La pesca cinese del calamaro è un mix di sovrasfruttamento ittico, maltrattamento della forza lavoro e opacità della filiera, l’inchiesta di One Earth
L’opacità della filiera del calamaro nasconde frodi, pesca illegale, violazione dei diritti umani e abusi sulla forza lavoro, non permettendo ai consumatori di sapere la reale origine di questo prodotto, spesso spacciato falsamente per fresco.

La principale responsabile di questa mancata trasparenza è la flotta cinese, in costante crescita nelle acque internazionali (è attiva negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano), con navi che restano in mare aperto senza toccare porto anche per due anni di fila. “A bordo i lavoratori pescano calamari, in un regno dove il capitano è l’unica autorità, c’è una netta distinzione – prima di tutto etnica – tra le persone ‘in comando’ e quelli che fanno il lavoro manuale, e non c’è nessuno a cui chiedere aiuto in caso di maltrattamenti, violenze fisiche e verbali. Questa situazione si traduce in frequenti casi di lavoro forzato, pesca illegale, abusi di diritti umani, e persino in un numero inquietante di morti”, scrive il regista Francesco De Augustinis, ideatore del progetto no profit di informazione indipendente One Earth e autore di un’interessante inchiesta su questo tema.
La crescita della flotta cinese
La Cina è il Paese leader per la pesca del calamaro, con ben 1,1 milioni di tonnellate di catture nel 2023, pari a un terzo del pescato globale. Stando alle stime ufficiali del governo cinese sono 2.500 le navi che pescano fuori dalle acque territoriali (con il 30% di quest’ultime dedicate proprio alla pesca del calamaro), ma tali dichiarazioni paiono nettamente al ribasso. Basti pensare che il think thank inglese ODI Global ha calcolato la presenza di ben 16.966 imbarcazioni del Paese del dragone in acque internazionali già nel 2020, mentre gli incentivi del governo cinese per la pesca sono sempre stati alti, a fronte dell’introduzione recente di limiti e moratorie per la regolamentazione della flotta d’altura in acque internazionali e dell’adesione nel 2025 all’accordo internazionale “Port State Measure Agreement” (PSMA) contro la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.
La pesca a strascico riduce la biodiversità nel Mediterraneo
Le navi cinesi pescano il calamaro soprattutto nell’Atlantico, di fronte alle acque territoriali argentine, nel Pacifico al largo delle coste del Perù e nell’Oceano Indiano. Dall’Atlantico sud-occidentale provengono le specie più note, ovvero il calamaro patagonico e l’Illex argentinus, uno dei preferiti della flotta spagnola.
Il calamaro pescato dalla flotta cinese è destinato all’esportazione negli Stati Uniti e in Europa, dove Italia e Spagna sono i principali acquirenti. Edelmiro Ulloa, direttore della cooperativa degli armatori di Vigo, la città portuale galiziana che è la base della flotta spagnola del calamaro, fa presente nell’inchiesta di One Earth che le catture spagnole nell’Atlantico sud-occidentale sono rimaste invariate, mentre la flotta cinese è cresciuta esponenzialmente (oltre 4oo navi), con quantità catturate non note vista la mancata trasparenza dei registri, ma sicuramente di molto superiore alle 10-15mila tonnellate consentite alla flotta spagnola.
Lo stesso discorso vale per l’Oceano Pacifico, dove si pesca il calamaro gigante del Pacifico (o di Humboldt) e al largo delle coste peruviane, oltre le 200 miglia nautiche, la flotta internazionale è cresciuta nel 2023 da 302 a 528 navi, di cui 522 battenti bandiera cinese.
