La anatomía del los caballos in concorso al 43TFF racconta la lotta fra passato e presente dei Peruviani contro lo sfruttamento minerario
L’inquadratura da treno che avanza su dei binari attraverso un mercato gremito di persone. Ma queste si muovono all’indietro. Nel mentre sentiamo delle voci: «Il futuro è dietro di noi». «Dobbiamo cominciare da lì». Quello che va fatto deve essere fatto per chi viene dopo di noi. Quello che facciamo che ci definisce. Il tempo è quello che dà i giusti insegnamenti e le giuste lezioni.
Nella storia le rivoluzioni definiscono l’avvenire di un popolo: se il proprio sangue dovrà essere versato (in senso metaforico e non solo) deve esserlo per una valida ragione. Questo è il messaggio che ci vuole mandare il film La anatomía de los caballos. Con esso si passa tramite un percorso circolare in cui il passato e il presente si incrociano, accartocciandosi in un unico e insondabile presente. Il film è l’esordio al lungometraggio (dopo il medio Salir de aquí del 2019) del regista peruviano Daniel Vida Loche. È stato presentato in anteprima nel Concorso Lungometraggi al 43 Torino Film Festival. Un film in cui Loche vuole parlare del suo Paese, in una prospettiva che unisce sia il passato sia il presente. E, di conseguenza, si lega al futuro.

Il passato è di Ángel nel XVIII secolo, il presente di Eustachia e il futuro del popolo indio. Tutti e tre vengono visti in maniera distorta, come con la lente di un cannocchiale rotto ma che risulta ancora funzionante. È quello con cui Ángel guarda i soldati che accompagnano degli esploratori, da lontano, su di un’altura nel paesaggio delle pampas peruviane. Un posto in cui ci si deve muovere di soppiatto perché dei veri e propri nascondigli non ce ne sono. Ángel è un rivoluzionario che deve riportare a casa il fratello, ferito gravemente in uno scontro coi coloni.
Quest’ultimo sente la fine vicina, non solo la sua ma anche del mondo che lo circonda: le anatre nei laghi non volano più, non si vedono più i puma che cacciano. I lama e i cavalli non girano più liberi, ma sono mezzi da soma per chi sta esplorando quei territori. Gli spagnoli stanno mappando le terre, con l’aiuto di geografi e illustratori. Fanno misurazioni e disegnano i paesaggi in acquerello. Questi ultimi rimarranno la sola testimonianza di un paesaggio che non sarà più ignoto ma avrà dei nomi. Ci saranno punti in cui verrà stravolto con le voragini di future miniere per alimentare la corona spagnola. Ciò ha reso e renderà il Perù il Viceregno più ricco dell’impero coloniale di Re Carlo III di Borbone (1716 – 1788).
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Un messaggio appuntato su di una gamba mozzata appesa nella piazza del villaggio è il monito delle autorità contro i ribelli. Costoro sono destinati ad essere fatti a pezzi. Uno smembramento che rimanda all’oggi. Eustachia è una rivoluzionaria (a suo modo) in cerca di una sorella scomparsa, Sara. La gamba rimanda corpo non trovato della donna, sua gemella e suo riflesso, che si è osata ribellare alla locale compagnia mineraria. Questa avvelena le acque della comunità, uccide il bestiame o lo fa nascere deforme. Le patate crescono innaturalmente grandi, i figli si ammalano. La popolazione chiede alle autorità di intervenire. Al contrario costoro latitano nonostante le numerose promesse per essere eletti.

La gamba rappresenta il corpo di un popolo che non ha bisogno di riconoscimenti ufficiali. L’arto attraversa i secoli, dal XVIII arriva al XXI. Rimane la sola parte del corpo di Sara che viene effettivamente ritrovata. Eustachia la riconosce come sua, in quanto carne della sua carne e sangue del suo sangue. Loche stesso dichiara: «Le sue membra disperse sono le tracce di una rivoluzione frammentata che, sebbene mutilata, si rifiuta di morire. Lei incarna la rivoluzione stessa — una causa fatta a pezzi e dispersa — il cui corpo spezzato riflette come la lotta, sempre violenta, attraversi e colleghi tutte le epoche.». Sara/Eustachia e Ángel compaiono nei rispettivi sogni dell’altro.
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La loro è un’immagine sospesa, un sogno ribaltato e rifratto come la superficie dell’acqua. Un sogno che appartiene a tutti e che viene ereditato da chi se ne va a chi rimane. I defunti senza sepoltura, diventano divinità nell’aldilà. Questo chiede il fratello morente a Ángel e questi lo onora invocando gli avi ancestrali del suo popolo, danzando alla luce della luna.
Il sogno diventa realtà quando una meteora attraversa il cielo e lascia una voragine di acqua cupa. Un impatto che non è stato sentito o percepito. Se non nelle visioni di Ángel che vede Eustachia/Sara lontana in una altura fra due tralicci dell’alta tensione che spiccano sull’altopiano. Ángel si ritrova nel presente, in una festa commissionata dalla compagnia mineraria. Si muove senza curarsi delle automobili e degli abiti contemporanei. I balli tradizionali ora sono fatti per divertimento da danzatori con costumi sgargianti.

Ritrova la madre. Lo spazio tempo si è definitivamente infranto. Non è percepito realmente, non ci sono traumi. Non c’è molta differenza fra i due. La lotta degli indigeni oggi contro l’industria mineraria non è troppo differente da quella di Ángel. Lui viene dal 1781 quando gli operai delle miniere, guidati dall’indio Túpac Amaru II (1738 – 1781), si sono ribellati al Viceré di Spagna. Una rivolta soffocata nel sangue.
Una lotta che continua tutt’oggi. Il Perù è un paese ricco di risorse minerarie. Di conseguenza l’industria estrattiva è una parte importante della sua economia: in particolare minerali preziosi e industriali. Pur rappresentando una quota significativa delle esportazioni, la maggior parte delle miniere è di proprietà straniera e il Paese beneficia in minima parte di questa significativa ricchezza economica. Come dicono ad un certo punto di La anatomía de los caballos, il popolo è sfruttato e muore non per le conseguenze della meteora. Ma per qualcosa di più vicino ma che ha radici più lontane.
