Il buco dell’ozono nel 2025, come confermato dal Bollettino della WMO, è stato tra il quarto e il quinto più piccolo da quando si registrano gravi fenomeni di riduzione
L’ozono atmosferico, che si trova per circa il 90% nella stratosfera, protegge la vita sulla Terra bloccando le nocive radiazioni ultraviolette (UV) a onda corta provenienti dal Sole. Messo fortemente a rischio da alcuni composti chimici utilizzati dall’uomo, lo strato di ozono ha iniziato ad assottigliarsi pericolosamente dai primi anni Ottanta, tanto che nel 1987 fu firmato il Protocollo di Montreal, un trattato internazionale teso a contenere i livelli di produzione e consumo delle sostanze dannose per la fascia d’ozono stratosferico (halon, tetracloruro di carbonio, clorofluorocarburi, idrofluorocarburi, tricloroetano, metilcloroformio, bromuro di metile, bromoclorometano).
Fortunatamente iniziano a giungere buone notizie, poiché nel 2025 il ciclo di riduzione dell’ozono antartico è stato uno dei meno gravi degli ultimi due decenni, testimoniando così il successo dell’azione internazionale intrapresa circa un trentennio fa. Lo scorso anno il buco dell’ozono è stato tra il quarto e il quinto più piccolo da quando, nel 1992, sono stati osservati gravi fenomeni di riduzione dell’ozonosfera. Per il secondo anno consecutivo, inoltre, sia la profondità sia l’estensione del buco dell’ozono sono risultate significativamente inferiori alla media del periodo 1990-2010.
Tali esiti emergono dal Bollettino sull’ozono e i raggi UV dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), un aggiornamento scientifico di cadenza annuale che valuta lo stato di salute dello strato di ozono e le tendenze delle radiazioni UV, evidenziando i progressi, le sfide poste dagli eventi estremi e la necessità di un continuo monitoraggio e di interventi politici.
Sulle risultanze del Bollettino pubblicato il 16 settembre, in occasione della giornata mondiale dell’ozono, è intervenuto il segretario generale della WMO, Celeste Saulo: “Questa è una storia di successo ambientale. Dal 2000, lo strato di ozono si sta riprendendo e possiamo aspettarci un recupero completo entro pochi decenni”.
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Per questo lavoro la WMO si serve della rete GAW (Global Atmosphere Watch), capace di fornire le osservazioni da terra – di alta qualità – dell’ozono totale nella colonna atmosferica, cruciali per monitorarlo e per comprendere i cambiamenti a lungo termine.
Lo stato dello strato di ozono nel 2025
Lo spessore dello strato di ozono, noto come ozono totale di colonna, è espresso in unità Dobson (DU). Un’unità DU corrisponde a 0,01 millimetri di colonna totale di ozono. L’ozono varia geograficamente e nel tempo in virtù del trasporto atmosferico e di un equilibrio tra la continua produzione e la distruzione da parte di processi chimici. “La perdita di ozono dovuta a sostanze antropogeniche che riducono lo strato di ozono gioca un ruolo importante nei cambiamenti a lungo termine dell’ozono su scale temporali decennali e nella formazione dei ‘buchi dell’ozono’ polari primaverili. Questa grave riduzione dell’ozono primaverile richiede le giuste condizioni meteorologiche, che si verificano quasi ogni inverno australe sopra l’Antartide, ma solo ogni 5-10 anni nell’emisfero settentrionale (NH)”, si legge nel Bollettino.
Nel 2024 e 2025, l’ozono totale della colonna atmosferica è stato superiore alla media (anomalie positive) su gran parte dell’emisfero australe (SH), grazie a un’attività relativamente intensa di moto ondoso planetario, con conseguente aumento del trasporto di ozono verso i poli e piccoli buchi dell’ozono antartico. Nell’emisfero boreale (NH), invece, la concentrazione totale di ozono nella colonna atmosferica nel 2025 è risultata inferiore alla media (anomalie negative) in un’ampia regione che si estende dalla Groenlandia e dall’Europa all’Asia centrale, al Giappone settentrionale e alla penisola di Kamchatka. “Queste anomalie negative nell’emisfero settentrionale sono state causate da un debole trasporto verso i poli e da un forte vortice invernale artico nei mesi di gennaio e febbraio 2025, che hanno provocato una significativa riduzione chimica dell’ozono e una concentrazione totale di ozono molto bassa nei mesi di febbraio e marzo sull’Eurasia”.
Filtra comunque ottimismo dalle analisi di osservazioni a lungo termine, che dimostrano l’arresto del declino dello strato di ozono grazie soprattutto all’attuazione del Protocollo di Montreal e dei suoi emendamenti. La ripresa sta avvenendo dal 2000 con variazioni annuali sovrapposte, anche se serviranno ancora alcuni decenni per un recupero completo.
Per quanto riguarda lo stato dell’ozono antartico, nel 2025 la profondità e l’estensione del buco è risultata significativamente inferiore alla media del periodo 1990-2010. Il deficit massimo di massa di ozono (OMD) è stato di 36,7 milioni di tonnellate il 29 settembre, oltre il 25% in meno rispetto alla media del periodo sopra indicato. In merito all’andamento, sempre nel 2025 lo sviluppo giornaliero del buco dell’ozono è iniziato normalmente a metà luglio. “Un inizio relativamente precoce dell’esaurimento dell’ozono è stato osservato alla fine di agosto, mentre i tassi di esaurimento dell’ozono di picco sono stati osservati all’inizio di settembre, molto prima nella stagione rispetto agli anni precedenti. Infatti, i valori di OMD a ottobre – quando di solito si osservano i picchi – erano ben al di sotto dell’intervallo storico 1990-2010. Poco dopo questo massimo, una serie di eventi ondulatori su scala planetaria a metà settembre ha innescato rapidi aumenti di temperatura in tutta la bassa stratosfera antartica. Questi eventi di riscaldamento hanno effettivamente rallentato l’impoverimento dell’ozono stratosferico per il resto della stagione. Questo impoverimento primaverile inferiore alla media nel 2025 – così come nel 2024 – segna una netta rottura con i buchi dell’ozono eccezionalmente profondi e duraturi registrati tra il 2020 e il 2023”, si legge nel Bollettino.
