Deforestation made in Italy è il report che indaga sulle responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale
Le foreste coprono oggi il 32% delle terre emerse (circa 4,14 miliardi di ettari), ma tra il 1990 ed il 2025 è andata perduta una superficie forestale di circa 0,49 miliardi di ettari, corrispondente ad un’area equivalente a 16 volte quella dell’Italia. L’agricoltura industriale permanente è la principale causa di questa perdita nelle aree tropicali, non bisogna però dimenticare le responsabilità dell’Unione europea e quindi anche dell’Italia, che importa, consuma e trasforma ingenti quantità di queste materie prime, contribuendo così alla deforestazione in altri continenti.
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Nel periodo 2005-2023, infatti, i consumi italiani di sette categorie di prodotti (caffè, carne e pelli bovine, olio di palma, gomma naturale, soia, legno e derivati, cacao) hanno messo a rischio 594mila ettari di foresta (una superficie pari a quella della provincia di Roma e ad una media annua di 31mila ettari), con una deforestazione incorporata pro-capite di 100 m² che colloca l’Italia al terzo posto nell’Unione europea (dietro Germania e Spagna) ed al ventesimo posto nel mondo. L’impatto climatico medio associato è stimato in 9,45 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, pari al 2,5% delle emissioni nazionali.
Queste analisi si ritrovano nel rapporto stilato da Etifor, uno spin-off dell’Università di Padova, intitolato “Deforestation made in Italy. Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale”. Dopo la prima edizione pubblicata nel 2020, questo nuovo lavoro ha aggiornato ed ampliato l’analisi in collaborazione con l’Università di Padova ed alla luce dei nuovi dati e dell’attuale contesto normativo europeo, tenendo conto anche delle risultanze del progetto EMMA4EU finanziato dal programma Erasmus+.
Il report riguarda l’arco temporale 2005-2023 ed ha stimato gli impatti incorporati nei consumi italiani di sette categorie di prodotti, seguendo l’impostazione dell’Allegato I del Regolamento EUDR (European Union Deforestation Regulation) 2023/1115, che mira a contrastare la deforestazione ed il degrado forestale globale.
“Il risultato è un quadro aggiornato su deforestazione incorporata, emissioni di carbonio e impatti sulla biodiversità. Perché anche quando le foreste si perdono a migliaia di chilometri di distanza, spesso la catena che porta fin lì parte dai nostri scaffali. Accanto ai processi di deforestazione – ovvero la conversione delle foreste in altre forme d’uso del suolo come aree agricole, pascoli o aree urbane – il report prende in esame anche il degrado forestale: la riduzione progressiva dell’integrità ecologica e della funzionalità delle foreste, con la conseguente perdita della loro capacità di fornire prodotti e servizi essenziali per le comunità locali e il clima globale”, comunica Etifor.
Oltre ad aggiornare e rafforzare l’analisi quantitativa sugli impatti della deforestazione associati ai consumi italiani, questo lavoro mira a contribuire ad un dibattito informato sull’attuazione dell’EUDR, mantenendo un approccio divulgativo ma rigoroso. Pur rendendo comprensibili fenomeni complessi, non rinuncia dunque alla profondità dell’analisi scientifica, chiamata a supportare i processi decisionali da parte di istituzioni, imprese e consumatori.
Il quadro normativo
Dopo circa tre anni di lavori parlamentari e di trilogo istituzionale, il 31 maggio 2023 il Parlamento europeo ha approvato il Regolamento (UE) 2023/1115 “sulla messa a disposizione sul mercato dell’Unione e sull’esportazione dall’Unione di determinate materie prime e prodotti associati alla deforestazione e al degrado forestale”. L’Allegato I al Regolamento EUDR riporta un elenco di sette gruppi di beni (o materie prime) ai quali si applica il Regolamento stesso, che vieta l’immissione sul mercato europeo di prodotti associati a deforestazione.
Le imprese che importano o commerciano i prodotti ricadenti nell’Allegato I sono chiamate a dimostrare che le proprie filiere non contribuiscono alla perdita di foreste. Per essere immesso sul mercato dell’Ue od esportato da questo, infatti, un prodotto incluso nell’Allegato I deve essere a deforestazione zero, realizzato nel rispetto della legislazione pertinente del Paese di produzione ed infine oggetto di una dichiarazione di dovuta diligenza (DD), da presentare prima della sua commercializzazione, che si compone di tre passaggi: 1) raccolta delle informazioni, 2) valutazione del rischio, 3) eventuale attenuazione del rischio.
L’articolo 29 dell’EUDR classifica periodicamente i Paesi Ue ed extra-Ue in base a tre categorie di rischio (basso, standard, alto), a seguito di una valutazione condotta dalla Commissione europea.
Dopo vari rinvii, l’applicazione definitiva del Regolamento EUDR è prevista per il 30 dicembre 2026. Il report evidenzia la necessità della piena attuazione dell’EUDR senza ulteriori proroghe o ritardi, “sul piano normativo e delle politiche pubbliche, appare quanto mai necessario che l’EUDR trovi un’attuazione piena, coerente e credibile, senza ulteriori rinvii né modifiche al ribasso. Eventuali slittamenti o ripensamenti rischierebbero infatti di compromettere la credibilità dell’iniziativa, alimentare i costi derivanti dall’incertezza normativa e favorire il persistere, se non l’aggravarsi, dei fenomeni di deforestazione”.
