La sfida di Gaia, il libro di Bruno Latour sul nuovo regime climatico

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La sfida di Gaia, il libro di Bruno Latour sul nuovo regime climatico ultima modifica: 2020-09-07T08:00:53+02:00 da Davide Mazzocco
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La sfida di Gaia è il titolo del saggio edito da Meltemi che raccoglie otto conferenze del filosofo e antropologo francese. La prefazione è di Luca Mercalli

La sfida di Gaia di Bruno Latour, edito da Meltemi, è un corposo saggio nel quale il filosofo e antropologo francese prova ad abbattere i muri che ancora separano i saperi scientifico e umanistico.

Il ritardo di reazione che l’umanità ha palesato nei confronti delle conseguenze della crisi climatica è il frutto di un’inestricabile molteplicità di interessi privati, di una strategia semisecolare di negazionismo, controinformazione e offuscamento. Ma pur tracciando due fronti ideologici opposti, scopriamo che esiste una responsabilità di stampo strettamente culturale ed è quella del mancato dialogo fra i saperi. Nell’ultimo mezzo secolo, le voci inascoltate degli scienziati avrebbero avuto probabilmente maggiore eco se a recepirle non ci fossero stati solamente i loro colleghi di altre discipline tecnico-scientifiche, ma gli umanisti, quei filosofi, sociologi e antropologi in grado di valutare gli impatti della crisi ecologica sugli esseri umani e le loro forme di organizzazione.

Nucleo centrale del lavoro è un approccio critico all’ipotesi Gaia concepita da James Lovelock alla fine degli anni Settanta, l’idea che oceani, atmosfera, crosta terrestre e componenti geofisiche della Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita grazie all’azione di organismi viventi, vegetali e animali.

Bruno Latour, La Sfida di Gaia
Bruno Latour, sociologo, antropologo e filosofo francese, autore del La Sfida di Gaia [@Wikimedia Commons]

Latour inizia con una provocazione: la rivoluzione auspicata dalle menti progressiste si è già realizzata, non per l’auspicato cambiamento nella proprietà dei mezzi di produzione, ma per un’accelerazione nel movimento del ciclo del carbonio. I mari si riscaldano, l’albedo delle regioni polari sta cambiando a velocità inaudite, l’acidità degli oceani è in costante crescita, quali che siano le strategie di resilienza nell’immediato futuro faremo i conti con tutti i tipping points che sono stati superati da tempo. Siamo nell’età delle conseguenze. Per chi non lo avesse ben chiaro: nell’età delle conseguenze dell’attività umana. Nella prima parte del saggio, infatti, Latour si interroga a lungo sulla definizione di Antropocene:

“l’esperienza più vertiginosa è posizionare nello stesso diagramma la storia lunga del pianeta e la storia breve degli umani, non come si faceva un tempo per sottolineare l’insignificanza dell’umanità di fronte all’enormità della storia terrestre ma, al contrario, per caricare improvvisamente sulle spalle di questa stessa umanità il fardello di una potenza geologica senza precedenti”.

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Secondo Latour ci troviamo al cospetto di una rivoluzione copernicana o, meglio, di una quarta ferita narcisistica dopo quelle inferte al pensiero dominante da Copernico (l’essere umano NON è al centro del cosmo), Darwin (l’essere umano È il frutto di un percorso evoluzionistico) e Freud (la coscienza NON è al centro dell’esistenza): Gaia irrompe al centro della scena e chiama a raccolta le scienze umane per risolvere i danni che le scienze applicate hanno creato nei due secoli e mezzo successivi alla Rivoluzione Industriale.

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Ciò avviene, secondo Latour, “in un momento in cui la figura dell’umano non è mai apparsa così inadatta a tenerne conto”, un contesto storico in cui “siamo alfine riusciti a universalizzare su tutta la superficie della Terra lo stesso umanoide economizzatore e calcolatore”.  Da una parte c’è l’homo oeconomicus, incarnazione del capitale, dall’altra Gaia. Ad affrontare le criticità del presente vi è “un umano ridotto a un numero limitato di competenze intellettuali, dotato di un cervello capace di fare calcoli di capitalizzazione e consumo, a cui attribuiamo un numero limitato di desideri e che siamo riusciti a convincere alfine a credersi sul serio un individuo, nel senso atomico del termine”.

In un Pianeta egemonizzato e omogeneizzato dall’economia, la presenza dell’umano è ovunque, così come la sua relazione con ciò che una volta era considerato naturale, eppure la centralità assunta da Gaia continua a essere percepita da una parte minoritaria di coloro che hanno accesso alla conoscenza:

“Avete sicuramente notato che gli individui che rimangono insensibili alle crisi ecologiche sono molto suscettibili su tutte le questioni di morale come di identità e pronti a scendere in piazza quando i loro interessi sono minacciati. Se hanno scelto di essere negligenti è solo nei confronti di esseri che appartengono al regno della ‘natura’”.

Nella parte finale del saggio Latour afferma con forza l’anacronismo di istanze sostenute dagli Stati-nazione e la necessità di dar voce a Gaia: “La finzione non risiede nel dare voce all’acqua, ma nel credere che si possa fare a meno di rappresentarla con una voce umana, capace di farsi comprendere da altri umani”. La scienza dell’Economia ha depotenziato gli Stati, li ha privati della capacità di garantire la difesa ai propri soggetti:

“Il fallimento della lotta dello Stato contro le mondializzazioni successive non l’ha preparato affatto a tenere conto di questa nuova forma di mondializzazione da parte della Terra stessa. Nell’epoca dell’Antropocene lo Stato sovrano si ritrova quindi affetto da obsolescenza, proprio nel momento in cui la mondializzazione planetaria diviene letteralmente, e non più figurativamente, il pianeta”.

La persistenza della struttura dello Stato-nazione andrà a collidere sempre di più con un regime climatico fatto di interconnessioni incuranti di confini e rivendicazioni identitarie. Nell’epilogo del suo corposo saggio Bruno Latour ci mette di fronte, senza se e senza ma, a un rivoluzione epocale simile a quella che nel Cinquecento spostò l’asse del mondo dal Mediterraneo all’Atlantico:

“Inutile cullarsi nelle illusioni: siamo tanto impreparati agli sconvolgimenti futuri dell’immagine del mondo quanto lo era l’Europa nel 1492. Tanto più che, stavolta, non è l’espansione dello spazio ciò a cui dobbiamo prepararci , la scoperta di terre nuove svuotate dei loro abitanti, la gigantesca conquista territoriale che ha permesso quella che è stata definita a lungo ‘l’espansione occidentale’. Si tratta sempre dello spazio, della Terra, di scoperta, ma è la scoperta di una Terra nuova considerata nella sua intensità e non più nella sua estensione. Non assistiamo stupiti alla scoperta di un Nuovo Mondo a nostra disposizione, ma all’obbligo di reimparare da capo il modo in cui dovremo reimparare l’Antico!”.

Libro importante per comprendere come le scienze umane possano approcciare i temi della crisi climatica, La sfida di Gaia è arricchito dalla prefazione di Luca Mercalli.

[Cover Image @Pixabay]

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop” e "Cronofagia".

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