Più in generale, le osservazioni del 2024 e 2025 si allineano al previsto declino a lungo termine dell’impoverimento dell’ozono stratosferico, strettamente correlato alla diminuzione dei livelli atmosferici delle sostanze che riducono l’ozonosfera.
La Giornata mondiale dell’ozono
Il 16 settembre di ogni anno la giornata mondiale dell’ozono celebra il Protocollo di Montreal del 1987, l’accordo internazionale che ha permesso l’eliminazione graduale dei composti chimici che riducono l’ozonosfera. “Azione globale per un pianeta più fresco” è stato il tema dell’edizione 2026, in occasione del decimo anniversario dell’emendamento di Kigali, che è riuscito ad ampliare la portata del Protocollo di Montreal dividendo i 197 Paesi sottoscrittori in tre gruppi, al fine della progressiva eliminazione degli idrofluorocarburi (HFC). Quest’ultimi, impiegati principalmente nelle tecnologie di raffreddamento di uso quotidiano (frigoriferi, condizionatori d’aria ecc.), negli spray come agenti propulsori e in apparecchiature mediche e industriali, sono stati ampiamente introdotti in sostituzione dei clorofluorocarburi (CFC) e, pur non danneggiando lo strato di ozono, si sono rivelati potenti gas serra che in molti casi intrappolano una quantità di calore migliaia di volte superiore a quella dell’anidride carbonica, pur rimanendo nell’atmosfera per un periodo di tempo molto più breve.
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“Negli ultimi quarant’anni, le misurazioni atmosferiche hanno dimostrato una significativa riduzione delle concentrazioni di sostanze controllate che riducono lo strato di ozono. Tuttavia, si sono verificate emissioni inattese, ad esempio di CFC-11 (fino al 2018) e HFC-23. Per questo motivo, il monitoraggio atmosferico rimane essenziale per supportare azioni normative mirate da parte delle autorità nazionali”.
Il Bollettino sull’ozono ha posto l’attenzione pure sulle criticità del sistema di osservazione, tradizionalmente basato in primis su spettrofotometri Dobson e Brewer. Le stazioni attive sono progressivamente diminuite di numero – da circa 130 all’inizio degli anni 2000 a 110 oggi – facendo registrare molte chiusure in aree dove le osservazioni sono più scarse, mentre gli spettrometri a matrice di nuova generazione si sono diffusi rapidamente ma tendono a concentrarsi più sulle misurazioni delle qualità dell’aria che sul monitoraggio dell’ozono stratosferico.
Le radiazioni UV
Già a partire dalla metà degli anni Ottanta, il monitoraggio delle radiazioni UV superficiali è diventato un tema centrale della ricerca scientifica, proprio a causa dei cambiamenti nell’ozonosfera con conseguente potenziale aumento delle radiazioni UV a livello del suolo e relativi effetti negativi sulla salute umana.
L’indice UV, sviluppato per monitorare l’impoverimento dello strato di ozono, oggi funge da standard sanitario internazionale per la protezione dai raggi UV. “Sebbene siano stati compiuti progressi sostanziali nella lotta all’impoverimento dello strato di ozono, le misurazioni degli ultimi decenni mostrano un aumento significativo del numero di giorni con valori elevati dell’indice UV”, commenta la WMO.
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Oltre a questo incremento abbiamo assistito anche a un notevole aumento della dose annuale di raggi UV e a una maggiore frequenza di valori elevati dell’indice UV, soprattutto in primavera e all’inizio dell’estate. Dalla metà degli anni Novanta le radiazioni UV sono aumentate significativamente in tutta Europa, principalmente a causa della riduzione della copertura nuvolosa e, in misura minore, dei cambiamenti nella concentrazione di aerosol. L’elevato indice UV e la maggiore esposizione ai raggi UV aumentano il rischio di tumore alla pelle e di altre malattie correlate nelle popolazioni esposte.
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“Alla luce di questa tendenza, misure di protezione dai raggi UV mirate ed efficaci rivestono un’importanza fondamentale. Un elemento chiave in tal senso è la conoscenza dell’intensità attuale dei raggi UV, espressa dall’indice UV”, si legge nel Bollettino. Quest’ultimo è fornito da modelli basati su dati satellitari e da misurazioni a terra. Le informazioni sull’indice UV attuale aiutano la popolazione a comprendere la necessità di misure di protezione dai raggi UV, applicandole e integrandole nella vita quotidiana.
Gli spettro-radiometri e i radiometri a filtro a banda larga sono i principali strumenti terrestri utilizzati per misurare l’irradianza UV e calcolare l’indice UV. I primi, di elevata precisione, risultano però ancora troppo costosi e necessitano di un largo impiego di manodopera, mentre i secondi sono più economici e facili da utilizzare, tanto che possono essere impiegati anche da Comuni, scuole o utenti privati. Il monitoraggio UV è chiamato ora a compiere progressi e a colmare alcune carenze attuali. “I valori dell’indice UV, misurati in modo affidabile, dovrebbero essere accessibili a tutti, sempre e ovunque. I moderni radiometri a banda larga autonomi rendono ora ciò possibile in tutto il mondo”, scrivono gli autori del Bolletino.
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