Gli abusi ai danni della forza lavoro
Questo fenomeno è finito presto nel mirino delle inchieste di varie organizzazioni internazionali, che hanno associato la crescita della flotta cinese in acque internazionali per la pesca al calamaro a fenomeni di illegalità nel pescato e ad abusi verso la forza lavoro. L’ong Environmental Justice Foundation (EJF), ad esempio, ha documentato numerose violazioni nelle navi cinesi operanti nei tre oceani citati, in tre differenti report pubblicati tra il 2025 e il 2026. L’ultimo di questi, pubblicato lo scorso giugno, classifica gli abusi documentati in queste principali categorie: sovrappesca, pesca distruttiva, episodi frequenti di taglio delle pinne agli squali, cattura deliberata di altre specie tutelate, abusi e violenze contro i lavoratori provenienti principalmente dall’Indonesia e dalle Filippine.
“Per me la cosa più sconvolgente sono le morti in mare. Abbiamo documentato nelle tre giurisdizioni 25 morti avvenute su 20 diverse navi, tutte cinesi. Alcuni di questi corpi sono stati semplicemente gettati in mare, altri sono stati tenuti nel congelatore. Questo è molto grave, e si sarebbe potuto evitare”, ha dichiarato a One Earth Urios Culiañez, direttore della sezione spagnola di EJF, secondo cui tali morti sono da ricondurre in primis a casi di malnutrizione (malattia Beriberi, dovuta a carenze vitaminiche), oltre che a patologie non curate, a incidenti, ad alcuni casi di suicidio e persino a un omicidio.
Nei report realizzati dagli investigatori di EJF sono state raccolte ben 430 interviste che testimoniano le drammatiche condizioni dei lavoratori a bordo delle navi cinesi. “Quando sei lì ti trattano come un animale”; “non ci davano da mangiare, non potevamo riposare”; “c’era violenza tutti i giorni, mi hanno colpito in testa con un tubo d’acciaio”: le parole degli intervistati non lasciano adito a dubbi sui maltrattamenti subiti all’interno delle navi durante le operazioni di pesca. Non va meglio ai lavoratori a terra delle industrie di trasformazione cinesi che lavorano il calamaro e altri prodotti ittici, sottoposti addirittura a un programma statale di trasferimento forzoso di manodopera dalla Corea del Nord e dalla regione cinese dello Xinjiang, dove vivono i discriminati uiguri, un gruppo etnico di fede musulmana e lingua turcofona. Queste dinamiche sono state documentate da una serie di inchieste condotte dal 2023 dall’Outlaw Ocean Project, un’organizzazione giornalistica no profit con sede a Washington, specializzata nei reportage sulle violazioni dei diritti umani, le dure condizioni di lavoro e le problematiche ambientali riguardanti i due terzi del pianeta Terra ricoperto dalle acque. Questi lavoratori subiscono numerosi abusi, sono tenuti costantemente sotto sorveglianza e rischiano addirittura di finire imprigionati se rifiutano di prestare la loro opera. Il prodotto che lavorano arriva non solo dalla Cina ma pure dall’Europa.
Il mercato italiano
“Nel 2025 la Cina è stato il principale esportatore al mondo di prodotti legati al calamaro (processati e non) per un controvalore di 1,4 miliardi di euro. La principale destinazione di queste esportazioni sono gli Stati Uniti (171 milioni di euro nel 2025), mentre in Europa il calamaro cinese ha raggiunto prevalentemente la Spagna (144 milioni di euro) e l’Italia (41,9 milioni di euro)”, scrive De Augustinis.
In Cina debutta PetTV, canale pensato per tenere compagnia agli animali domestici
Dalle testimonianze di grossisti e operatori della filiera, raccolte nell’inchiesta di One Earth, si capisce che il 90-95% del prodotto venduto non è fresco ma congelato o decongelato e proviene in gran parte proprio dalla Cina. Se è pur vero, infatti, che dai dati ufficiali la Spagna risulta il maggior Paese esportatore di calamaro verso l’Italia (31 mila tonnellate, per un valore di 195 milioni di euro nel 2025), tali cifre meritano di esser bene lette e interpretate, perché la stessa Spagna importa questo prodotto da varie parti del mondo (India, Marocco e Cina in primis) e nel 2025 ha fatto arrivare dal Paese del Dragone ben oltre 41mila tonnellate di calamari congelati (una quantità doppia rispetto al 2023), per un controvalore di 172 milioni di euro.
