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Emergenza coronavirus, una proposta per la carenza di stagionali agricoli in Italia

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Emergenza coronavirus, una proposta per la carenza di stagionali agricoli in Italia ultima modifica: 2020-04-15T08:00:23+00:00 da Davide Mazzocco
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L’avvocato Flaminia Leuti ha inviato al Governo Conte una proposta che consentirebbe di snellire le operazioni burocratiche degli Uffici immigrazione e di sopperire alla mancanza di lavoratori stagionali agricoli dovuta alla pandemia di Covid-19

Nelle ultime settimane si è molto parlato della mancanza di stagionali agricoli, a causa dei mancati arrivi (e dei prematuri rientri) di molti stagionali provenienti dall’estero, in particolar modo dall’Est Europa. Alla luce di questa emergenza causata dal Covid-19, l’avvocato Flaminia Leuti ha inviato al Governo Conte una proposta di provvedimento interministeriale d’urgenza per fronteggiare la mancanza di lavoratori agricoli per la raccolta di frutta e verdura e per favorire la deflazione del contenzioso in tema di protezione internazionale e lo snellimento delle operazioni burocratiche di competenza della Polizia di Stato. Noi di eHabitat l’abbiamo intervistata per saperne di più.

Avvocato Leuti ci può spiegare quali sono le tre problematiche che la sua proposta di provvedimento interministeriale d’urgenza potrebbe contribuire a risolvere?

“Sono principalmente tre le problematiche che la mia proposta potrebbe contribuire a mitigare; nell’immediato sarebbe un modo per arginare la mancanza di manodopera nel settore dell’agricoltura. In particolare per ciò che concerne la raccolta della frutta e della verdura. Nel breve periodo, inoltre, la proposta potrebbe ridurre l’impatto deflagrante determinato dalla sospensione dei termini giudiziari e dei termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi. Il termine “risolvere”, che lei ha usato nella sua domanda, probabilmente è inadeguato. Questa proposta non potrà certamente risolvere il problema della lentezza dei procedimenti giurisdizionali o dei procedimenti amministrativi per il rilascio del permesso di soggiorno. Tuttavia potrà rappresentare un meccanismo virtuoso che contribuisce allo snellimento delle procedure in due settori:

– nei processi instaurati per opporsi al diniego della domanda di asilo;

– nei procedimenti amministrativi per il rilascio del permesso di soggiorno.

Infatti, se riuscissimo ad eliminare un po’ di pratiche, prima o contestualmente, alla effettiva ripresa delle attività procedimentali o processuali, andremmo a tamponare il problema strutturale della lentezza dei processi e dei procedimenti. Questo anche in considerazione del fatto che la sospensione dei termini non significa che non vengano incardinati nuovi ricorsi: in che condizioni “ritroveremo” il nostro sistema giustizia nel momento in cui davvero riprenderanno le attività? Non certamente migliorato in termini di efficienza e velocità, anzi!”

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L’avvocato Flaminia Leuti ha inviato al Governo Conte una proposta di provvedimento interministeriale per sopperire alla carenza di stagionali agricoli

Come si potrebbe mettere in pratica la sua proposta?

“Il punto centrale della proposta risiede in un semplice scambio: i soggetti in attesa del rilascio del permesso di soggiorno per asilo e quelli che già hanno ottenuto un diniego ed hanno proposto ricorso, potrebbero offrirsi come lavoratori agricoli in questo momento di emergenza. Lo Stato, dal canto suo, offrirebbe a tutti coloro che hanno partecipato a questa iniziativa un permesso di soggiorno speciale della durata di almeno un anno, convertibile in permesso per motivi di lavoro. Verrebbero a ‘cadere’ tutti i processi pendenti instaurati da queste persone contro il diniego del permesso di soggiorno. Verrebbe meno, infatti, l’interesse ad agire in giudizio e conseguentemente si potrebbe dichiarare la ‘cessazione della materia del contendere’ che è causa di estinzione del processo.

