Vent’anni fa usciva al cinema King Kong di Peter Jackson. Dopo Il Signore degli Anelli il regista neozelandese ci regala un’altra avventura colossale e riflessiva.
«Non è solo un racconto d’avventura, vero?» «No, è qualcos’altro». Un dialogo che commenta Cuore di tenebra (1899) di Joseph Conrad. Il viaggio del suo protagonista, Charles Marlow nella giungla africana alla ricerca del misterioso Kurtz, non è soltanto l’attraversamento del cuore di un continente. Ma è anche l’esplorazione dell’animo umano quando si insinua in esso lo spirito dell’opportunità e della sopraffazione. Un pensiero che affonda nell’animo di Marlow che resta affascinato dall’uomo oggetto della sua ricerca. Una figura che è un suo doppio ambiguo o il suo io possibile. Lo aveva colto bene Francis Ford Coppola nel 1979 trasponendo l’azione nel conflitto in Vietnam con Apocalypse Now. Anche qui il pretesto iniziale è quello di raccontare un viaggio.

Allo stesso modo lo è King Kong di Peter Jackson, da cui è tratto il dialogo iniziale. È un kolossal d’avventura, remake dell’omonima pellicola del 1933 di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack. Ma non è solo questo ovviamente. Quale occasione migliore per ricordarlo se non il 20° compleanno della pellicola, uscito negli Stati Uniti il 14 dicembre e il 16 in Italia e in Europa nel 2005?
Da allora il mondo e il cinema sono cambiati. Il blockbuster ha cercato nuove forme, quali i nuovi mondi e nuove risorse di Pandora di Avatar (2009 – 2025). Dei mondi ricreati da zero e con personaggi altrimenti impensabili se non fosse stato per le innovazioni portate da Jackson nei suoi film. Soprattutto nella motion capture che raccoglie, analizza e riporta digitalmente il più piccolo movimento del corpo o del volto, dando consistenza al digitale. La trilogia de Il Signore degli Anelli (2001 – 2003), da questo lato è stato un punto di non ritorno. Anche nelle energie creative in quello che oggi si definirebbe world building dalle informazioni prese nei romanzi di J.R.R.Tolkien.
Una materia preesistente estremamente complessa. Così come lo era la materia di base per King Kong, il peccato originale di Jackson. Vide il film di Cooper e Schoedesack un venerdì sera all’età di nove anni. Una visione gli fa desiderare il cinema spettacolare ed effettistico. Si esercita così filmando soldatini e dinosauri giocattolo con la videocamera dei genitori. Il fine ultimo di Jackson è sempre stato raggiungete il risultato finale con il massimo rigore possibile, già da autodidatta.
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Fino ad arrivare alla fine degli anni ’90. Dopo cinque film nella natia Nuova Zelanda, un Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1994 con Creature del cielo arriva il suo primo film per una major americana, la Universal, Sospesi nel tempo (1996). E con esso la proposta di realizzare il remake di King Kong dopo la versione di John Guillermin del 1976. Una opportunità che Jackson sognava da ventisette anni e si butta a capofitto nel progetto.
Ma i tempi non erano ancora maturi. Al cinema stava approdando direttamente dal Giappone, Godzilla di Roland Emmerich nel 1998. E non era ancora momento di scontri. La Universal taglia i fondi a Jackson anche per i notevoli costi che stava raggiungendo la preproduzione. Con un sogno strappato dalle mani il regista cerca di una nuova impresa per accontentare primo fra tutti se stesso. Così Jackson ha ripiegato sulla trilogia tolkieniana, il suo secondo peccato originale. Aveva letto il romanzo all’età di diciotto anni. Intraprendendo il viaggio ritenuto infattibile degli hobbit Frodo e Sam verso Mordor. Un viaggio che ha portato a 17 premi Oscar di cui undici solo per Il ritorno del re, il capitolo finale (2003).
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Trasporre il mondo di Tolkien era una sfida ritenuta impossibile sotto ogni punto di vista. Tanto quanto quella di Carl Denham (Jack Black) in King Kong. Un regista di quasi successo nella New York degli anni Trenta. È la Grande Depressione, la gente fa la coda per una porzione di cibo, il lavoro manca e neppure la leggerezza del varietà riesce a risollevare gli animi piegati.
I teatri chiudono i battenti e gli artisti finiscono per strada. Come la giovane Ann Darrow (Naomi Watts), che si ritrova ladra improvvisata di una mela. Un gesto imperdonabile per il fruttivendolo se non fosse per l’intervento di Carl. Pure lui è disperato. I suoi reportage di natura selvaggia non sono più sufficienti per ottenere la fiducia dei produttori. Neanche la promessa di una avventura in un luogo non segnato sulle mappe, Skull Island. Per loro ci vuole anche il sesso o tutt’al più una storia d’amore per attirare il pubblico.
E qui che parte la ricerca di Carl che lo porterà a trovare fortuitamente Ann. Nella sua ricerca c’è la citazione al cinema di allora, a Fray Wray, l’Ann Darrow del 1933. Impossibilitata a fare un cameo per Jackson, in quanto muore poco prima delle riprese, sarebbe stata lei a pronunciare la frase che chiude il film: «Non sono stati gli aeroplani. È stata la Bella ad uccidere la Bestia». La bellezza di Naomi Watts viene esaltata da una fotografia che ne sottolinea il candore della pelle o la morbidezza dorata dei suoi capelli. Così viene mostrata nella produzione di Denham che è, metaforicamente, quella del film.
L’obiettivo è dare tangibilità all’ignoto. Soprattutto se si tratta di mostrare creature ritenute estinte, sopravvissute grazie a una storia naturale che Jackson ha reinventato. Un luogo fuori dal tempo in cui la Natura ha dato sfogo alla sua vena creativa. Su Skull Island è tutto è più grande di tutto come la mandria di dinosauri che travolge in una carica isterica la spedizione. Che si è spinta tanto in là per salvare la Bella. Lei è stata rapita dalla tribù che popola l’isola per donarla al loro Dio vivente, Kong. Vivo e tangibile grazie al lavoro di Andy Serkins, già Gollum per Il Signore degli Anelli. Empatizziamo così con l’ultimo discendente della sua stirpe di grandi scimmie.
Kong sarà destinato a scomparire uscendo poi di scena difendendo Ann dagli aerei sulla cima dell’Empire State Building. Cadrà e diventerà un’icona. Ma non sarà dimenticato come gli animali dello zoo che vediamo all’inizio del film. Abbandonati nelle loro gabbie sullo sfondo di una New York grigia, lontana e indifferente alla Natura e alla meraviglia.