Suscita dunque perplessità la recente proposta della Commissione europea di escludere le pelli ed il cuoio bovini al campo di applicazione dell’EDUR, ovvero una categoria di prodotti che contribuisce in misura significativa (2,5-5%) al rischio di deforestazione globale e che trova largo impiego in numerosi settori, inclusi alcuni comparti di eccellenza del manifatturiero italiano ed europeo. Il Brasile, uno dei Paesi più esposti al rischio deforestazione, è il più grande esportatore mondiale di pelli e cuoio, con l’Italia che è il secondo importatore globale di questi prodotti dallo stesso Paese sudamericano.
Una piena ed efficace attuazione dell’EUDR, d’altronde, è chiamata a fronteggiare molteplici sfide. Oltre alle difficoltà tecniche ed agli oneri economici connessi alla conformità normativa ed alla gestione dei sistemi di controllo e verifica, vi è infatti la necessità di prevenire e mitigare possibili effetti indesiderati, quali: la riallocazione delle esportazioni di prodotti a rischio di deforestazione verso mercati domestici (interni ai Paesi di produzione primaria) o internazionali (extra-Ue) caratterizzati da standard ambientali meno stringenti; lo spostamento dei processi di cambiamento d’uso del suolo verso ecosistemi non forestali a elevato valore ambientale (praterie, savane e aree umide), ed infine la sostituzione dei prodotti inclusi nell’Allegato I con altri alternativi non soggetti all’EUDR, ma che potrebbero comunque avere impatti ambientali e sociali significativi (ad esempio sostituzione dell’olio di palma con altri oli vegetali).
Il rapporto richiama anche la necessità di garantire equilibrio e coerenza tra le diverse politiche riconducibili al Green Deal, al fine di evitare conflittualità ed effetti contradditori e di favorire possibile sinergie. La piena e rigorosa attuazione dell’ EUDR, in coordinamento con altre politiche settoriali, misure e strumenti regolatori, potrebbe addirittura generare impatti positivi ben al di là del contrasto ai fenomeni di deforestazione e di degrado forestale. Ad esempio potrebbe essere di sostegno sia ad investimenti in pratiche di insetting, cioè di mitigazione degli impatti negativi direttamente all’interno delle catene di fornitura (contribuendo così al raggiungimento degli obiettivi climatici e ambientali), sia di ausilio alla costruzione ed organizzazione di un patrimonio informativo di notevole rilevanza, utile non solo per finalità di controllo e monitoraggio ma anche per la gestione del territorio, la pianificazione e lo sviluppo di attività economiche ed investimenti.
“La costruzione di filiere a deforestazione zero potrà progressivamente trasformarsi da mero vincolo ad opportunità strategica, promuovendo una tutela e gestione responsabile delle risorse forestali, ma anche contribuendo a rafforzare la competitività, valorizzare la qualità dei prodotti e orientare il mercato verso una transizione equa, capace di coniugare obiettivi ambientali, diritti sociali e sviluppo locale”, conclude il report.
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Prodotti e raccomandazioni
Nonostante negli ultimi anni si stia assistendo ad un trend di diminuzione del rischio di deforestazione incorporata nei consumi italiani, il problema non va sottovalutato e restano forti responsabilità del sistema Italia rispetto agli impatti delle filiere del made in Italy.
I frutti della palma da olio rappresentano ancora la categoria di prodotto associata al maggior rischio di deforestazione complessivamente stimato in base ai consumi italiani (34%, totale di circa 201.800 ettari), seguiti da carne e pelli bovine (18%), soia (15%), legno e derivati (13%), cacao (12%), caffè (5%) e gomma naturale (2,5%).
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Va inoltre segnalato che oltra la metà del rischio di deforestazione incorporata si concentra in due soli Paesi, Indonesia (31%) e Brasile (22%), che precedono Costa d’Avorio (10%), Argentina (5%), Cina (4%), Malesia (3%) e Paraguay (3%). In generale sono più di cento i Paesi partner commerciali interessati, ma per la maggior parte delle categorie di prodotto analizzate si osserva un’elevata concentrazione del rischio (per effetto di relazioni dirette o indirette) con un numero ristretto di Paesi produttori. Tuttavia il report sottolinea che la deforestazione è incorporata nel made in Italy e gli impatti riguardano numerosi settori del manifatturiero, inclusi quelli che spiccano per l’eccellenza delle loro produzioni.
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“Nonostante una tendenza generale alla diminuzione del rischio di deforestazione incorporata nei consumi italiani, dovuta soprattutto a iniziative volontarie di alcuni settori industriali e all’impegno dell’UE prima che cambiassero le priorità geopolitiche globali nell’era post-pandemica, il nostro sistema continua ad avere grandi responsabilità sugli impatti delle filiere del Made in Italy. Occorrono pertanto importanti azioni collettive: piena attuazione dell’EUDR senza ulteriori semplificazioni e ritardi, impegno concreto delle imprese per filiere a deforestazione zero, rafforzamento del monitoraggio indipendente e, soprattutto, una transizione verso modelli di consumo più sostenibili. Un cambiamento strutturale di paradigma economico verso una bioeconomia circolare e basata su principi di sufficienza e di responsabilità condivise è essenziale per ridurre gli impatti e garantire benefici ambientali, sociali ed economici duraturi”, concludono Mauro Masiero e Giovanni Bausano, curatori di questo interessante report.
[Credits foto: Hans su Pixabay]