Per rendere ancora più certo quest’ultimo effetto, si potrebbe addirittura prevedere la cessazione del processo come conseguenza da sottoscrivere sin dal momento in cui l’immigrato si candida per questa posizione. Dall’altro lato, la procedura per il rilascio di questo permesso sarebbe molto snella in quanto dovrebbe essere sufficiente verificare lo svolgimento del percorso lavorativo, che può essere attestato di concerto dal datore di lavoro e dall’operatore della struttura di accoglienza in cui il soggetto è inserito (o in cui era inserito). In questo modo si “toglierebbero di mezzo” molte pratiche dal tavolo delle Questure (uffici immigrazione) che già sono molto ingolfate.

Al fine di coinvolgere anche coloro i quali non hanno molta esperienza in ambito agricolo, ho pensato che la retribuzione da corrispondere agli immigrati che si offrono per questa attività potrebbe essere esente dal versamento dei contributi previdenziali, in modo da costituire un incentivo per i datori di lavoro”.

stagionali agricoli
Secondo la Coldiretti, sono oltre 100mila gli stagionali agricoli che arrivano ogni anno dalla Romania

Da quali esperienze dirette è nata l’idea?

“Da alcuni anni mi occupo di diritto dell’immigrazione e, in particolare, di diritto d’asilo. Si tratta di una materia davvero molto particolare. Oltre ad essere estremamente complessa da un punto di vista tecnico (perché vengono in rilievo diversi settori dell’ordinamento e spesso bisogna confrontarsi con l’applicazione concreta dei Trattati internazionali), si tratta di un ambito che ti costringe a uscire fuori dallo schema classico ‘avvocato-cliente’. Il problema giuridico è spesso determinato da una stratificazione di questioni pratiche che devono essere risolte, anche se sembrano non strettamente collegate alla professione forense.

La mia esperienza mi ha insegnato che sono due i problemi principali dei richiedenti asilo: l’impossibilità e/o estrema difficoltà di accesso al lavoro; la lunghissima attesa per l’ottenimento del permesso di soggiorno o per l’ottenimento di una pronuncia giurisdizionale definitiva sul loro caso. Dalla volontà di mitigare queste due problematiche, soprattutto in un momento come questo, nasce la mia idea. Peraltro, il lavoro viene spesso visto dai miei clienti come una possibilità di riscatto, un modo per sentirsi utili e quindi parte della comunità in cui si sono trovati a vivere. Non è solo un problema economico, quindi, si tratta proprio di concepire il lavoro come modo di esplicare la propria personalità. Uso questa espressione perché quando rifletto su questo tema non riesco a non pensare all’articolo 2 della Costituzione, che richiede allo Stato uno ‘sforzo’ per garantire il principio personalista e quindi il fine del pieno sviluppo della persona umana.

Le lunghe attese per ottenere una regolarizzazione sono parte del problema legato al lavoro. Ecco perché la situazione di crisi in agricoltura mi è sembrata una vera e propria occasione per tamponare queste complesse questioni. Quando ho appreso che lo Stato italiano era in trattativa con la Romania per far fare ingresso ai lavoratori stagionali in agricoltura ho pensato che invece fosse davvero necessaria una soluzione per valorizzare le risorse che già abbiamo nel paese, senza fare ricorso alla facile scorciatoia dei lavoratori stagionali agricoli comunitari.

Mi preme aggiungere una ulteriore considerazione che deriva dalla mia esperienza. Forse è solo un caso e forse non è possibile fare questa affermazione in via di generalizzazione, tuttavia, non mi è ancora mai capitato di vedere una persona in grave difficoltà che, una volta aiutata, si sia dimostrata immeritevole dell’aiuto ricevuto. Sarò stata fortunata, ma ogni volta che ho aiutato o visto aiutare una persona immigrata in difficoltà, questa ha sempre risposto in modo propositivo, spesso utilizzando la propria esperienza per prestare soccorso a qualcun altro. Quando vieni da una situazione di disperazione, quando sei stato sempre oppresso per tutta la tua vita e vedi qualcuno che si adopera per te, evidentemente, c’è qualcosa che cambia, qualcosa che scatta. Ovviamente non sempre sarà così, ma vado pian piano convincendomi che è sempre meglio tendere una mano piuttosto che ritrarla. Forse è vero che ‘bisogna sporcarsi le mani’ e rischiare un po’ per ottenere dei risultati”. 

