È morto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. La sua eredità: cibo buono, pulito e giusto, difesa della biodiversità agricola e dei diritti di contadini e territori
Carlo Petrini è morto nella sua casa di Bra ieri 21 maggio, a 76 anni. Fondatore di Slow Food e di Terra Madre, ha cambiato per sempre il modo in cui parliamo di cibo, legandolo in modo indissolubile a biodiversità, paesaggi agricoli, diritti dei contadini e giustizia climatica.
Nel comunicato con cui annuncia la sua scomparsa, Slow Food ricorda Petrini come il “fondatore e ispiratore” di un movimento diventato rete mondiale, e affida alle nuove generazioni la responsabilità di custodire “un grande tesoro” fatto di idee, comunità e pratiche quotidiane.
Dal bar di Bra a un movimento globale
Nato a Bra nel 1949, per tutti “Carlin”, Petrini parte da una provincia contadina dove il cibo è ancora intreccio di feste, dialetto, stagioni. Il suo percorso attraversa l’attivismo politico, il lavoro da cronista e la passione per l’enogastronomia. Negli anni Ottanta, mentre il fast food si afferma come simbolo di modernità, Petrini sceglie una strada controcorrente: nasce il movimento che diventerà Slow Food, prima in Italia poi nel mondo.
La visione è radicale nella sua semplicità: il cibo deve essere buono, pulito e giusto. Buono perché legato alla qualità organolettica e alla cultura; pulito perché prodotto rispettando i cicli naturali, il suolo, l’acqua, il clima; giusto perché non può esistere buona cucina sulla pelle dei lavoratori agricoli o dei territori sacrificati. È su questo intreccio tra piacere e responsabilità che Petrini costruisce un linguaggio nuovo, capace di parlare allo stesso tempo ai cuochi stellati e ai piccoli agricoltori, ai sindaci e agli studenti.
Difesa della biodiversità e dei saperi contadini
Nei testi e nelle campagne di Slow Food, il cibo non è mai solo prodotto: è un ecosistema. Con l’Arca del Gusto e i Presìdi Slow Food, Petrini porta al centro del dibattito pubblico varietà locali, razze autoctone, ortaggi dimenticati, pani e formaggi che rischiavano di scomparire. Ogni prodotto salvato è, nelle sue parole, “un pezzo di paesaggio e di memoria collettiva” che resiste all’omologazione dell’agroindustria globale.
Il punto più forte della sua eredità ambientale è il pensiero che la biodiversità alimentare non è un lusso da gourmet, ma un’alleata contro crisi climatica e degrado dei suoli. Più diversità nei campi significa sistemi agricoli più resilienti a siccità, malattie e shock dei mercati.
Terra Madre, mettere al centro chi produce
Un’altra intuizione chiave, che Slow Food ricorda nel suo tributo ufficiale, è la nascita di Terra Madre, la rete mondiale di comunità del cibo. Petrini capisce presto che non basta celebrare prodotti e ricette: bisogna dare voce a chi coltiva, alle cooperative di donne, alle popolazioni indigene, ai pescatori artigianali.
A Torino, ogni edizione di Terra Madre diventa un’assemblea planetaria su suolo, acqua, semi, diritti. Anni prima che la parola “transizione ecologica” entrasse nelle agende politiche, Petrini mette sullo stesso tavolo agricoltura, clima, migrazioni, accesso alle risorse. Il comunicato di Slow Food insiste proprio su questo: l’ambizione di trasformare un’associazione gastronomica in un movimento per la sovranità alimentare.
Pollenzo, educazione e futuro
Dalla visione di Petrini nasce anche l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, un luogo che fonde agronomia, antropologia, economia, ecologia. L’idea è che la “gastronomia” non debba limitarsi alla cucina, ma abbracciare l’intera filiera: dal campo alla tavola, passando per il lavoro, i trasporti, gli sprechi.
Per le nuove generazioni di studenti, Petrini ha incarnato l’idea che occuparsi di cibo significhi automaticamente occuparsi di ambiente: capire come le scelte alimentari influenzano deforestazione, consumo d’acqua, emissioni, perdita di habitat. Non a caso, Slow Food nel suo ricordo ufficiale sottolinea quanto la missione educativa — nelle scuole, nelle università, nei campi di Terra Madre — fosse centrale per lui.
L’eredità per chi si occupa oggi di ambiente
Oggi molte parole che Petrini ha contribuito a diffondere — filiera corta, biodiversità agricola, comunità del cibo, diritto al piacere — sono entrate nel lessico comune. La crisi climatica e la perdita di specie ci ricordano quanto fosse lungimirante il suo invito a rallentare, osservare i cicli naturali, restituire dignità a chi coltiva e alle terre marginali.
Salone del gusto Terra madre, Tutti a bordo dell’Arca del Gusto
Per chi lavora sulla transizione ecologica, l’eredità è duplice. Da un lato, l’idea che non esista ambiente sano senza sistemi alimentari più giusti, meno dipendenti da input fossili e da filiere lunghissime. Dall’altro, la consapevolezza che nessuna trasformazione ecologica regge senza piacere, bellezza, convivialità: senza la capacità di coinvolgere le persone non solo con i numeri, ma anche con il gusto, le storie, i territori.
Un lutto che chiama responsabilità
Nel saluto diffuso da Slow Food, chi ha lavorato con lui si definisce “custode di un grande tesoro”. È una formula che vale anche oltre il perimetro dell’associazione. Il tesoro riguarda tutti: è il patrimonio di semi, paesaggi e culture agricole che rischiano di scomparire, ma che possono diventare fondamenta di una transizione realmente equa.
Raccontare la morte di Carlo Petrini, per un giornale che si occupa di ambiente, significa soprattutto riconoscere che la lotta contro la crisi climatica passa anche da quello che mettiamo nel piatto, da chi lo produce e da come lo produce. La sua voce non c’è più ma resta una rete globale di comunità, educatori, cuochi e attivisti che possono continuare a trasformare in realtà l’utopia del “buono, pulito e giusto”.
[Foto @Slow Food]
