«Ispirami, o Musa, dell’uomo dai molti modi, che moltissimo / errò, quando distrusse la sacra cittadella di Troia/ e di molti uomini vide le città e conobbe la mente, / e molti dolori egli nel mare soffrì nel proprio animo […]».
Con Odissea Christopher Nolan riporta al cinema Ulisse e le sue avventure per mare prima di tornare a Itaca.
Questo è l’incipit, dell’ Odisseadi Omero, ma è anche, per tanti, il ricordo delle scuole medie, dell’avvicinamento alla grande narrazione. Lo consideravamo il tassello centrale di un’ideale trilogia. Con l’Iliade prima e l’Eneide poi. E quel tassello conclusivo, l’Eneide, si andava a parlare della cultura altra, quella latina di Virgilio. Che partiva dall’Oriente, dalle rovine di Troia per dare nobiltà mitica, con la storia di Enea, alla fondazione di Roma, alla nascita della nuova civiltà voluta da Ottaviano Augusto per legittimare la sua egemonia imperiale.
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Quindi anche lì c’era un viaggio, una ricerca di una casa, una ricerca di una propria dimensione. Cercare dove andare a vivere con ciò che era rimasto della città distrutta da Agamennone e da Ulisse. Con l’inganno di quel cavallo lasciato davanti sulla spiaggia dopo dieci anni di patimenti. Un inganno contro le divinità, offrendo l’artefatto come un dono alla dea Atena.

Un tradimento che costerà ai suoi creatori, sia chi lo ha approvato, sia chi lo ha utilizzato come mezzo per celebrare la sua gloria. Per Agamennone il ritorno è funestato dalla morte. Per Ulisse/Odisseo, è il principio delle sue peregrinazioni nel mare per ritornare a Itaca. L’uomo che, per via del suo ingegno, era allo stesso tempo protetto da alcuni dèi e odiato da altri. Perché gli mancava la pura e semplice umanità. Ossia l’umiltà di accettare che gli dèi sono coloro che muovono le fila.

L’Odissea ci ha avvicinato al senso dell’avventura, a una peripezia più impegnativa dietro l’altra. Fino a dover affrontare se stessi, alla presunta fine del viaggio. Per completare il nòstos (νόστος, letteralmente “ritorno a casa”) bisogna confrontarsi con i propri fallimenti, con le proprie mancanze. Un colpo di coda prima di potersi finalmente riposare tra le braccia delle persone amate.
Noi conosciamo e amiamo l’Odissea attraverso tante riduzioni, tanti libri per l’infanzia, tante riduzioni in televisione (nel 1968 e nel 1997). Si parla del mito fondativo dell’immaginario di generazioni che tocca da sempre anche il cinema. La storia del protagonista che deve tornare (sia fisicamente che spiritualmente) è uno degli archetipi principali della narrativa (non solo) cinematografica. I registi, affascinati dalla figura di Ulisse, mettono un po’ del suo essere all’interno delle loro storie, all’interno del loro cinema. Quasi a sperare di poter raccontare quella storia un giorno.

C’è sempre un evento fondativo, una partenza. Per Christopher Nolan questa partenza nasce proprio sulle spiagge di Troia. Venne contattato nei primi anni 2000 a dirigere il primo grande adattamento omerico dell’ultimo ventennio. Ossia Troy (2004), la vicenda romanzata dell’Iliade con protagonista Brad Pitt poi diretta da Wolfgang Petersen. Un film in cui si re-immagina il poema non come una battaglia di uomini e dei, ma semplicemente di uomini. La guerra di Troia diventa un conflitto che le storie e i canti avrebbero ingigantito andando oltre al racconto stesso, in altre parole epico. Da allora che Christopher Nolan non ha mai smesso di portare Omero nel suo cinema prima che al cinema.
Non è un caso che in Batman Begins, uscito nel 2005, Bruce Wayne (Christian Bale) deve, prima di diventare il simbolo di Gotham, vagare per il mondo. Per trovare nel capitolo conclusivo della trilogia, Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012) la sua “Penelope” nella figura di Selina Kyle/Catwoman (Anne Hataway). In Inception (2010) e Interstellar (2014) i protagonisti sono impegnati in viaggi che occupano una vita intera. Che può essere racchiusa nelle poche ore di un sogno o nell’infinito spazio-tempo di un buco nero. Come il vortice di Cariddi dal quale Ulisse deve sfuggire, salvo poi finire tra le fauci tentacolari di Scilla.
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Nolan ha sempre avuto Ulisse come un’ombra minacciosa, solenne ma fragile. Questo, e molto altro, ritorna nella sua Odissea. Il film, uscito nelle nostre sale il 16 luglio da Universal Pictures, è il primo nella storia del cinema a essere pensato interamente e utilizzare il formato IMAX con pellicola da 70mm. Un formato che aumenta la risoluzione delle immagini, amplificando l’epicità della vicenda.

Gli uomini in Nolan non fanno i conti con le divinità. Nell’Odissea non si vedono mai direttamente; sono la manifestazione di quello che li circonda, della Natura che muove tutto tramite i suoi capricci. Sono il vento che soffia in una direzione piuttosto che in un’altra; sono i fulmini che illuminano il cielo. Ulisse a Troia ha infranto la legge divina di Zeus: l’accoglienza senza riserve, in quanto ogni ospite potrebbe essere un dio. E la troverà infranta più volte: a partire da Polifemo, al di sopra di essa in quanto figlio di Poseidone. Ossia il Mare che separa Ulisse dalla sua Itaca. Il grande ostacolo che è stato offeso e sbeffeggiato più e più volte si prende la sua rivincita.
L’Ulisse di Nolan (Matt Damon) è un uomo che deve affrontare qualcosa di più grande di lui, soprattutto nella sua mente. Infatti l’unica divinità di cui vediamo il volto è Atena (Zendaya) la dea della mente. Il cinema di Nolan è il cinema del labirinto. Il pensiero, il ricordo sono il dedalo peggiore.
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L’Ulisse che tornerà a Itaca sarà un uomo completamente diverso. Tuttavia il riconoscimento, senza ipocrisie è da parte del suo fedele cane, Argo. La speranza del ritorno gli ha conferito all’animale una innaturale lunga vita.
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Ulisse è una figura conosciuta e affascinante. Perché ci ricorda che, per quanto possiamo ritenerci scaltri, siamo anche fallaci.
