Con Supergirl, la supereroina assieme al suo cane Krypto ci portano nell’universo DC più empatico creato da James Gunn

Un anno fa il nuovo Superman di James Gunn si svelò al mondo. Una versione tanto attesa e allo stesso tempo temuta. È infatti molto diversa (e per questo anche molto contestata) dalla visione superomistica, al limite del divino, e cupa concepita tredici anni fa da Zack Snyder e Christopher Nolan in L’Uomo d’Acciaio (2013).
La scena promozionale del nuovo film del 2025 mostravano un Superman riverso nell’Artico, con il corpo segnato dai lividi di una battaglia lontana. Con le ultime forze, fa un fischio a cui risponde in lontananza una nuvola bianca che si avvicina sempre di più. A produrla è Krypto, il cagnolino di Superman con il suo piccolo mantellino rosso. Raggiunge il suo padrone facendogli le feste, incurante del suo dolore. Solo con una certa insistenza Superman si fa ubbidire per farsi trascinare verso la Fortezza della Solitudine che emerge dai ghiacci, pronta ad accogliere il suo padrone di casa. E noi con lui.

Quello di Gunn è un Superman che non è cristico. È fragile ma non è debole perché si pone delle questioni sul suo operato e sul suo uso della forza. Un’altra critica mossa a Gunn nel suo film è proprio l’intervento del suo protagonista in un conflitto che rimanda neanche in maniera troppo velata all’attuale situazione in Medio Oriente. Si parla infatti del desiderio del più forte di soverchiare il più debole. Ci si domanda, senza assolutismi, dove la forza fisica, della mente e del cuore possono arrivare per fare del bene. Le accuse nascono perché le risposte che vengono date non sono quelle che si vogliono sentire.
Si tratta di una costante della filmografia di Gunn, emersa grazie al suo Guardiani della Galassia (2014). I suoi personaggi sono dei reietti in un mondo che non li accetta. Come i ratti di The Suicide Squad – Missione suicida (2021) che passano da creature rivoltanti a soluzione fondamentale. O come Rocket Racoon (Bradley Cooper), il procione mutante vero e proprio protagonista della sua ultima fatica nella Marvel, cioè Guardiani della Galassia – Volume 3 (2023).
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Così come, in un certo senso, un deus ex machina e trascinatore letteralmente del pubblico verso questo nuovo universo DC è Krypto. Un cane che possiede la forza data ai Kriptoniani dal Sole giallo. Ma tanto Superman/Kal-El è disciplinato tanto il cagnolino ne è l’opposto. Infatti non è il suo animale domestico. Più volte durante il film dichiara che gli è stato dato in affidamento. Solo più avanti scopriamo che gli è stato lasciato da sua cugina Kara, ossia Supergirl (Milly Alcock). Lei vagava nello spazio a ubriacarsi là dove i suoi poteri non sono efficaci. In particolare i sistemi con il Sole rosso.

Ed è proprio qua che si inserisce il secondo tassello cinematografico del nuovo universo DC creato da James Gunn. Cioè Supergirl di Craig Gillespie, uscito con Warner Bros. Pictures il 25 giugno, adattando la miniserie Supergirl: la donna del domani (2022) di Tom King e Bilquis Evely.
Il film riprende lo stile scanzonato di Gunn ma ovviamente lo rielabora e lo fa proprio. Questo nonostante negli ultimi tempi ci siano state delle diatribe per quanto riguarda il final-cut del film, sacrificato di undici minuti. Craig Gillespie nel suo cinema lavora molto sulla figura femminile. Suo è il biopic Tonya (2017) sulla controversa figura della pattinatrice Tonya Harding (Margot Robbie); oppure ha cercato di capire cosa si cela dietro la maschera dell’iconica antagonista Disney, Crudelia De Mon in Crudelia (2021).
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Lo sguardo di Gillespie sul femminile è lontano dal morboso, ma mostra delle sfumature lontane dai canoni classici di Hollywood. Nella prima sequenza di Supergirl, vediamo la nostra protagonista con i postumi di una sbronza in una astronave/casa a soqquadro. Talmente stravolta che si addormenta sul water. E Krypto che vaga e fa i suoi bisogni ovunque.
Kara Zor-El/Supergirl e Krypto sono una il riflesso dell’altro. Lei si sente completamente al di fuori del mondo in cui vive il cugino. Se questi non conosce altra realtà al di fuori del Kansas e di Metropolis, lei invece no. Ha conosciuto e ha vissuto sul suo pianeta natale, Krypton, prima di doverlo abbandonare anzi tempo. In questo isolamento le sue uniche fonti di conforto sono la musica e Krypto. Lei lo trova cucciolo mentre segue il corteo funebre della madre. Un segno del destino, dopo che Kara le ha promesso sul letto di morte, di fare la cosa giusta rimanendo se stessa.

Nei suoi vagabondaggi, Kara si imbatte in dei briganti che, mentre cercano di derubarla, avvelenano gravemente Krypto. La sua missione sarà quella di inseguirli per ottenere l’antidoto. Lui è l’unica cosa che le è rimasta, la sua vera casa. Sono due unità inseparabili e segno di qualcosa che è perduto. Questa immagine simbolica del cane rimanda inevitabilmente a un altro universo cinematografico dalle proprie regole etiche, cioè quello di John Wick (2014 – 2023). Nella saga del sicario incarnato da Keanu Reeves l’animale è la promessa fatta alla defunta moglie di una vita diversa.
È proprio grazie a questo allontanamento che Kara impara ad accettarsi. Diventando quindi un simbolo di speranza che non sia solo per chi la guarda da lontano, ma anche per lei stessa. Un percorso fatto di dolore espresso in un urlo silenzioso, al limite dell’atmosfera. Dove le lacrime che volano via nel vuoto dello spazio. Si è soli e soltanto dentro quel male è assordante.
Ed è infatti proprio questo il messaggio che Gunn sta portando nell’universo DC. Soltanto toccando il fondo si può avere la spinta per risalire. Con una nuova consapevolezza: ammettere di essere deboli è la vera forza. Essere empatici è meglio che essere invincibili. Le basi sono state messe. Del domani non vi è certezza. Non è un caso che il prossimo film, diretto di nuovo da Gunn, è Superman: The Man of Tomorrow.
