Silent Friend, alla Mostra del Cinema di Venezia il premio Marcello Mastroianni va all’attrice di un film che parla del nostro rapporto con gli alberi
Le piante sentono e possono comunicare. Il cinema ce lo ha insegnato anche nelle sue versioni più inquietanti e nascoste. Sia tossine difensive e temibili di E venne il giorno (2008) di M. Night Shyamalan, sia che rilascino spore benefiche e assuefatti in Little Joe (2019) di Jessica Hausner. Le piante ci fanno percepire la loro presenza e vitalità in modi che noi appena immaginiamo.
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I loro tempi sono agli antipodi con i tempi umani. Noi non li riusciamo a cogliere e vediamo nella loro apparente immobilità un tacito assenso alle nostre azioni. Il loro immobilismo riesce a metterci in pari con la nostra coscienza e alimenta il nostro sentimento di ammirazione per chi (perché comunque hanno una loro personalità e modo di fare) c’è sempre stato e continuerà ad esserci. Ci comunicano il loro mistero, pian piano lo stiamo sondando. Con alcune eccezioni quali la Mimosa Pudica, una pianta che ha dei tempi di reazioni considerati umani. Basta un semplice tocco sulle foglie affinché si chiudano immediatamente. I tempi sono simili ai noi. Risulta paradossale riferirsi a noi stessi fosse una specie di punto di riferimento, non ci rendiamo conto che per alcune specie noi siamo immobili come alberi.

Dagli studi di Carl von Linné (1707 – 1778) il mondo vegetale si è allontanato dalle fantasiose classificazioni dei secoli precedenti, dandoci una maggiore accuratezza. Lo studioso riduce soprattutto la confusione fra una specie e l’altra, aiutandoci a comprendere le loro lotte e i loro amori. E soprattutto avere il loro sguardo, perennemente fisso ma dal quale ci sentiamo comunque osservati. Uno sguardo senza occhi dalle fronde nelle quali trovano rifugio altre specie. Come quelle di un ginko biloba, albero antichissimo, le cui origini si perdono alle origini della vita sulla Terra, 250 milioni di anni fa.
Il ginko è il protagonista di Silent Friend di Ildikó Enyedi, presentato in Concorso alla 82° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Alla cerimonia di premiazione del 6 settembre, il film ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni all’attrice Luna Wedler. Si tratta di premio istituito a partire dal 1998 in onore dell’attore italiano scomparso alla fine del 1996. Un premio nato per valorizzare la recitazione degli attori emergenti, accostandosi alla Coppa Volpi.
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Il ginko è un amico silenzioso che ha visto l’avvicendarsi delle generazioni di studiosi e di curiosi nell’orto botanico della città di Marburgo (ma che nel film non viene mai nominata). Hanno dovuto affrontare nuove sfide e fare nuove scoperte. Per la regista non è la prima volta che rende protagonista delle sue storie una pianta come tramite per connessioni con forze nuove. In Magic Hunter (1994, in Concorso alla 51° Mostra del Cinema) segue la vita di una quercia, ispirandosi all’opera Il franco cacciatore (1821) di Carlo Maria von Weber; Simon the Magician (1999) una pianta si trova a risolvere un caso di omicidio.
Un percorso che si divide in tre linee narrative, accomunate dalla maestosa pianta in una unità di spazio. Il 2020 della pandemia. Un professore di Hong Kong, il dott. Wong (Tony Leung Chiu-Wai, In the Mood for Love, 2000) viene chiamato all’ università a tenere delle conferenze sul cervello umano. Il lockdown lo isola nel campus deserto. La sola compagnia è del custode e del ginko. Wong studia le onde cerebrali dei bambini in età neonatale. Quando tutto era uno stimolo in quanto tutto il cervello è attivo e vitale.

Assistiamo alla vicenda di Hannes (Enzo Hermann Brumm), uno studente negli anni ‘70. Conosce una ragazza, Gundula che sta compiendo degli esperimenti con il proprio geranio. Lei gli affiderà la pianta e il proprio esperimento prima di partire per un viaggio. Hannes dà un significato al tempo passato nell’orto: inizialmente era una fuga dalla routine universitaria. La quale è una fuga da una vita di campagna divenutagli insopportabile.
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Si va ancora più indietro nel tempo, nel 1908. È la storia della giovane Grete (Luna Wedler) l’unica studentessa ammessa nella facoltà di botanica. Ci entra dopo un esame di ammissione durante il quale i professori, servendosi della classificazione elaborata da Linné, fanno associazioni oscene e imbarazzanti. Grete dovrà lottare all’interno di un ambiente universitario che non la considera nemmeno una concorrente.
A Grete e Gundula si aggiunge la femminilità (più unica che rara in un orto botanico) del ginko. È il femminile che muove l’azione nel film. Oltre al ginko, Grete, Gundula c’è Alice (Léa Seydoux). Wong entra in contatto con quest’ultima, dalla curiosità: il neurologo ha trovato delle curiose associazioni fra il suo lavoro e quello della donna. La vicinanza fra neurologia e botanica ci viene suggerita fin dall’inizio: un seme che germoglia è seguito da un neonato collegato a dei sensori.

Quegli stessi sensori che Wong applicherà al tronco del ginko. Con la pandemia il tempo della pianta è quello dell’uomo solitario arrivano a coincidere. La loro distanza si riduce. Si blocca il tempo per dialogare. Grete cercherà di farlo tramite la fotografia. Raccoglie foglie, rami, ortaggi e frutta per trasformarli in modelli, cristallizzandoli grazie al nuovo mezzo. Un mezzo che diventa uno strumento per la scoperta del corpo. A foglie e frutti cedono il passo ai capelli, la peluria leggera sotto le ascelle, il monte di Venere. La pelle nuda si accosta alla corteccia, le fronde alle dita che toccano, scoprono con i gesti degli amanti.
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Se Hannes rifiuterà il sesso, Wong si metterà letteralmente a nudo sotto gli effetti della mescalina. Per raggiungere una stimolazione primigenia accanto al ginko. Le sue fronde, in una visione, diventano dei nervi. Sul grafico saranno pennellate multicolori che sfumano e danzano l’una nell’altra. Dall’immobilità si passa alla mobilità. Silent Friend ci insegna che grandi cambiamenti richiedono tempo per concretizzarsi.