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A causa dell’emergenza Coronavirus, si stima che in Europa manchino un milione di stagionali agricoli

Quali sono le maggiori comunità di stagionali agricoli extracomunitari e in quali Regioni e per quali raccolti avvengono i maggiori “esodi”?

“Devo essere onesta e dire che per formulare questa mia proposta non sono partita da dati numerici o etnologici precisi. I dati sono spesso difficili da reperire e gli studi sono di frequente portati avanti dalle ONG o da associazioni presenti sul territorio nazionale. Sul tema dell’agricoltura ho avuto modo di leggere dei rapporti stilati da organizzazioni a vocazione transnazionale come Emergency o Medici senza frontiere. Da quello che ho avuto modo di apprendere nelle Regioni del sud gli irregolari sono maggiormente presenti nel settore dell’agricoltura e lì si assisterebbe ad un’attività di sfruttamento maggiormente organizzata rispetto al nord. In quelle aree, secondo i dati, quasi la totalità dei soggetti sfruttati sono uomini di età compresa tra i 20 ed i 40 anni. Spesso provengono dall’africa sub sahariana e dal Maghreb, in percentuali più contenute i lavoratori provengono da Sud est asiatico e dai paesi definiti “neo comunitari”, per quest’ultima categoria le donne sembrano essere coinvolte in percentuale più alta.

In ogni caso, il dato che più mi sembra di dover evidenziare, è che più del 70% di coloro che lavorano nel settore della raccolta di frutta e verdura sono privi di permesso di soggiorno. Forse oggigiorno sfugge il fatto che regolarizzare le persone presenti sul territorio è interesse di tutta la popolazione. Si fa un gran parlare di sicurezza, ma non riesce a passare il concetto che la regolarizzazione di tutti gli abitanti è una premessa indispensabile per garantire la sicurezza”. 

stagionali agricoli
La chiusura delle frontiere causata dell’emergenza sanitaria ha fatto in modo che manchino lavoratori stagionali agricoli per le imminenti campagne di raccolta

Quali sono, in termini di richieste e di tempistiche, i casi limite nei contenziosi giudiziari in materia di Protezione internazionale ed immigrazione e nei procedimenti amministrativi per il rilascio dei permessi di soggiorno per motivi umanitari?

La situazione è, a mio avviso, sconcertante. Per quanto riguarda i processi abbiamo l’art 35, del Decreto Legislativo 25 del 2008 che prevede la pronuncia di una sentenza decorsi 3 mesi dalla presentazione del ricorso. La norma è tuttavia inapplicabile perché per la sola fissazione dell’udienza, normalmente, ci si impiega oltre un anno. Un aneddoto può far comprendere la situazione: qualche anno fa ho preparato il mio primo ricorso contro il diniego di una domanda di asilo, ho preso la legge ed ho letto: ‘Entro 5 giorni dal deposito del ricorso, il tribunale, con decreto apposto in calce allo stesso, fissa l’udienza in camera di consiglio.’ Non potevo depositare il ricorso personalmente perché dovevo partire. Convoco quindi un Collega in studio, un caro amico, e gli chiedo di effettuare il deposito. Gli spiego tutto e gli dico di ripassare dopo cinque giorni per conoscere il giorno dell’udienza. Quello stesso pomeriggio il Collega mi chiama e mi dice: ‘Sai Flaminia, mi hanno riso in faccia quando ho detto alla cancelliera che sarei tornato tra cinque giorni per la data di udienza. Mi hanno detto che per il carico di lavoro che hanno è necessario attendere almeno un anno per avere questa informazione’. A Bologna la tempistica è più o meno questa, e non si può dire che il Tribunale di Bologna non sia ben organizzato. Certo, si può sempre migliorare, ma rispetto ad altri Fori, Bologna dovrebbe essere abbastanza efficiente.

