21 Ottobre 2022

Le tartarughe marine vengono ancora uccise illegalmente. Ma il bracconaggio è in calo

Tartarughe marine bracconaggio
Tartarughe marine bracconaggio

Tartarughe marine, negli ultimi trent’anni oltre un milione di esemplari sono stati vittime del bracconaggio. Fortunatamente, però, secondo uno studio i numeri sono in calo.

Le tartarughe marine sono ancora vittime del bracconaggio. Fortunatamente, però, questa crudele attività è in calo.

Negli ultimi trent’anni, secondo uno studio realizzato dalla Arizona State University (ASU), sarebbero stati uccisi più di 1 milione e 100 mila esemplari.

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Guardando, invece, agli ultimi 10 anni, le tartarughe vittime della caccia illegale ammontano a 44mila ogni anno in 65 paesi diversi.

Queste stime sono state pubblicate sulla rivista Global Change Biology e sono state effettuate da un team di ricercatori dell’Arizona State University.

I dati sono stati ricavati dall’analisi di oltre 200 articoli scientifici, ma anche grazie a questionari online, rapporti presenti negli archivi di media e giornali e rapporti delle ONG.

Grazie a questa ricerca, è stato possibile fare delle interessanti osservazioni.

I ricercatori, infatti, hanno scoperto che circa il 95% delle tartarughe marine vittime del bracconaggio appartiene a due specie: le tartarughe verdi (Chelonia mydas) e le tartarughe embricate (Eretmochelys imbricata).

Ma quali sono le zone in cui è maggiormente diffuso il traffico illegale di questi rettili?

Il Vietnam è il principale paese da cui parte il traffico illegale di questi animali, mentre la Cina e il Giappone sono le principali destinazioni per l’acquisto di prodotti derivati dalle tartarughe.

Nonostante ciò, come anticipato, una buona notizia c’è.

Lo studio, infatti, mostra che rispetto ai periodi precedenti, lo scorso decennio ha fatto registrare un calo del 28% dello sfruttamento illegale di questi rettili.

Un’altra nota positiva è che la maggior parte delle tartarughe marine proveniva da popolazioni sufficientemente resistenti che erano grandi e geneticamente diverse.

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Kayla Burgher, coautrice dello studio, ritiene che il calo nell’ultimo decennio potrebbe esser dovuto ai maggiori sforzi di conservazione e ad un cambiamento delle norme e delle tradizioni locali.

[Photo by Wexor Tmg on Unsplash]

Fabrizio Simone

Nato a Torino, dopo aver conseguito la laurea in Dams si iscrive a un master in progettazione della comunicazione digitale. Oltre a scrivere, lavora come guida al Museo Nazionale del Cinema di Torino. Nel tempo libero si dedica alle sue passioni che comprendono il cinema e la lettura di libri e fumetti.

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