Nell’inchiesta di One Earth è stata visitata la fiera “Seafood Expo” di Barcellona, una delle più importanti al mondo, punto d’incontro privilegiato tra produttori, intermediari e grossisti. Non manca chiaramente il calamaro, presente soprattutto negli stand delle aziende cinesi, affollati da agenti che propongono forniture a prezzi molto vantaggiosi. Uno di questi afferma agli investigatori che l’Italia è il principale mercato dell’Illex argentinus.
Nel 2025 il Belpaese ha importato 9.300 tonnellate di calamaro congelato dalla Cina, un dato in netto aumento rispetto al 2023 (6.500 tonnellate). In pratica, quando il prodotto cinese arriva nel mercato comunitario non è più facilmente distinguibile, creando una sorta di concorrenza sleale. “Il calamaro cinese ha un problema di tracciabilità, legato a normative meno esigenti della Cina e alla pratica frequente dei trasbordi in alto mare. La tracciabilità è ancora più difficile perché diversi produttori europei stanno stringendo partnership con aziende cinesi per fare la trasformazione del calamaro a buon mercato”, riferisce One Earth.
Si torna così a quanto denunciato dall’Outlaw Ocean Project, con le navi europee che riforniscono le industrie cinesi, perché le operazioni di cattura, congelamento e spedizione dei calamari in Cina, dove quest’ultimi saranno poi decongelati, lavorati, puliti e rispediti in Europa per arrivare sulle nostre tavole, risultano notevolmente più economiche.
Oggi oltre il 90% del calamaro acquistato dai consumatori italiani risulta congelato, come riferisce a One Earth Valentina Tepedino, direttrice dell’azienda di consulenza Eurofish Market. Barcamenarsi in questo tourbillon è molto complicato e a farne le spese sono le scelte consapevoli, perché i consumatori sono ignari del fatto che possono acquistare 13 specie differenti, con diverse origini e valori di mercato che si discostano molto. L’origine di questo prodotto, il metodo di lavorazione ed il rispetto o meno dei diritti dei lavoratori sono domande a cui diventa praticamente impossibile dare risposte certe, compromettendo così la possibilità di procedere a un acquisto consapevole.
“Secondo un rapporto del 2025 siglato da diverse Ong, tra cui Oceana, nonostante le violazioni documentate associate alle flotte cinesi, le esportazioni di prodotti ittici dalla Cina raggiungono l’Europa senza il necessario scrutinio. Tra il 2022 e il 2023, su oltre 13mila certificati relativi alle catture di vari prodotti ittici importati in Europa dalla Cina, solo lo 0,4% è stato verificato dalle autorità degli stati membri, e solo in due occasioni le importazioni sono state bloccate. L’Italia, secondo il report delle Ong, è il fanalino di coda insieme al Portogallo per la verifica ai certificati che permettono l’importazione di prodotti ittici”, commenta One Earth.
Until the End of the World, i pericoli dell’acquacoltura intensiva al Clorofilla Film Festival
L’Unione europea, sulla carta, dispone di due normative per la tutela dei consumatori dall’acquisto di prodotti ittici a rischio, rispettivamente il regolamento contro il lavoro forzato e quello contro la pesca illegale e non regolamentata (UUI). Quest’ultimo, in vigore dal 2008, permette alla Commissione europea di bloccare o attenzionare le importazioni da Paesi che non rispettano gli standard europei. Nessun provvedimento è stato ancora emesso nei confronti della Cina. “La commissione è molto rigorosa nell’applicare il regolamento, ma meno con la Cina. Con la Cina c’è lassismo nella gestione comunitaria, per motivi strategici. Per noi il problema principale è che il prodotto, in questo caso della flotta cinese, entra nel mercato comunitario ed è difficile distinguerlo”, conclude Ulloa.
[Immagine di copertina @One Earth]
