La scimmia che ha capito l’universo

La scimmia che ha capito l’universo, il libro di Steve Stewart-Williams sull’evoluzione della mente e della cultura

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La scimmia che ha capito l’universo, il libro di Steve Stewart-Williams sull’evoluzione della mente e della cultura ultima modifica: 2021-02-09T08:00:43+01:00 da Davide Mazzocco
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Espress Edizioni porta in Italia La scimmia che ha capito l’universo, un rivoluzionario saggio di psicologia evoluzionistica e teoria dell’evoluzione culturale

Come noi esseri umani siamo diventati ciò che siamo? Oltre a influenzare la nostra evoluzione biologica, la selezione naturale ha modellato anche i nostri comportamenti? È possibile segnare un confine fra comportamenti “naturali” e attitudini acquisite culturalmente? La scimmia che ha capito l’universo di Steve Stewart-Williams prova a rispondere a questi quesiti con un libro che si fonda su due teorie relativamente giovani: la psicologia evoluzionistica e la teoria dell’evoluzione della cultura.

Punto di partenza della psicologia evoluzionistica è l’idea che l’essere umano, in quanto animale, sia il prodotto di una selezione naturale che lo ha programmato per trasmettere il proprio patrimonio genetico. Con uno stile semplice e un solido impianto di studi alle spalle (le pagine della bibliografia sono 43…) Stewart-Williams dimostra come molte pulsioni umane ci accomunino agli animali e, di conseguenza, come molti comportamenti che riteniamo essere ascrivibili all’area dell’apprendimento, della socialità e della cultura, siano in realtà prodotti della selezione naturale. Emozioni complesse come l’amore e la gelosia, il modo in cui scegliamo i nostri partner e la preferenza che diamo ai nostri familiari rispetto agli sconosciuti, sono il frutto di questa “programmazione”.

La psicologia evoluzionistica, però, non è sufficiente a spiegare l’insieme dei nostri comportamenti. Ciò che differenzia l’essere umano dalle altre specie è, secondo Stewart-Williams, la capacità di produrre cultura. Più che in virtù della grandezza del suo cervello e dei suoi pollici opponibili, l’essere umano è riuscito a fare la differenza grazie alla capacità di creare una cultura cumulativa.

L’autore fa un esempio molto semplice: “Diecimila anni fa l’apogeo della cultura per gli scimpanzé era usare i ramoscelli per estrarre le termiti dai termitai. Oggigiorno, l’apogeo della cultura per gli scimpanzé è… usare ramoscelli per estrarre le termiti dai termitai. Gli esseri umani, d’altro canto, sono passati dall’età della pietra a quella dell’età spaziale in meno di diecimila anni. L’enorme divario tra i nostri risultati e quelli degli scimpanzé ha senza dubbio tra le sue cause la nostra superiore intelligenza. Ma tra quelle cause c’è anche il fatto che la cultura umana è cumulativa: avanza attraverso l’accumulo progressivo di migliaia di piccole migliorie”.

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Uno degli aspetti più interessanti nelle teorie esposte da Stewart-Williams è il ribaltamento prospettico: ciò che abitualmente viene spiegato in termini socioculturali può essere supportato dalla solidità di un approccio evoluzionista. In primo luogo perché alcuni nostri comportamenti (la gelosia, le preferenze estetiche nella scelta del partner, il nepotismo e la predilezione dei bambini per i dolci) permangono nonostante le pressioni sociali per sradicarli. In secondo luogo perché, contrariamente alle teorie degli scienziati sociali, molti fenomeni trascendono i confini culturali (è pressoché impossibile trovare culture nelle quali non esista un legame privilegiato fra i genitori e la propria progenie, in cui fratelli e sorelle si sposino abitualmente o in cui le persone siano indifferenti alle relazioni adulterine dei partner).

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La terza e più convincente istanza è la somiglianza dei nostri comportamenti a quelli di animali che ci sono vicini in termini di processo evolutivo. Nelle specie di mammiferi in cui i maschi sono più grandi delle femmine, per esempio, la tendenza è quella ad avere più partner, a essere più inclini alla violenza fisica e a essere meno coinvolti nell’accudimento dei piccoli.

Ne La scimmia che ha capito l’universo Stewart-Williams tiene a chiarire, sin da principio, che non tutto ciò che facciamo è finalizzato a trasmettere i nostri geni: “Dobbiamo tracciare una chiara distinzione tra l’affermazione secondo cui gli organismi sarebbero progettati per trasmettere i loro geni e l’affermazione che tutto ciò che un organismo fa ha come unico scopo la trasmissione dei geni”. Se esistono delle anomalie nel processo evolutivo ciò è dato dal fatto che le specie impiegano del tempo per adattarsi a nuovi contesti, pericoli e habitat. Così come il riccio sorpreso dai fari di un’automobile si appallottola invece di fuggire perché nella sua evoluzione ha sempre adottato quella strategia di difesa nei confronti dei propri predatori, l’essere umano continua a comportarsi principalmente come un cacciatore-raccoglitore e non come l’abitante di “questo mondo di linee rette, angoli retti e orari rigidi; di auto, volti rasati e jeans firmati; di specchi, macchine fotografiche e città come colonie di formiche”.

