20 Giugno 2026

Indigeni Ayoreo del Paraguay in pericolo, pure l’Italia è coinvolta

Gli Ayoreo Totobiegosode sono minacciati dalla deforestazione per gli allevamenti illegali di bestiame, l’Italia è la principale destinazione del pellame paraguaiano

“Per favore, assicuratevi che il pellame che comprate non provenga da territori indigeni deforestati. Credo che se la vostra gente sapesse che il nostro popolo rischia di morire a causa della deforestazione, se fossero brave persone, non vorrebbero comprarlo”. Con queste parole Porai Picanerai, rappresentante del popolo indigeno degli Ayoreo Totobiegosode che vivono nel Chaco paraguaiano –  ovvero la regione con il più alto tasso di deforestazione al mondo – si è rivolto ai consumatori italiani lo scorso 24 aprile, in occasione della protesta organizzata di fronte alla sede milanese dell’Associazione delle concerie italiane (UNIC).

Due rappresentanti di quello che è l’ultimo popolo incontattato del continente sudamericano sopravvissuto al di fuori del bacino amazzonico, si sono recati in Italia per la prima volta, al fine di denunciare – in collaborazione con Survival International –  il legame tra l’industria conciaria italiana e la devastazione del territorio del Chaco.

La protesta

“Nel nostro territorio c’è molta deforestazione, ma noi e i nostri fratelli incontattati abbiamo bisogno della foresta per sopravvivere. Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto perché nel nostro Paese non ci ascolta nessuno. Tutto il Chaco è devastato dalla deforestazione e pieno di mucche allevate per vendere carne e pellame”, ha dichiarato l’altro rappresentate degli Ayoreo, Darajidi Picanerai.

Stando alle ricerche condotte dall’Ong britannica “Earthsight”, infatti, si scopre che il pellame proveniente dagli allevamenti all’interno del territorio degli Ayoreo Totobiegosode confluisce in gran parte nelle concerie europee. L’Italia risulta la principale acquirente mondiale delle pelli paraguaiane (riceve oltre la metà delle esportazioni globali ed il 99% di quelle destinate all’Unione europea), utilizzate principalmente in tre settori (automotive, abbigliamento e arredamento).

In Italia la delegazione indigena è stata ricevuta dal Comitato per i diritti umani della Camera dei Deputati, dal Ministero degli Affari Esteri e dal Dicastero per lo Sviluppo umano integrale del Vaticano, mentre l’UNIC ha rifiutato un incontro. In seguito a questo diniego i due rappresentanti degli Ayoreo hanno quindi inscenato una protesta, che si è conclusa con la consegna di una lettera a Fulvia Bacchi  (direttrice di UNIC), in cui hanno smentito la tesi secondo cui il commercio delle pelli bovine non sia responsabile dei rischi in materia di deforestazione e violazione dei diritti umani e territoriali dei popoli indigeni, ribadendo che l’industria conciaria non dovrebbe opporsi all’inclusione della pelle bovina nel Regolamento (UE) 2023/1115 sulla deforestazione (EUDR), di prossima applicazione.

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“Chiediamo alle concerie italiane di smettere di fare affari con fornitori colpevoli di comportamenti illegali, e in alcuni casi addirittura criminali, nei confronti dell’ambiente e/o dei diritti umani, finché il governo non avrà restituito le terre ai loro legittimi proprietari indigeni. L’industria conciaria deve assumersi la responsabilità morale di una filiera che devasta l’ambiente e deruba il popolo ayoreo. E questo al di là degli obblighi di legge, che comunque esistono. Non è una mera questione di principio: per gli Ayoreo Totoboegosode, così come altri gruppi Ayoreo del Paraguay e i loro parenti che vivono incontattati, può fare tutta la differenza tra la vita e la morte”, ha dichiarato Francesca Casella, direttrice di Survival International Italia.

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Il caso Pasubio

In Italia c’è un precedente importante sul fronte della sostenibilità delle aziende. Nel 2023 il gruppo Pasubio – all’epoca il maggior importatore italiano di pellami dal Paraguay – ha deciso di rinunciare definitivamente all’acquisto di pellame da fornitori che minacciano direttamente o indirettamente con le loro attività l’habitat degli Ayoreo Totobiegosode e di conseguenza i loro diritti.

Tale importante svolta fu guidata dal prezioso lavoro di sensibilizzazione e pressione svolto da Survival International, che era giunta addirittura a presentare un’istanza formale contro il gruppo Pasubio presso il punto di contatto nazionale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Nonostante questo esempio positivo, sono ancora molte le aziende italiane che continuano ad acquistare pellame dalle aree minacciate del Paraguay. “L’industria conciaria italiana sta facendo pressione sulla Commissione Europea, anche tramite il governo italiano, affinché il pellame sia escluso dall’elenco dei prodotti che dovranno sottostare al Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR – European Deforestation-free Regulation), la cui applicazione è stata posticipata al 31 dicembre 2026 per le medie e grandi imprese. Tuttavia, il caso emblematico degli Ayoreo dimostra in modo inequivocabile quanto sia essenziale che il pellame resti incluso nella lista dei prodotti soggetti a questo regolamento in quanto potenziale driver di deforestazione e violazione dei diritti umani”, commenta Survival International.

Gli Ayoreo

Uno studio scientifico dell’Università del Maryland, basato su dati globali nel periodo 2000-2024, ha confermato che le foreste del Chaco paraguaiano sono soggette al tasso di deforestazione più alto al mondo, correlato allo sviluppo degli allevamenti di bestiame.

