In occasione dei suoi 25 anni ritorna in sala “I nostri anni” il film partigiano di Daniele Gaglianone fra le montagne piemontesi.
Quando Francis Ford Coppola presentò, nel 1979, Apocalypse Now al Festival di Cannes, fece una dichiarazione storica: «Il mio film non è un film sul Vietnam. Il mio film è il Vietnam». La guerra per Coppola non era semplicemente un conflitto generazionale, ma rappresentava una prigione dai confini indefiniti. È una condizione che si porta addosso anche a distanza di anni: una prigione della memoria e dello spirito in stordimento.

Apocalypse Now dimostra anche quanto la sensazione data dal racconto conti più del racconto stesso. Come può avvenire visionando vecchi filmati d’archivio o ascoltando le testimonianze. Come quelli che riguardano la Resistenza italiana. Cercano di definire i confini di una gabbia temporale. L’essere fermi in quel momento, nonostante tutto sia finito.
Questo è ben presente ne I nostri anni (2000) di Daniele Gaglianone al suo film d’esordio. Lo diresse a 34 anni, un’età in cui il suo ricordo della guerra non è legato al vissuto personale. «Credo sia un film che, nella sua semplicità, travalica i confini spazio- temporali» Ha dichiarato il regista. «È figlio di un’epoca, certo, e anche della mia esperienza all’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, dove ho conosciuto molte persone che avevano vissuto quell’esperienza.» Le sensazioni di quelle esperienza, possono diventare parte di te.

Presentato in Concorso al 18° Torino Film Festival e alla Quinzane des Réalisateurs di Cannes nel 2001, è stato restaurato lo scorso anno in 4k dal Museo Nazionale del Cinema assieme a Kio Films. In questa nuova veste dal 3 aprile, partendo da Torino, uscirà in circa venti città del Piemonte con Circuito Cinema Piemonte. Alla proiezione a Torino I nostri anni è stato presentato da Gaglianone assieme a Alessandro Gaido, presidente dell’Associazione Piemonte Movie e promotore del cinema sul territorio. Questo tour rappresenta, per Gaido, «una messa a sistema di una realtà che già esiste. […] Grazie alla collaborazione del Museo Nazionale del Cinema, della Film Commission Torino Piemonte e dell’AGIS, abbiamo strutturato meglio questo sistema. Vogliamo renderlo un piano continuativo secondo una visione almeno triennale.»
I nostri anni racconta la Resistenza non solo come il momento storico importante per l’Italia, ma anche come qualcosa che ha lasciato segni indelebili a chi è rimasto. È la storia di due uomini, Alberto (Virgilio Biei) e Natalino (Piero Franzo) che ricordano di quando erano giovani. In un periodo della vita in cui prima si agiva e poi si pensava alle motivazioni della lotta, vivendole sulla propria pelle. Dal cameratismo che univa l’Italia, alla vita difficile tra le montagne, nascosti e isolati per sfuggire al nemico.

Il nemico rimane impresso negli occhi e nella mente di questi uomini. In passato aveva un corpo, ora è un senso di colpa che non se ne va, qualcosa di sospeso. Come il non essere stati in grado di fare di più, il timore di essere stati vigliacchi. È un peso che rimane. Li spinge, nonostante siano passati decenni, a isolarsi dal mondo. Perché il mondo non li vuole ascoltare: muovono la bocca, ma le loro parole oggi non hanno significato. All’inizio del film vediamo Alberto in stazione che parla da solo. Quello che dice è coperto dai rumori dei treni. Egli non fa più parte di questo tempo.
Alberto si chiude in un ospizio dove, tra le sue pareti bianche e il suo parco, si muove in un ambiente che forse riesce a controllare. Quelle pareti sono confini gestibili e dominabili. Questi si muove sempre con il suo cappotto e cappello scuro, in un film fatto di scale di neri e grigi, dove non sembra esserci la speranza del bianco della luce. È un rimando a un passato irrisolto e a quel mondo montano quasi del tutto estinto.
Noi oggi non comprendiamo appieno la vita in montagna di quasi un secolo fa con le sue difficoltà. Non ne afferriamo il peso del ricordo, che passa anche attraverso la brutalità del sangue. L’odore di quello versato da una ferita diventa una sorta di madeleine dell’uccisione del maiale. Un’attività perduta nelle immagini d’archivio. Quel sangue diventa un mondo nel quale è possibile isolarsi.

Natalino, decide infatti di vivere tra i boschi, in una vecchia cascina, raccontando la sua storia a giovani documentaristi che lo vanno a trovare (dei riflessi di Gaglianone stesso). Natalino ha una prigione dai confini più ampi, con più consapevolezza. Con il tempo non si è stemperata la memoria, ma forse la rabbia sì. Se vedesse un nemico ora, non avrebbe neanche la voglia di prenderlo a calci. La democratica crudeltà del tempo è la sua maggiore consolazione.
Venezia 2019, Andrej Tarkovskij. A Cinema Prayer, la preghiera del cinema per gli uomini
Il trauma, la morte di compagni partigiani, avviene in una radura di betulle. Queste, rimandano cinefile alla foresta de L’infanzia di Ivan (1962) di Andrej Tarkovskij. Il bello che contrasta con l’orrore di un evento storico senza una precisa collocazione temporale. Poco importa se, storicamente, le betulle furono importate in Italia solo nel 1945. Si tratta del cinema e, di conseguenza, l’accuratezza storica conta fino ad un certo punto. Il punto è fare in modo che “i loro anni” diventino “i nostri anni”. E le sbarre di quella prigione possono allargarsi, fino a scomparire.
