In Ghost Elephants, film Fuori Concorso a Venezia82, il Leone d’Oro alla Carriera Werner Herzog racconta gli elefanti fra scienza e mito.
«Abbiamo una grande mancanza di immagini adeguate. La nostra civiltà non dispone di immagini adeguate. Io credo che una civiltà sia condannata o che si estinguerà come i dinosauri se non riesce a sviluppare un linguaggio adeguato. Secondo me è una situazione molto drammatica. Per esempio, abbiamo scoperto che dei seri problemi minacciano la nostra civiltà, come problemi energetici, problemi ambientali. […] Però la gente non ha ancora capito che un problema della stessa entità è quello della mancanza di immagini adeguate. Per questo sto lavorando a una nuova grammatica di immagini.»
Queste parole di Werner Herzog chiudono il cortometraggio Werner Herzog Eats His Shoe del 1980 di Les Blank. Un documentario che racconta di una scommessa. Quella fra Herzog e il giovane regista Errol Morris: se quest’ultimo fosse riuscito a ultimare il suo film Herzog si sarebbe mangiato una scarpa. Una scommessa pagata. Un gesto goliardico e sciocco ma per Herzog necessario per portare avanti una visione dell’arte che ha un disperato bisogno di identificarsi in maniera concreta.

Il desiderio di comunicare di affrontare (anche con ironia) l’ignoto fanno parte del cinema di Herzog. A partire dall’identificazione completa nei protagonisti dei suoi film. Si pensi a Fitzcarraldo, protagonista dell’eponimo film (1981) incarnato da Klaus Kinski (1926 – 1991), l’uomo disposto a spostare le montagne per il suo sogno. Un uomo che Herzog, durante la lavorazione del film, valutò di interpretare lui stesso prima di contattare Kinski, il suo amico e nemico più caro. Compagno di avventure con cinque film girati.
Opere che valgono una vita intera. In cui i protagonisti affrontano il naturale ignoto senza preoccuparsi delle conseguenze. Uno sprezzo che Herzog analizza con un misto di ammirazione e di occhio critico. Sia nella finzione che nei documentari. Personaggi determinati ed ossessionati dai loro demoni e passioni. come Timothy Treadwell di Grizzly Man (2005), oppure come lo studioso e ambientalista sudafricano Steve Boyes. Quest’ultimo è il protagonista nel suo ultimo documentario, presentato Fuori Concorso alla 82° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, Ghost Elephants. La presentazione del film corrisponde anche a uno dei più importanti riconoscimenti della Mostra.
Durante la Cerimonia di Apertura della Mostra infatti, è avvenuta la consegna all’autore di Monaco del Leone d’oro alla Carriera. Si tratta di un premio prestigioso che La Biennale assegna dal 1971 agli autori che hanno profondamente segnato la storia del cinema: da Steven Spielberg, a David Lynch a Martin Scorsese. Il premio è arrivato dalle mani di Francis Ford Coppola. Le mani e la mente che hanno plasmato il cuore di tenebra del Vietnam con Apocalypse Now (1979).

Idealmente si torna, con Ghost Elephants alla culla del romanzo di Joseph Conrad, l’Africa. Anche questo documentato, targato National Geographic, è la storia di una ricerca, quella di elefanti. Creature che altrimenti albergano fra l’immaginario collettivo e la scienza.
Un dialogo continuo fra il primordiale e l’immaginario occidentale avviene fin dalle prime immagini. Vediamo dei boscimani che imitano gli elefanti: le movenze, la camminata pesante, i barriti. Subito dopo guardiamo negli occhi un elefante, ma è il modello a grandezza naturale conservato allo Smithsonian Museum di Washington DC. Riproduce Henry, il più grande elefante africano mai visto, ucciso nel 1955. Un animale di oltre tredici tonnellate il cui abbattimento rappresenta il conflitto fra l’uomo e l biodiversità.
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Boyes ammira questo enorme modello. Di fronte a esso esprime il desiderio andare in Angola nei territori dove viveva Henry. Il suo sogno è cercare i così detti “elefanti fantasma”. Sfuggenti e immensi, vivono su un altopiano dove partono i principali fiumi del continente, dal Congo allo Zambesi. Questi elefanti potrebbero essere discendenti di Henry, ultimi baluardi di una dinastia perduta.
Gli elefanti si nascondono, sfuggono dallo sguardo, arrivando a diventare un sogno per cui lo stesso Boyes sarebbe disposto a rinunciare al ritrovamento. È meglio sognarli che vederli questi animali. Pure lo spettatore è invitato a farlo, tramite riprese sfuggenti. Essi o sono sfocati all’orizzonte, o vediamo zampe e proboscidi immerse nell’acqua, o occhi che brillano nelle tenebre nelle immagini catturate dalle fototrappole.

Nella nostra società è atavica la fame di immagini: tante, troppe, ma fondamentalmente inutili. L’incarnazione di un futile senza commento che, invece Herzog non ignora. Egli racconta la caccia indiscriminata da parte dei militari durante il conflitto in Angola (1975 – 2002); la stessa vista nel controverso documentario Africa Addio (1966) di Gualtiero Jacopetti e Francio Prosperi. L’apice più drammatico è la foto del maestoso Henry accasciato su un servizio di due pagine su una rivista sportiva.
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Un conflitto fra immagine e la sua riproduzione che, in Ghost Elephants, ha una soluzione nel misticismo africano. E la chiave inoltre per salvare gli elefanti. Per potersi addentrare nei territori degli elefanti fantasma, Boyes e i suoi si sono rivolti al re del popolo dei Nwangala per ottenere la sua benedizione. Egli ha interrogato gli antenati, discendenti da un elefante che si è fatto uomo. Costoro hanno dato il loro benestare. Gli elefanti si faranno vedere solo se gli antenati lo consentono. Nelle radici, nella culla della razza umana, fra gli ultimi popoli, per Herzog c’è una possibile soluzione. Da andare a ricercare, ma che si può anche non vedere ma solo sognare.