Minacciati da bulldozer, incendi e invasione dei loro territori per il business delle grandi aziende agroindustriali, gli Ayoreo proseguono imperterriti la loro lunga battaglia per il rispetto dei diritti dei popoli indigeni. Oggi vivono in vari sottogruppi (i Totobiegosode, – “il popolo del luogo dei cinghiali” –  sono quelli entrati in contatto in tempi più recenti), in comunità stanziali o ancora allo stato nomade.

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Secondo il recente rapporto di Survival International, intitolato “Popoli indigeni incontattati: frontiere di resistenza”, circa la metà di almeno 196 popoli e gruppi incontattati del pianeta rischia di scomparire entro dieci anni se non ci saranno interventi a loro tutela.

“Questo genocidio silenzioso è già in corso: è causato dal contatto forzato, dalle violenze, dalle malattie introdotte dall’esterno e dal furto di terra, ed è alimentato per la maggior parte da industrie estrattive come il taglio del legno (una minaccia per il 64% dei popoli e gruppi incontattati), le attività minerarie (41%) e l’agrobusiness (23%)”, spiega Survival International.

Tra i popoli a rischio ci sono pure gli Ayoreo del Chaco, che ebbero il loro primo contatto con i bianchi negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, più precisamente con gli agricoltori mennoniti che fondarono colonie nelle loro terre, dando origine ai primi scontri. Verso la fine degli anni Sessanta molti gruppi furono costretti ad abbandonare la foresta.

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Un periodo terribile fu quello dal 1979 al 1986, quando un gruppo evangelico fondamentalista (il “New Tribes Mission”, oggi noto come “Ethnos360”) contattò a forza vari gruppi di Ayoreo, schiavizzandoli e costringendoli ad abbandonare le loro terre ed i loro principi di vita. Molti indigeni persero la vita durante gli scontri ed anche a causa del contatto, poiché contrassero malattie verso cui non avevano le difese immunitarie. Altre famiglie di Ayoreo Totobiegosode sono uscite dalla foresta nel 1998 e nel 2004, principalmente a causa della deforestazione volta ad ampliare gli spazi per gli allevamenti di bestiame.

“Quasi tutto il territorio ancestrale della tribù si trova oggi nelle mani di latifondisti che assumono squadre di operai per abbattere gli alberi preziosi e poi introdurre il bestiame sulla terra disboscata. Molti dei nuovi proprietari terrieri sono Mennoniti, ma gran parte della terra degli Ayoreo è stata acquistata da facoltosi paraguaiani e da commercianti di bestiame brasiliani”, denuncia Survival International. La parte centrale della terra degli Ayoreo, quella dove vivono gli incontattati, è oggi nelle mani di cinque aziende agroindustriali (Yaguareté Porã, Carlos Casado, River Plate, BBC e Itapoti).

La battaglia legale degli Ayoreo

Le rivendicazioni degli Ayoreo Totobiegosode partono dal 1993, quando fu richiesta esplicitamente la proprietà collettiva del territorio per le famiglie di recente contatto e per i parenti isolati dislocati nell’area. Nel 1998 il Ministero della Cultura del Paraguay approvò una mozione che riconosceva il valore culturale della terra ancestrale degli Ayoreo Totobiegosode: tre anni dopo il governo paraguaiano riconobbe formalmente un territorio di 550.000 ettari nell’Alto Paraguay come patrimonio naturale e culturale del popolo indigeno Ayoreo Totobiegosode (PNCAT).

Nonostante tali premesse, il riconoscimento da parte della Costituzione del Paraguay della preesistenza e dei diritti dei popoli indigeni e la ratifica di tutti i principali trattati internazionali e nazionali sui diritti umani da parte del governo del Paese sudamericano, le condizioni di vita degli  Ayoreo Totobiegosode sono progressivamente peggiorate. Tale situazione li ha condotti a depositare una petizione (P 850-15) presso la Commissione inter-americana per diritti umani (IACHR), al fine di denunciare i torti subiti anche a nome dei gruppi in isolamento e di chiedere l’effettivo trasferimento di proprietà del territorio a loro concesso e promesso.

“Circondati su tutti i lati dalla deforestazione, i gruppi incontattati sono costretti a una vita in fuga perenne da invasori e bulldozer.  Per ora resistono in oasi di verde sempre più piccole, ma con l’avanzare della distruzione, presto potrebbero non avere più altro luogo in cui rifugiarsi. Se il governo paraguaiano non trasferirà agli Ayoreo Totobiegosode tutti i titoli di proprietà della loro terra ancestrale, espellendo le compagnie agroindustriali che oggi la occupano e la deforestano, gli Ayoreo incontattati rischiano lo sterminio”, denuncia Survival International, che sin dagli anni Novanta sostiene le lotte di questa popolazione indigena.

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Nel 2016 l’IAHCR concesse lo status di protezione al PNCAT, proibendo ogni ulteriore disboscamento al territorio della popolazione indigena. Cinque anni dopo, in seguito a 42 incontri senza risultati tangibili, gli Ayoreo Totobiegosode hanno abbandonato i negoziati con lo Stato mediati da IACHR e chiesto a quest’ultima di emanare urgentemente la propria sentenza in merito alla petizione P 850–15 sull’intero territorio.

Arriviamo dunque al giorno d’oggi. Lo scorso marzo oltre 100 membri della comunità indigena hanno bloccato un’arteria stradale paraguaiana per protestare contro la devastazione del loro territorio ancestrale, il mancato rispetto degli accordi e la negligenza dello Stato che li ha relegati in due comunità remote e inaccessibili, senza adeguata assistenza sanitaria e con difficile accesso a cibo ed acqua, costringendoli ad abbandonare la loro tradizionale vita nomade ed autosufficiente. Un mese dopo due rappresentanti degli Ayoreo Totobiegosode si sono recati per la prima volta in Italia. La tutela dei loro diritti non può più attendere.

[Credits foto ©horstmartensneu su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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