16 Maggio 2014

Le cave italiane, ferite aperte sul territorio

cave italiane rapporto Legambiente

Secondo il Rapporto di Legambiente le cave italiane sono vere e proprie ferite aperte di cui nessuno si preoccupa.

Potrebbe superare le 17 mila unità il conteggio definitivo e probabilmente non sarebbe ancora corretto. Stiamo parlando delle cave presenti in Italia: enormi crateri che, come ferite aperte sul territorio, percorrono i paesaggi italiani senza che nessuno se ne preoccupi.

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In effetti, non credo che molti abbiano mai pensato alle cave come un problema, finché Legambiente non ha presentato il suo Rapporto 2014, fornendo la fotografia di un paese e di un paesaggio completamente in balia di questo business, tra il resto governato da un Regio Decreto del 1927 con indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato.

Lungo la penisola, le cave attive sono 5.592, quelle dismesse e monitorate 16.045, senza aggiungere quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia). Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali estratti in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, ossia di materiali di pregio dove sono minori le quantità, ma rilevantissimi i guadagni e gli stessi impatti. Nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre le quantità, infatti, i numeri rimangono impressionanti: un miliardo di euro di ricavo, 80 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6 milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012.

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Il grido di allarme arriva dunque da Legambiente che ha pubblicato il suo Rapporto e un ebook sui paesaggi delle attività estrattive italiane, con fotografie di Marco Valle. Il volume, così come il rapporto, hanno l’obiettivo di far emergere questa problematica e spingere le amministrazioni e gli stessi governi che si alternano a ridurre l’impatto ambientale dell’attività estrattiva sui territori. In realtà la Direttiva Europea 2008/98/CE ha fissato la data del 2020 per recuperare il 70% dei materiali inerti. Vi sono infatti 2.500 cave inerti e almeno 15.000 abbandonate, e in oltre la metà di queste vengono conferiti in discarica oltre 30 milioni di tonnellate di inerti provenienti dalle demolizioni delle costruzioni. Superare questo enorme scoglio è nell’interesse del sistema delle imprese e dell’ambiente (come dimostrano alcuni Paesi dove si arriva a utilizzare il 90% degli inerti provenienti dall’edilizia) con il vantaggio di creare un numero da due a tre volte maggiore di posti di lavoro grazie alla filiera del recupero e riutilizzo.

Il problema, inoltre, comprende anche il prezzo delle materie prime: prelevare e vendere materie prime è un’attività altamente redditizia, anche perché i canoni di concessione pagati sono a dir poco scandalosi. In media, infatti, si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti, ma esistono situazioni limite (Lazio, Valle d’Aosta e Puglia) dove il prelievo degli inerti costa solo pochi centesimi e regioni dove addirittura si cava gratis. Solo per fare un esempio, in Puglia nel 2012 sono stati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente 827mila euro al territorio.

Secondo Legambiente cambiare la tendenza è possibile e può avvenire anche in tempi brevi, rafforzando la tutela del territorio, del paesaggio e della legalità delle imprese, aumentando i canoni di concessione e spingendo all’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni. Per quest’ultimo punto, il problema riguarda soprattutto i cantieri dei lavori pubblici e privati, dove spesso i capitolati sono una barriera all’utilizzo degli inerti riciclati. Il cambiamento necessario è innanzitutto culturale e deve appartenere a progettisti, imprese e Enti pubblici, attraverso un’attenta azione di informazione e di formazione e l’utilizzo di riferimenti operativi in grado di fornire indicazioni chiare e precise sulle caratteristiche che i materiali di recupero devono avere per essere utilizzati nell’ambito delle costruzioni. Sono quindi necessarie nuove regole per tutelare un patrimonio nascosto.

Annalisa Audino

Laureata in Culture Moderne Comparate e giornalista pubblicista, legge, scrive, ama le passeggiate in montagna, ma anche andare in moto. Visita mostre, ascolta musica e non ne ha mai abbastanza di imparare. Adora le cose fatte in casa e cerca di vivere in modo sostenibile. Attualmente è impiegata presso l'Ufficio Comunicazione di Slow Food.

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