Le città di pianura, il film di Francesco Sossai trionfatore ai David di Donatello 2026 è un viaggio tra la nostalgia della provincia veneta e l’arte del “capriccio”, dove il cemento incontra la poesia del paesaggio marginale
Il “capriccio” nel mondo dell’arte, per esser più precisi nella pittura, consiste nel comporre elementi architettonici e paesaggistici reali insieme ad elementi immaginari. Oppure avvicinando edifici esistenti posti a grande distanza l’uno dall’altro e dare libertà all’invenzione e alla fantasia architettonica. Lavora sul contrasto tra realtà e invenzione, un assemblaggio oltre i vincoli spaziali. Uno dei maestri è Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto (1697 – 1768). Celebri sono le sue visioni delle rovine romane immaginifiche e scorci di Venezia e dintorni estremamente curati. Non è il solo. Sono tanti gli autori e i pittori che hanno raccontato a modo loro i territori natii. Tutti in comune mostrano la capacità di accostare il lontano al vicino, creando un tutt’uno. Avvicinando quell’ultimo tratto di Pianura Padana con la laguna: accorpando città e centri minori in una mischia omogenea e riconoscibile.
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Questa suggestione è richiamata nel film Le città di pianuradi Francesco Sossai. Dopo essere stata presentata nella sezione Un Certain Regard del 78° Festival di Cannes, la pellicola è stata distribuita in sala a partire dal 25 settembre scorso per Lucky Red e dal 9 gennaio sulla piattaforma MUBI. Le città di pianura ritorna in sala dall’8 maggio dopo il trionfo alla 71^ edizione dei David di Donatello. Ha vinto infatti otto statuette fra cui quella per Miglior Film e Miglior Regia. Questi riconoscimenti non solo verso il film ma anche per un cinema italiano capace nuovamente di raccontare l’Italia profonda, la provincia, il paese marginale lontano dal caos metropolitano.

Il Veneto è il protagonista del film. Del capoluogo si vede poco: soprattutto della laguna che si affaccia su Marghera. Quella realtà quasi autonoma rispetto alla città, una pianeta come recita il titolo del documentario di Andrea Segre, Il pianeta in mare – presentato Fuori Concorso a Venezia76. Un titolo che sottolinea la distanza tra Marghera, la città storica e la moltitudine di realtà che compongono il Veneto. Una galassia di mondi diversi.
Da una parte la città lagunare, dall’altra le vaste campagne con le città grandi e piccole — Mestre, Treviso, Verona, e tanti altre. Ed è proprio in uno di questi piccoli centri che si svolge il cuore della storia. Le città di pianura è tante cose: è un road movie, una storia di formazione, una commedia esistenziale che cerca il non detto. I dialoghi non sembrano quasi mai battute scritte e recitate: sembrano buttate lì, quotidiane. Escono dalla bocca di personaggi che potremmo incontrare ogni giorno, anche il signore un po’ avvinazzato al bar di paese.
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Sossai ci invita a fermarci su due di questi signori. Sono Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla). Due uomini di mezza età che sono tali solo anagraficamente. Sono rimasti fermi a trent’anni prima. Allora erano un trio e il terzo, soprannominato Genio (Andrea Pennacchi), era fuggito in Argentina prima della crisi economica del 2008.

La Storia colpisce anche queste piccole realtà. Come la fabbrica di occhiali dove i tre hanno lavorato per anni. Rivendendo i prodotti scartati, hanno messo su una piccola fortuna che Carlo e Doriano hanno presto dilapidato. La bella macchina comprata allora, adesso ha la carrozzeria logora e di diversi colori. È il loro mezzo per muoversi in notti immersi nella routine e nella nostalgia. Sono alla ricerca di quella chiamata in veneto l’ultima, il bicchiere della staffa.
La ricerca diventa il pretesto per partire per un viaggio che li porterà a incontrare Giulio (Filippo Scotti). È un giovane studente di architettura dal comportamento austero e distante, che non beve nemmeno il caffè perché gli fa male. Giulio appare inizialmente estraneo. Eppure viene preso sotto l’ala de due uomini e accompagnato in un percorso che si intreccia con il ritorno di Genio in Italia. Si ritrovano a esplorare la provincia e a cercare loro stessi. Si vede una regione cambiata, una trasformazione sensibile rispetto al passato, dove case fatte di blocchi di cemento che litigano con ville decadute.
Un conte in rovina si oppone al cavalcavia che minaccia il suo giardino. Nella sua villa in cui i tre incappano nel loro peregrinare c’è un affresco della scuola del Veronese. Si tratta di un capriccio che cattura l’attenzione di Giulio. Questi ammira il passato e fotografa gli edifici in cemento – alcuni con dei trompe d’oeil sbiaditi sulle pareti. È affascinato dal contrasto tra la leggerezza delle aperture, delle finestre, e la pesantezza del cemento. Il vuoto, la spinta all’esterno rappresenta un’architettura che rende lo spazio più meditativo e non solo funzionale.

Le città di pianura esplora il paesaggio come spazio della memoria. Come con la visita del Sacrario Brion, una tomba che serve a meditare più che a razionalizzare. Un edificio leggermente rialzato per elevare la percezione del territorio. Che non è altro che campi secchi e villette a schiera tutte uguali. Si parla del cambiamento di una regione in sineddoche che indaga il senso della vita come qualcosa che non si può conoscere a priori ma che va cercato.
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È un film lontano dal mainstream: una storia piccola che però è riuscita ad arrivare lontano perché parla di perdita. La ricerca di Carlobianchi, Doriano e Giulio non è necessariamente nel fondo dell’”ultima”, ma la speranza di trovare anche solo per poco un sapore diverso nella vita. Di micro faccende in microcosmi. Sguardi distratti su paesaggi che possono sembrare marginali ma che contengono poesia. Un modo di guardare sottovalutato dal quale si può imparare a vivere.
