Rebecca di Biagio e la sua clinica per Barbie

La clinica delle Barbie, un progetto sociale ed ecosostenibile

in Educazione|Rifiuti|Riuso
La clinica delle Barbie, un progetto sociale ed ecosostenibile ultima modifica: 2021-01-28T08:00:27+01:00 da Martina Strobietto
da

Rebecca Di Biagio racconta il suo progetto “Adotta una bambola”, una vera e propria clinica delle Barbie, un’iniziativa sociale all’insegna dell’ecosostenibilità avviata durante il lockdown.

Sono tante le persone che hanno trovato nel lockdown un’occasione per reinventarsi e fare del bene: Rebecca Di Biagio è una di queste con il suo progetto “Adotta una bambola”. Trent’anni, un’istruzione da modellista alle spalle e con un grande spirito creativo, Rebecca Di Biagio ha lanciato poco meno di un mese fa la sua clinica delle Barbie con scopi sociali ed ecosostenibili: riparare le bambole e regalarle a chi le desidera. Ecco cosa ci racconta di questa esperienza.

Rebecca, come è nato il progetto e l’idea di realizzare una clinica delle Barbie?

Il progetto “Adotta una bambola” è nato tra le mura di casa durante il lockdown. Questo periodo difficile ha avuto un ruolo chiave nell’iniziativa perché mi ha dato l’opportunità di riscoprire la mia creatività che, per le vicissitudini quotidiane, avevo accantonato nel corso degli anni. La mia idea iniziale era un progetto incentrato sulla resilienza femminile mostrata attraverso le bambole. Una volta che ho provato a realizzarlo, mi sono però resa conto che non ero ancora artisticamente pronta per questo passo in quanto le bambole non trasmettevano il messaggio che desideravo. Inconsapevolmente la mia nipotina mi ha dato una grande spinta: mi ha permesso di aggiustare una sua Barbie rovinata. Da quel momento, ho capito che poteva essere quello il mio nuovo progetto: riparare le bambole che mi venivano donate e regalarle“.

Sydney’s DollHospital: l’ospedale che cura le vecchie bambole

E poi questa particolare clinica per Barbie è piaciuta…

Ammetto che sono rimasta sconcertata dal numero di persone che hanno apprezzato questa iniziativa. In fondo, è partito tutto da qualche mio post sui gruppi di Facebook su cui era scritto che cercavo delle Barbie. Un giornale di Milano mi ha in seguito contattata per sapere di più su questa sorta di “clinica” e da lì ho ricevuto moltissime richieste e offerte di materiale, da bambole a tessuti e denaro. Molto importante è stato il gruppo musicale delle Karma B, un duo di drag queen attiviste del gruppo LGBTQ: non appena sono venute a conoscenza dell’iniziativa mi hanno chiesto in che modo potessero contribuire. A quel punto ho deciso di proporre loro l’adozione di due Barbie a loro somiglianza, restaurate e trasformate, con il volto ridipinto e abiti bellissimi“.

A chi sono destinate le tue bambole?

Le bambole sono per tutti, grandi e piccini. Penso che ognuno abbia il diritto e il bisogno di poter giocare ed è per questo motivo che ho fatto sì che tutti potessero adottare. Nel momento in cui le persone mi contattano però invio loro la presentazione del progetto. Donando una bambola non regalo semplicemente un giocattolo, ma un insieme di ore spese a ripararlo e di messaggi che mi stanno a cuore. L’importanza del tempo e dell’avere cura di un oggetto, per esempio.
L’obiettivo che mi sono prefissata con il progetto “Adotta una bambola” è di portare le mie bambole negli ospedali e nelle case famiglia, in quei luoghi in cui è davvero importante poter giocare“.

Hai parlato del valore del tempo: perché pensi sia importante?

