12 Gennaio 2026

Deforestazione Amazzonia, il peso di carne e soia nell’Amazon Footprint Report 2025

deforestazione Amazzonia

La deforestazione in Amazzonia è legata prevalentemente alla produzione di carne bovina, gli esiti dell’Amazon Footprint Report 2025

Durante  la COP30 di Belém (Brasile) dello scorso dicembre è stato presentato l’“Amazon Footprint Report 2025”, realizzato dal World Wildlife Fund (WWF) in collaborazione con Trase, Chalmers University of Technology e Stockholm Environment Institute. Questo importante lavoro di ricerca si configura come la prima analisi transfrontaliera sulla correlazione tra la produzione ed il consumo dei prodotti agricoli e la deforestazione in Amazzonia.

Nell’arco temporale compreso tra il 2018 ed il 2022, il 36% della deforestazione globale ha riguardato proprio il polmone del mondo, dove sono stati distrutti ben 8,6 milioni di ettari di foresta, ovvero un’area più grande dell’Austria. La principale causa di questo disastro ecologico è l’espansione degli allevamenti bovini, la seconda la coltivazione di soia (4,6%).

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Il metodo

Il report ha fatto ricorso ai dati satellitari sull’uso del suolo in ciascun Paese della regione amazzonica, alle statistiche sulle produzioni subnazionali e ad un sofisticato modello input-output multiregionale, teso a collegare le attività di produzione alla varietà della domanda, sia interna che internazionale. Tutte queste fonti sono risultate fondamentali per la creazione di un’impronta di deforestazione dettagliata, che consente non solo di individuare i punti critici ma anche  di orientare le strategie di conservazione e le politiche pubbliche.

Una valutazione accurata dei fattori locali e regionali della deforestazione in Amazzonia è la base per identificare e gestire l’impatto delle catene di approvvigionamento globali, supportando non solo la responsabilità, ma anche azioni mirate, efficienti e di impatto”, ha spiegato Chandrakant Singh, principale autore del rapporto e ricercatore presso la Chalmers University of Technology.

Avere una conoscenza accurata delle dinamiche sull’uso del suolo e della loro connessione con i mercati e la finanza è essenziale per interagire con governi, aziende e istituzioni finanziarie, al fine di frenare la conversione non necessaria delle foreste amazzoniche”, ha ribattuto Pablo Pacheco, responsabile scientifico delle foreste globali del WWF.

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Il rapporto include anche un dashboard, quale parte di un più ampio sforzo per la realizzazione di catene di approvvigionamento senza deforestazione e conversione (DCF) da ed all’interno dell’Amazzonia ed a livello globale. I risultati scientifici presentati nel rapporto tecnico sono inoltre accompagnati da una serie di raccomandazioni del WWF.

Quest’ultimo esorta i governi ad integrare gli obiettivi di deforestazione e conversione zero (DCF) nelle politiche climatiche, commerciali, di sviluppo e sulla biodiversità, oltre ad invitare il settore privato e finanziario a consolidare gli strumenti di tracciabilità e trasparenza lungo le filiere di investimento, eliminando gli investimenti legati alla deforestazione. L’organizzazione ambientalista riconosce inoltre il ruolo fondamentale delle popolazioni indigene, ribadendo le necessità di garantire la sicurezza della proprietà terriera, riconoscere i sistemi di governance e proteggere i difensori dell’ambiente.

Gli esiti

La produzione di carne bovina, le colture agricole e le piantagioni di legname sono responsabili di quei numeri esorbitanti già citati e relativi alla deforestazione amazzonica. L’espansione dei pascoli in favore degli allevamenti bovini resta la minaccia più grande, avendo contribuito al 78% (6,7 milioni di ettari) della deforestazione totale attribuita alle materie prime nel triennio considerato. Più in generale, i sistemi di produzione del Brasile sono collegati alla stragrande maggioranza dell’impronta della regione amazzonica, per un totale di 6,5 milioni di ettari, mentre oltre il 20% delle recenti impronte di deforestazione globale di Portogallo, Svizzera, Spagna e Corea del Sud hanno avuto origine proprio in questo paradiso naturale così prezioso. Un altro dato del report è chiamato a farci riflettere: alla regione amazzonica corrisponde il 59% dell’impronta di deforestazione totale dovuta agli allevamenti di bestiame ed il 33% di quella causata dalla produzione di soia.

Se analizziamo le dinamiche territoriali, nell’Amazzonia centro-orientale (soprattutto in Brasile) domina l’espansione delle aree di pascolo, mentre in quella occidentale (Bolivia, Perù, Ecuador) si assiste alla rapida crescita delle superfici destinate alla colture commerciali (soia, cacao, caffè, palma da olio) e di base (riso e sorgo). L’espansione della soia e del mais su pascoli degradati o sottoutilizzati potrebbe provocare un ulteriore spostamento delle aree di pascolo, comportando ulteriori perdite di superfici forestali.

