29 Marzo 2026

Hamnet – Shakespeare e la Natura vincono agli Oscar 2026

Ai premi Oscar 2026 vince il premio come Miglior Attrice protagonista Hamnet nel quale si racconta l’amore nei boschi fra Shakespeare e Agnes

Hamnet ai Premi Oscar 2026 trionfa con la statuetta a Jessie Buckley come Miglior Attrice protagonista: una pellicola potente dove si racconta l’amore viscerale e selvaggio nei boschi fra un giovane Shakespeare e la misteriosa Agnes.

Il teatro elisabettiano è un teatro principalmente verbale. Il Globe Theatre, il teatro fondato nel 1599 dove recitava la compagnia di William Shakespeare, era uno spazio circolare, alla luce del sole. Le rappresentazioni avvenivano infatti di giorno, e duravano diverse ore. La scenografia era estremamente scarna: un palco e a una balconata. Non esisteva altro modo, all’interno della rappresentazione, per descrivere un evento climatico o, più banalmente, il passaggio dal giorno alla notte, se non dichiarandolo esplicitamente. Si doveva suggerire al pubblico la sensazione che fosse buio, che stesse calando il sole o albeggiando. Sul palco principale, c’era uno sfondo dipinto con una porta centrale dalla quale entravano e uscivano gli attori. Gli exeunt, come viene spesso indicato nei testi teatrali di allora (non solo di Shakespeare) si riferivano a questo.

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Quello elisabettiano era una rappresentazione in cui non soltanto le condizioni atmosferiche, ma anche i luoghi e i sentimenti dovevano essere espressi a parole. Era trasmesso attraverso metafore e lunghi giri espressivi per comunicare ogni sfumatura. Sottolineando anche la complessità insita.

«I am but mad north-north-west; when the wind is southerly I know a hawk from a handsaw», «Io sono pazzo soltanto col nord-nord-ovest; se il vento soffia da sud, so distinguere un falco da un airone». Così recita Amleto nel secondo atto della sua tragedia (1601). Una metafora sottile sul sapere distinguere, nonostante le apparenze, il bene dal male.

Hamnet - Il nome del figlio
Agnes (Jessie Buckley) e William (Paul Mescal) in una scena di Hamnet – Il nome del figlio.

Allo stesso tempo rimanda a una delle scene iniziali di Hamnet – Il nome del figliodi Chloé Zhao. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, che ha curato la sceneggiatura assieme alla regista. Il film è presentato a vari festival, ultimo dei quali alla 20^ Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, per poi essere distribuito nelle sale da Universal a partire dal 5 febbraio. È stato inoltre candidato a otto premi alla 98^ edizione degli Academy Awards. Vince quello per Miglior Attrice protagonista a Jessie Buckley. Per la regista Chloé Zhao è la seconda volta che una sua attrice ottiene questo riconoscimento. Prima c’è stata Frances McDormand nel 2021 per Nomadland, già Leone d’Oro alla 77^ Mostra Internazionale di arte cinematografica di Venezia.

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Hamnet si apre con lo stridio di un falco che si muove tra gli alberi. Verrà richiamato da una giovane donna, Agnes (Jessie Buckley), che lo nutre e lo cura. Hamnet è un’opera che parla di parole e di spazi. Le parole sono quelle di William Shakespeare (Paul Mescal, Il gladiatore II, 2024 di Ridley Scott), anche se non viene quasi mai chiamato direttamente.

Ci sono gli spazi: non solo il teatro, ma la foresta, dove si muove Agnes, nella quale ha imparato a raccogliere le erbe per curare. Una vita interamente immersa nella Natura. La prima volta che la vediamo è mentre si sveglia dopo essersi addormentata tra le radici di un grande albero. Queste radici conducono a un profondo crepaccio. Quel crepaccio rimanda simbolicamente all’ exeunt elisabettiano, all’uscita di scena dei personaggi. Che richiama l’uscita definitiva: la morte. Espressa anch’essa a parole nei «Io muoio» recitati prima di esalare l’ultimo respiro. Perché tutto deve essere chiaro, anche l’amore per un figlio nel bene nel male.

Hamnet
William e Agnes immersi nei boschi in un’altra scena del film.

Hamnet è un film che parla del Bardo e di teatro, ma non è questo il fulcro. Quello vero è il rapporto tra Agnes e William. Questi ci viene presentato inizialmente come un giovane con ambizioni letterarie, ma costretto a far da tutore, nello specifico ai fratelli di Agnes. Lei è una giovane in età da marito ancora nubile su cui circolano voci di stregoneria. Abbiamo quindi un confronto fra la cultura insegnata sui libri a quella appresa con il tempo e l’esperienza diretta. L’intelletto e istinto: due elementi non necessariamente agli antipodi, ma che possono sposarsi e seminare. Nascono tre figli, che Agnes vorrà partorire nel bosco, sotto al grande albero, seguendo un istinto profondo, in contrasto con le convenzioni dell’epoca. Fra questi vi è il piccolo Hamnet.

Hamnet
Paul Mescal davanti a un bosco dipinto che fa da scenografia al Globe Theatre.

Nel frattempo William dopo il matrimonio con Agnes si trasferisce a Londra per cercare fortuna. Diventa quell’autore che noi oggi celebriamo, ma che in realtà è misterioso e sfuggente. Qui è un uomo che deve affrontare i propri demoni: una creatività condizionata da una genitorialità che non passa attraverso la sopraffazione, ma attraverso la possibilità di esprimersi. Ciò si riflette nell’amore per la Natura con la consapevolezza che possa essere imprevedibile e persino crudele. Può togliere ciò che si ama.

Il nome del figlio diventa creazione letteraria: Hamnet e Hamlet nei registri di Stratford-upon-Avon sono equivalenti. L’arte diventa così un modo per far rivivere ciò che è perduto. Sul palcoscenico, in uno spazio fittizio, la vita continua.

«Quando ci troveremo ancora noi tre, nel tuono, nel lampo, o nella tempesta?» si chiedono le streghe nella prima scena del Macbeth (1623), in una recita fatta dai bambini con Will, per allietare Agnes. Le battute diventano parte della vita stessa. La vita di una coppia, di una famiglia, di un amore filiale. Un amore che supera il tempo, anche quando il tempo non è più percepibile. Perché ciò che resta non sono le parole, ma immagini, sensazioni, emozioni vive e concrete.

Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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