Quando si fa un lavoro di artigianato è fondamentale godersi il processo della creazione: è il procedimento stesso, infatti, che porta al risultato. Per aggiustare una bambola impiego molto tempo. Ad esempio, restaurare i capelli di una Barbie è un’operazione che richiede anche otto ore. Per questo motivo chiedo di firmare contratto a chi vuole adottare: è una sorta di promessa da parte del destinatario in cui mi assicura che avrà cura di lei e che si sensibilizzerà all’iniziativa.
Legato al tempo, c’è il concetto di cura, imparato durante l’infanzia. Nonostante quando ero bambina non vivessi in condizioni di ristrettezze economiche, l’acquisto di una Barbie era un evento perché era un gioco desiderato e atteso. Quando finalmente era tra le mie mani sapevo che era mia responsabilità averne cura e, nel caso in cui si fosse rotta, mia madre non me ne avrebbe comprata una nuova. È così che mi è stata insegnata la nozione di “cura”, un concetto che non si ferma solo agli oggetti, ma si estende anche alle persone“.

Si tratta di un approccio che si oppone totalmente alla visione consumistica attuale…

Assolutamente. Adesso siamo abituati al volere-ottenere: la fase del desiderio si è accorciata tantissimo e, secondo me, è molto sbagliato. Sono il desiderio e l’attesa che ci permettono di attribuire un valore maggiore all’oggetto. Ciò che dono io non è un semplice giocattolo di fabbrica riparato, ma una bambola unica, che acquisisce di valore con il lavoro di qualcuno che spende del tempo prezioso per riportarla ad essere “viva”“.

In che modo pensi che questa clinica delle Barbie possa aiutare l’ambiente?

L’iniziativa ha un risvolto anche ambientale perché nasce nell’ottica del riciclo, che si oppone alla visione consumistica. A questo proposito, per la riparazione, acquisto solo il materiale strettamente necessario, proprio per aderire maggiormente all’idea di riutilizzo. Voglio dimostrare alle persone che molti oggetti che nella quotidianità vengono gettati in realtà hanno ancora del potenziale per poter essere usati altre volte. È necessario soltanto quel pizzico di creatività e di buona volontà e anche un giocattolo vecchio e rovinato può tornare nuovo. Inoltre, la maggior parte delle bambole che riparo sono di plastica e, in genere, sono una di quelle categorie di giochi conservati nelle cantine con la speranza illusoria e nostalgica che potrebbero tornare utili in un futuro. Questo avviene in pochi casi. Quando poi si svuotano i locali, le bambole, il cui materiale è spesso deteriorato a causa dell’errato modo di conservazione, non sempre vengono smaltite correttamente“.

Bambole Waldorf, cosa sono e perché regalarle ai nostri bambini

Hai dei progetti in cantiere?

Sì, a breve verrà avviato un progetto in collaborazione con l’associazione “Angeli di Ninfa”, nel Torinese, che opera a favore dell’inclusione dei ragazzi autistici. Sono stata contattata da loro attraverso la Onlus “Cascina Blu”, di cui sono membro, e mi è stato proposto di organizzare una serie di attività per insegnare l’arte del restauro delle bambole. Sfortunatamente la parte iniziale di questo corso si terrà in videoconferenza a causa della situazione sanitaria, ma in seguito, per le attività di laboratorio, seguirò i ragazzi direttamente in presenza. Non vedo l’ora“.

Quali sono i tuoi desideri futuri?

A seconda di come evolverà l’attività, vorrei ampliare ulteriormente le categorie di bambole che riparo, includendo anche i peluche, e proporre dei laboratori di restauro come attività da svolgere in famiglia, per sensibilizzare grandi e piccini. Si tratta comunque di desideri futuri. Al momento, sono già molto soddisfatta per il percorso che ho intrapreso e per i frutti che sta dando. Si tratta di un vero e proprio cammino che mi sta facendo crescere come artista, ma soprattutto come persona“.

[Cover Image @Adotta una bambola | Pagina Facebook]

La clinica delle Barbie, un progetto sociale ed ecosostenibile ultima modifica: 2021-01-28T08:00:27+01:00 da Martina Strobietto

Nata a Torino, città di cui è profondamente innamorata, è una studentessa di comunicazione interculturale molto curiosa e piena di interessi. Trascorre le sue giornate tra romanzi, schizzi di disegno, manuali universitari e serie televisive. Ama l’arte, la natura, i viaggi e la lingua francese e spera un giorno di riuscire ad amalgamare tutte le sue passioni trasformandole in un lavoro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non verra pubblicato

*

Ultimi articolo di Educazione

Go to Top