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Dal rapporto emerge l’influenza della domanda interna ed internazionale sulla deforestazione dell’Amazzonia. Se la maggior parte dell’impatto complessivo della deforestazione pare ancora associata all’espansione dei pascoli per le esigenze dei mercati nazionali, è pur vero che la domanda internazionale di soia, mais ed olio di palma sta esercitando un’influenza notevole e crescente, spingendo allo spostamento dei pascoli verso nuovi fronti di deforestazione. I terreni originariamente convertiti a pascolo subiscono infatti modifiche d’uso per lasciare il posto alla produzione a rotazione di soia e mais, tesa a soddisfare la domanda sia nazionale che internazionale. Secondo il rapporto queste due colture risultano dunque fattori trainanti della deforestazione, ma il loro ruolo nella perdita delle foresta amazzonica è ancora largamente sottostimato.

Le catene di approvvigionamento globali e gli stessi consumi dell’Unione europea (Ue) stanno contribuendo a mandare in fumo milioni e milioni di ettari di foresta amazzonica. Nel triennio 2020-2022, infatti, agli Stati membri Ue è imputabile circa il 20% della deforestazione per alcune materie prime. Le importazioni più rilevanti risultano quelle di soia, mais e cacao. Il rapporto evidenzia che non è esente da colpe pure l’Italia, giudicata responsabile della perdita di quattromila ettari di foresta amazzonica – corrispondenti alla superficie di circa cinquemila campi da calcio – per la soddisfazione dei propri consumi interni.

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Il rapporto sottolinea che è fondamentale continuare ad investire nella fornitura dei dati e nella trasparenza. I miglioramenti dei dati sono essenziali per gli ulteriori approfondimenti, i processi di monitoraggio in corso, le valutazioni del rischio, l’orientamento delle pratiche di conservazione e, non da ultimo, la responsabilizzazione degli attori che operano all’interno ed all’esterno della regione amazzonica.

L’analisi della deforestazione e del commercio, possibile per la regione amazzonica grazie alla  disponibilità di informazioni statistiche e geo-spaziali sulle colture, dovrebbe essere estesa anche ad altre aree che potrebbero subire cambiamenti dell’uso del suolo (ad esempio il Cerrado, la Foresta atlantica ed il Chaco), qualora gli sforzi per frenare la deforestazione causata dall’agricoltura si concentrassero esclusivamente sull’Amazzonia.

Gli autori dello studio ricordano inoltre che l’espansione delle materie prime può essere spesso correlata a complesse interazioni tra lo sviluppo delle infrastrutture, la speculazione fondiaria e la transizione dall’allevamento intensivo di bovini e dalle colture di base a quelle da reddito guidate dall’esportazione, senza dimenticare che la produzione di materie prime agricole può anche coesistere con altri fattori di deforestazione, quali il cambiamento climatico, l’attività mineraria ed il disboscamento.

In conclusione, questa preziosa analisi oltre a dimostrare il ruolo svolto dalla produzione di materie prime nella deforestazione amazzonica, fornisce anche nuove intuizioni sui fattori che causano questa problematica, collegabili al commercio ed al consumo. Tutto ciò può supportare interventi mirati e subregionali nei punti critici chiave ed all’interno delle catene di approvvigionamento implicate nella deforestazione amazzonica. Un merito in generale degli studi sull’impronta ecologica – come quelli condotti in questa analisi – che oltre a fornire informazioni fondamentali sui fattori che determinano la deforestazione, contribuiscono ad identificare i punti di rischio e le opportunità di intervento.

La normativa Ue contro la deforestazione (EUDR) e le richieste del WWF

Il Regolamento Ue sui prodotti “deforestation-free” (EUDR) mira a ridurre drasticamente la deforestazione globale connessa ai consumi europei. In base a tale norma, infatti, le imprese sono tenute a dimostrare la non provenienza da superfici forestali precedentemente convertite o degradate, o da attività condotte illegalmente, per alcuni prodotti quali carne bovina, cacao, caffè, olio di palma, soia, legno e gomma.

L’EUDR è entrato in vigore il 29 giugno 2023 ma il suo avvio operativo è stato più volte posticipato, suscitando forti critiche da parte degli ambientalisti. I nuovi termini  sono quelli del 30 dicembre 2026 per le medie e grandi imprese e del 30 giugno 2027 per le micro e piccole imprese. Il WWF aveva già calcolato le conseguenze di un ulteriore rinvio di un anno dell’applicazione del regolamento (purtroppo effettivamente deliberato dalle autorità europee), ovvero l’abbattimento nel mondo di circa 50 milioni di alberi e l’emissione di 16,8 milioni di tonnellate di gas serra,  dati che corrispondono ai consumi dell’Ue in un anno.

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[Credits foto: Hunter Producciones su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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