Joaquin Phoenix torna al cinema con Eddington di Ari Aster. Una parabola grottesca dell’America (e non solo) ai tempi del COVID-19
Umberto Eco considerava Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas uno dei libri più mal scritti di sempre. Questa affermazione molto forte derivava dal fatto che Dumas veniva pagato a riga che scriveva. Quindi più allungava fino all’inverosimile un concetto, maggiore era il compenso. E, per questo, la sua narrazione si perde in numerose ellissi o che, come scrisse il filologo: «Scappa da tutte le parti.» Continua Eco: «Pieno di zeppe, spudorato nel ripetere lo stesso aggettivo a distanza di una riga, incontinente nell’accumulare questi stessi aggettivi, capace di aprire una divagazione sentenziosa senza più riuscire a chiuderla perché la sintassi non tiene».
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Lo stesso Eco si era prodigato in una riscrittura del romanzo eliminando tutte le lungaggini e snellire la prosa. Un esperimento che è più un mero esercizio intellettuale che di una reale rielaborazione della materia trattata. Infatti Eco interruppe il lavoro quasi subito. Tuttavia ha sempre ammesso che, il maggior difetto de Il Conte di Montecristo è contemporaneamente il suo pregio maggiore. Allo stesso modo al cinema la ridondanza visiva o la prolissità narrativa, possono essere considerati un eccesso di forma. Questi difetti si possono asciugare alla moviola oppure mantenuti per dare un significato ulteriore o un segnale di uno stile. E, di conseguenza, arricchire il racconto.

Nel cinema contemporaneo un regista che ha fatto di questa scelta narrativa uno stile è senz’altro Ari Aster. Classe 1986 è emerso come una delle nuove promesse dell‘horror dell’ultimo decennio, con il dramma a tinte esorcistiche Heredjtary – Le radici del male (2018) per poi passare al folk horror Midsommar – Il villaggio dei dannati nel 2019. Col tempo ha mostrato sempre più chiaramente qual è il filo rosso dei suoi film. Ossia il lato oscuro delle nevrosi alla Woody Allen in generi come l’horror. Le nevrosi dell’individuo sono causate e portate dall’ambiente familiare: è l’origine di tutte le gioie più grandi ma anche dei terrori maggiori.
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Una morte traumatica in entrambi i film porta i suoi protagonisti a cadere sempre più profondamente fra le braccia di un surrogato del gruppo familiare. In Hereditary c’è una setta dedita a riti demoniaci; in Midsommar una comunità svedese che porta avanti una ritualità legata alla terra e alla fertilità.
Quest’ultima viene negata ai protagonisti dei successivi film di Aster, incarnati tutti e due da Joaquin Phoenix: Beau in Beau ha paura (2023) e Joe dell’ultimo Eddington. Quest’ultimo è stato presentato in concorso al 78° Festival di Cannes per essere distribuito poi a luglio dalla A24 negli Stati Uniti e da I Wonder Pictures dal 17 ottobre nelle nostre sale.
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Phoenix in Beau è un uomo che vive, nonostante l’età adulta, con lo spettro di una madre che gli ha compromesso la sessualità. Per andare al funerale della donna compirà un viaggio che lo porterà ad assistere a una rappresentazione della sua vita di come è e come può diventare. Joe di Eddington è lo sceriffo della cittadina eponima del New Mexico. È sposato con Louise (Emma Stone) segregata in casa a realizzare bambole di pezza e in una infanzia mai realmente superata che le impedisce di aver rapporti. Joe vorrebbe avere figli ma è bloccato come tutto del resto nella comunità. È il maggio 2020 e siamo nel pieno delle misure di lockdown. Quando non si conosceva e non si capiva l’importanza di certe misure.

Non è solo la pandemia che distrae Joe, ma anche il sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal, I Fantastici Quattro – Gli inizi). Sua è la chiamata nel cuore della notte allo sceriffo perché un senzatetto sta minacciando il suo pub. Lo stesso senzatetto che abbiamo visto arrivare in città farneticante all’inizio del film, come una pestilenza pronta ad abbattersi, un colpo di tosse dietro l’altro.
La cittadina di Eddington diventerà uno spaccato dell’America e anche del mondo durante quel periodo. Fra negazionisti e i paranoidi. Nel mezzo c’è il Black Lives Matter, il “furto” dei dati personali online, la creazione di teorie cospirazioniste da parte di sedicenti esperti o presunti santoni. Gente come Vernon Peak (Austin Butler) che cercano il consenso nel disordine con l’ennesima setta/famiglia ben disposta ad accogliere.
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Eddington si inserisce all’interno di un cinema statunitense contemporaneo che parla direttamente al presente assieme a Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson o After the Hunt – Dopo la caccia di Luca Guadagnino (presentato Fuori Concorso alla 82° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia). Raccontano un’America divisiva – dall’attivismo alla cancel culture – messa sotto una lente critica per la necessità di una ricostruzione vera, oggettiva e reale.
Proprio in un periodo in cui sul grande schermo compaiono i piccoli schermi e la fotografia che rimanda al western di Eddington si sporca con i pixel e le sgranature delle dirette social. Il cinema di Aster è quello di una ossessione per il dettaglio, e il simbolo mostrato insistentemente. Entrambi all’interno di una narrazione dilatata che risulta funzionale al raccontare la dilatazione del tempo causata dal lockdown. La realtà traslata attraverso lo schermo del computer o dello smartphone diventa assunto del reale e non più una semplice riproduzione. Eddington racconta un periodo difficile senza sentimentalismi.

Aster calca la mano sul precipitare nel baratro della follia collettiva. Ciò è perfettamente sintetizzato anche dal poster internazionale: la rielaborazione dell’opera d’arte di David Wojnarowiz (1954 – 1992), Untitled (Buffalos): dei bisonti sull’orlo di un precipizio che rovinano inesorabili. Una immagine che parla di un mondo (per l’artista era una metafora dell’AIDS) destinato a crollare sotto il peso stesso di una comunità nevrotica che si muove in branchi compatti verso la propria rovina.