Perché ragni e serpenti continuano a farci paura e questo non accade con le sigarette che uccidono circa 8 milioni di persone all’anno? Ciò accade perché nel nostro percorso evolutivo abbiamo dovuto guardarci da questi animali per centinaia di migliaia di anni, mentre le sigarette rappresentano “una novità dell’ultima ora”.

Una delle statistiche più interessanti fra quelle citate nel libro è quella relativa alla violenza maschile. Secondo i dati globali citati da Stewart-Williams, gli omicidi compiuti dagli uomini sono il 90% e le vittime sono al 70% uomini. Se si prendono in esame le cifre relative agli scimpanzé troviamo percentuali quasi identiche: nel 92% degli “scimpanzicidi” gli assassini sono maschi e nel 73% dei casi le vittime sono di sesso maschile. Sempre esaminando il comportamento delle scimmie si è notato che se i giovani maschi si preparano al combattimento con la lotta, le femmine raccolgono tronchi e bastoni e iniziano a cullarli e accudirli come fossero cuccioli, mettendoli poi a “dormire” nel nido. Molte statistiche e osservazioni, quindi, confermano che comportamenti spesso attribuiti a costrutti culturali sono il frutto di una selezione naturale.

L’essere umano, però, è anche un animale culturale che, attraverso la cultura cumulativa, seleziona ciò che funziona e fa in modo che ciò che è culturalmente conveniente sopravviva e ciò che non lo è scompaia. È secondo questa legge della sopravvivenza non biologica che si sono evolute le nostre lingue e imbarcazioni e persino l’aspetto che diamo ai nostri orsacchiotti: “L’evoluzione culturale è molto diversa dalla cugina biologica. In organismi multicellulari come noialtri, i geni vengono trasmessi quasi esclusivamente dal genitore alla progenie. A meno che non siate un batterio, non potete ricevere geni dai vostri amici, ma potreste invece ricevere meme da loro o dai vostri figli, o da chiunque altro. E a dire la verità, in un mondo di libri, Tv e internet, potreste riceverli anche da persone morte. Un’altra differenza tra evoluzione biologica e culturale è che, sebbene non si possa condividere geni tra specie multicellulari diverse, c’è moltissima condivisione tra una specie culturale e l’altra. L’inglese, per esempio, è classificato come una lingua germanica, ma molto del suo vocabolario viene da lingue romanze come il francese e il latino. In un certo senso, l’inglese moderno è un incrocio: un ibrido tra le lingue romanze e germaniche. Nello stesso modo il rock è un ibrido di diversi generi musicali, inclusi il blues e il country, il gospel e il jazz. E il rock e l’inglese non sono eccezioni”.

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Proprio in virtù della cultura cumulativa, l’essere umano è riuscito a sviluppare le tecnologie che gli hanno permesso di viaggiare sulla Luna, sconfiggere malattie, allungare l’aspettativa di vita, diffondere miliardi di informazioni attraverso Internet. La cultura cumulativa non è limitata soltanto alla nostra specie; tradizioni animali si riscontrano anche fra gli altri primati, fra le balene (che hanno dei loro “dialetti”) o fra gli uccelli canori. Ciò che fa la differenza è che l’essere umano utilizza la cultura cumulativa molto più spesso di qualsiasi altra specie. Perché lo fa? Semplice: “La cultura cumulativa garantisce un risparmio di tempo. Grazie a essa, non abbiamo bisogno di reinventare, letteralmente, la ruota a ogni generazione. […]  Non ci deve cadere una mela in testa per capire la gravità: non dobbiamo sognare un serpente che si morde la coda per capire la struttura molecolare del benzene. Tutto ciò che dobbiamo fare è procurarci una tessera bibliotecaria, un buon insegnante o un accesso a Internet e poi possiamo scaricare nel nostro cervello alcuni grandi traguardi conoscitivi della nostra specie”.

Il mito del genio visionario e solitario che, nel suo laboratorio, partorisce un’invenzione rivoluzionaria è falso e fuorviante poiché “la gran parte delle idee o delle tecnologie non viene dagli ‘Eureka’ di geni solitari ma attraverso la fatica immane di grandi eserciti di individui, ognuno dei quali compie – per essere generosi – un minuscolo passo avanti”.

Secondo Stewart-Williams noi esseri umani siamo tanto il frutto dell’esigenza di trasmettere i nostri geni, quanto il prodotto di un’evoluzione culturale che ci vede, a seconda dei casi, nel ruolo di selezionatori o di semplici recettori di meme.

La scimmia che ha capito l’universo, edito da Espress Edizioni, è un saggio che vi consigliamo per la capacità di tradurre in un linguaggio semplice concetti complessi, ma anche per l’autorevolezza con la quale Steve Stewart-Williams riesce a tenere insieme discipline come la genetica, l’etologia, la biologia, l’antropologia, la sociologia e la psicologia. Un libro che chiede molto, ma che ripaga con gli interessi il tempo e l’attenzione spesi per la lettura.

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop” e "Cronofagia".

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