11 Gennaio 2026

Avatar: Fuoco e cenere – Si torna a Pandora per salvare il mondo

Dietro l’incasso record di Avatar: Fuoco e cenere, James Cameron continua a portare sul grande schermo una delle narrazioni ambientali più radicali del cinema contemporaneo: il conflitto tra sfruttamento, distruzione e rispetto degli equilibri naturali.

Avatar: Fuoco e cenere ottiene 1 miliardo di incasso globale nel giro di 18 giorni. Un altro grande record nella carriera di James Cameron, per il quarto film di fila dai tempi di Titanic nel 1997. Un altro film dei record, con i suoi 11 Premi Oscar. Un traguardo che si era prima verificato solo un’altra volta con Ben Hur di William Wyler (1960) e che avverrà soltanto un’altra con Il Signore degli AnelliIl ritorno del Re (2003) di Peter Jackson. Anche lì un apice e un punto di svolta decisivo.

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La costruzione dell’universo tolkeniano è stato uno spartiacque nella creazione di mondi cinematografici credibili. Il cinema ha seguito la filosofia di Tolkien che aveva creato culture che non fossero soltanto un contorno al racconto ma le sue fondamenta. Senza questo tipo di pensiero probabilmente non avremmo avuto, tornando a Cameron, l’universo di Avatar (2009) come lo conosciamo. Un progetto nato decenni prima dalle visioni di foreste bioluminescenti messe su carta ma poi lasciate in un cassetto.

I tempi non erano maturi. Non soltanto a livello di un pubblico maggiormente consapevole del mondo in cui vive e del futuro che vuole lasciare. Ma anche a livello tecnico. Senza quella de Il Signore degli Anelli non avremmo avuto il popolo dei Na’vi. Non ci saremmo appassionati alle loro vicende. Non ci sarebbero stati seguiti di quella scommessa. Il 16 dicembre 2025 non sarebbe approdato al cinema quel terzo film, Avatar: Fuoco e cenere. E non ci sarebbe stato quell’incasso record.

avatar 3
Oona Chaplin è Varang, la nuova antagonista di Avatar: Fuoco e cenere in una scena del film.

Avatar: Fuoco e cenere riprende poco dopo gli avvenimenti del precedente La via dell’acqua (2022). La famiglia di Jake Scully e Neytiri (Sam Worthington e Zoe Saldaña) deve fare i conti con il dolore della perdita del loro figlio primogenito, Neteyam (Jamie Flatters). Ciò si riflette in una maggiore sordità nei confronti degli altri ragazzi. In particolare del secondogenito Lo’ak (Britain Dalton), dei figli adottivi: la Na’vi  Kiri (Sigourney Weaver) e l’umano Spider (Jack Champion). Dovranno inoltre affrontare la minaccia di Quatrich (Stephen Lang) e di Varang (Oona Chaplin) coi suoi predoni. Ma questi ultimi non sono il pericolo maggiore.

Fuoco e cenere è il racconto di voci che cercano di essere ascoltate e vengono sovrastate. Come la Madre Terra stessa, Pandora o Eywa che dir si voglia. Essa è un’entità che dà le spalle ai drammi delle sue creature. Eywa non ammette un reale confronto, neppure per tentativi. O questi riescono grazie alla predisposizione e alla determinazione; oppure ti lascia colare a picco. Come succede con Varang e al suo popolo.

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Il film contrappone diversi personaggi non solo Jake e Quartich, i due umani divenuti Na’vi. Ma c’è anche l’opposizione mistica fra Kiri e Varang. Anche loro hanno un background di partenza simile: entrambe hanno invocano Eywa invano. Varang lo ribadisce più volte: lei lo ha fatto per aiutare il suo popolo. Proprio da questo rifiuto che loro sono diventati dei predoni, il Popolo della Cenere. Una minaccia conosciuta e temuta su Pandora. Tanto quanto lo sono gli umani, la Gente del Cielo. Mentre invece dall’altra abbiamo Kiri. Figlia nata per partenogenesi (così viene spiegato scientificamente) dell’avatar della dottoressa Grace Augustine. Un seme che Pandora ha piantato nel suo corpo quando il suo spirito vitale, in Avatar era stato trasferito dal suo corpo umano a quello Na’vi. Una nascita che, in un disegno più grande, funga da ponte tra i due mondi incapaci di dialogare.

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L’adolescente Kiri interpretata con la tecnologia Motion Capture da Sigourney Weaver che, nella saga è stata anche la dottoressa umana Grace Augustine.

Eywa è principalmente terra, aria e acqua. È fuoco in quanto è luce ma non calore. Non è distruzione. Quest’ultima è portata dall’odio, che è l’input il film. Egli lascia solo le ceneri della sofferenza. Tutti i personaggi di Fuoco e cenere ne sono consumati. Jake apparentemente non brucia. Copre il suo lutto con la cenere dell’impegno per la comunità e brucia l’autorità di Capo inflessibile. Il c’è il tizzone del dolore di Neytiri. La morte del figlio ha spezzato il suo spirito come il suo arco. Solo un intervento esterno può risanare. Deve essere ferita quasi mortalmente perché possa rinascere. Ciò significa anche passare dalla sofferenza di non riuscire a tendere quell’arco. Come per Ulisse rappresenta il vero ritorno a casa e la riconferma della sua identità.

All’interno di questi conflitti c’è anche quello di Spider, l’umano cresciuto fin dalla più tenera età dai Na’vi. Si trova controvoglia a conoscere le sue origini per mano di Quaritch. Degli umani il ragazzo vede soltanto la parte soppressiva e manipolatoria. Questo, nonostante i tentativi di Quaritch di dimostrargli il contrario.

Avatar: Fuoco e cenere
Varang è il capo del Popolo della Cenere e padroneggia il fuoco in un’altra scena di Avatar: Fuoco e cenere.

Quest’ultimo è il primo che sfrutta l’odio per raggiungere i propri fini. Egli corrompe infatti Varang con le armi da fuoco, come facevano i coloni con i Nativi. Il mito fondativo e sanguinario dell’America si ripresenta ancora una volta. Non c’è una via di scampo.

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Per James Cameron la natura dell’essere umano sta nella sua incapacità nella autoconservazione. Lo sottolineava già in Terminator (1984). Lo diceva anche in Titanic. In esso, per gli investitori è necessario dimostrare la potenza della nave rispetto alla concorrenza. Bisogna far pressione sulle caldaie e far arrivare il transatlantico a destinazione con un giorno d’anticipo. Il costo di questa manovra è una tragedia che è divenuta Storia. Ciò porta a riflettete sul reale bisogno dell’uomo di compiere azioni sconsiderate in nome della supremazia. La risposta risulta sempre quella più ovvia.

E Avatar: Fuoco e cenere non è da meno. Semplificare della trilogia di Avatar come una storia di cliché significa sottovalutarne la vera portata. Ciò che vuole raccontare non è nella trama ma in quello che sta dietro, al di là pure della tecnica. Si tratta di una visione e una speranza. E farlo tramite un blockbuster non è così scontato.

Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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