Per uscire dal campo dell’esperienza ed avere una visione di insieme, bisognerebbe basarsi sui dati. Tuttavia, una effettiva analisi dei dati può essere operata solo a partire dal 2016, anno in cui è stato assegnato a questi processi (relativi alla protezione internazionale) un codice univoco. Nel sistema informatico per la gestione dei procedimenti civili prima non esisteva un codice che raccogliesse tutti questi processi. Nel 2016, se non sbaglio, sono stati contati circa 50.000 processi, dei quali meno di 6.000 riguardavano il grado di appello; tutti gli altri riguardavano il primo grado. Quindi il numero di processi in sé per sé considerato non è altissimo; il problema riguarda il sistema giustizia che nel suo complesso è molto lento.

Sul discorso relativo al procedimento amministrativo per ottenere il permesso di soggiorno, si viene ad aprire un vero e proprio vaso di Pandora. La valutazione a livello nazionale è resa difficile dal fatto che gli uffici competenti (Uffici immigrazione delle Questure) adottano prassi molto diverse su tutto il territorio nazionale. Il lavoro è moltissimo e non mi sembra che le risorse a disposizione per evadere le pratiche siano sufficienti. Questa povertà di organico si traduce in una organizzazione spesso inadeguata. La confusione è poi amplificata dagli stessi utenti che non sempre conoscono l’italiano e quindi si trovano ad arrivare al punto in cui, neanche loro, hanno idea della fase in cui si trova la loro domanda o dell’ostacolo che ha determinato l’arresto del procedimento.

Di “casi-limite” ne ho visti molti: attese anche di un anno e mezzo solo per essere convocati davanti alla Commissione Territoriale per il diritto d’asilo, organo deputato ad ascoltare il richiedente asilo e decidere sulla sua richiesta. Peraltro, non ho mai visto un’audizione che fosse stata condotta da tutta la Commissione al completo. La prassi vuole che sia solo uno il soggetto preposto all’ascolto del richiedente asilo e, nonostante questa prassi, l’attesa per l’audizione è comunque molto lunga.

Per completezza si deve poi rilevare che l’audizione in Commissione è solo una delle fasi che precedono il rilascio del permesso di soggiorno definitivo. Dopo il provvedimento favorevole emesso dalla Commissione si deve tornare in Questura per avere il permesso definitivo e anche in quel caso si è costretti ad attendere mesi.

Quali sono i Paesi dell’Unione Europea che stanno prendendo provvedimenti di questo genere?

“Per il momento ho letto solamente la notizia della regolarizzazione voluta dal Portogallo, che tuttavia non è connessa allo svolgimento di attività lavorativa in agricoltura. Il Portogallo ha optato per una regolarizzazione abbastanza generale e devo dire che condivido pienamente questa scelta, ancor più alla luce dell’emergenza coronavirus. Non escludo che provvedimenti simili adottati da altri Stati UE possano essere stati completamente ignorati dalla stampa italiana. Infatti, a mio avviso, il grande problema che oggi affligge il diritto dell’immigrazione e la gestione pratica del fenomeno immigrazione sta proprio nella narrazione politica del problema: se vuoi migliorare la legge o la gestione concreta del fenomeno sei immediatamente bollato come buonista e come persona che non comprende i problemi degli italiani. Niente di più sciocco, anzitutto perché nella sana gestione del fenomeno migratorio si possono rinvenire innumerevoli strumenti ed effetti che portano beneficio a tutta la cittadinanza e quindi più che di buonismo si dovrebbe essere tacciati, se proprio tale pratica di stigmatizzazione non può essere eliminata, di utilitarismo. Inoltre voglio concludere con una banalità, ignorare un problema non si è mai mostrato un modo efficace per trovare una soluzione”.

[Foto Pixabay]

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop” e "Cronofagia".

1 Commento

  1. proposta per lavoratori agricoli.
    alternanza scuola lavoro ” il tempo delle mele”.
    Studenti chiusi in casa da troppo, possibilità di un periodo di lavoro in accordo con scuole e sindacati.
    solitamente le raccolte di frutta e verdura venivano fatti da studenti, oltre che da stagionali, ed erano esperienze formative e molto belle.

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