte più stupida di tutto questo .
L’estate che ha bruciato: Como, la Francia, la testimonianza diretta
Quello che rende il discorso di Clooney credibile non è solo la sua intelligenza politica. È l’esperienza personale. L’attore ha raccontato di essere stato a Como quest’estate, mentre i fuochi lambivano il lago. «C’erano incendi a Como. È stata un’estate straordinariamente secca e calda, ed è pericolosa» .
Non è retorica. Poche settimane prima del Festival, George e Amal Clooney erano stati costretti a evacuare la loro casa in Francia, a Brignoles, a causa degli incendi che hanno divorato il sud della Francia. La star scrisse anche al sindaco esprimendo preoccupazione per la comunità.
Clooney parla come chi ha visto le fiamme avanzare verso la propria casa e la propria famiglia. La sua è una testimonianza di climate witness, non di celebrità da red carpet.
Perché il messaggio di Venezia conta
Il discorso di Clooney a Venezia è importante per tre motivi concreti.
Primo, perché collega in modo esplicito crisi democratica e crisi climatica. La cachistocrazia non è solo un problema di etica politica: è un problema di sopravvivenza. Governanti incompetenti o negazionisti non possono gestire un’emergenza che richiede pianificazione decennale, sacrificio di interessi corporativi e ascolto della scienza.
Secondo, perché usa l’ironia come arma politica. L’argomento del «e se abbiamo ragione noi?» — ovvero, anche ammettendo che il clima non cambiasse, ripulire l’ambiente resta un vantaggio — è una leva retorica potente. Smonta la falsa dicotomia tra economia e ambiente, tra progresso e sostenibilità.
Terzo, perché cita la sua esperienza diretta. Clooney non parla di cose astratte e legate al presente. Il cambiamento climatico, lo sottolinea citando i fatti legati alla propria vita, non è una minaccia futura. È l’estate che brucia adesso.
Clooney ha anche parlato dei rischi dell’intelligenza artificiale per il giornalismo e per la distinzione tra vero e falso, oltre che della concentrazione della proprietà dei media nelle mani dei miliardari.
Clooney si è definito ottimista. «Non durerà per sempre», ha detto del negazionismo al potere. E ha aggiunto: «Prima o poi avremo governi che ci presteranno davvero attenzione».
[Credits Ph Jacopo Salvi Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia ]
