22 Giugno 2026

L’oro illegale che distrugge l’Amazzonia, il nuovo report shock di Greenpeace

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From March 16 to 21, 2025, Greenpeace Brazil and Greenpeace Germany, together with partners, carried out an agenda in the state of Mato Grosso to denounce the occurrence of mining in the Amazon Indigenous Lands. During the event, visits were made to Aldeia Piaraçu, in the Capoto-Jarina Indigenous Land, in addition to meetings with Chief Raoni at the headquarters of the Raoni Institute, in Peixoto de Azevedo, and with creative partners such as Damian Hardung and Domitila Barros. Overflights were also carried out to record photos and videos of mining, and production of support material for the global Respect the Amazon campaign and other institutional Greenpeace campaigns. Durante os dias 16 a 21 de março de 2025, o Greenpeace Brasil, junto a parceiros, cumpriu agenda no estado do Mato Grosso para denunciar a ocorrência do garimpo nas Terras Indígenas da Amazônia. Na ocasião, foram feitas visitas a Aldeia Piaraçu, na Terra Indígena Capoto-Jarina, além de agendas com o Cacique Raoni na sede do Instituto Raoni, em Peixoto de Azevedo, e com parceiros criativos como Damian Hardung e Domitila Barros. Foram realizados ainda sobrevoos para registros de fotos e vídeos de garimpo, produção de material de apoio à campanha global Respect the Amazon e outras campanhas institucionais do Greenpeace.

Il nuovo rapporto di Greenpeace sull’oro illegale svela i danni devastanti in Amazzonia tra deforestazione, avvelenamento da mercurio e violenze

Dietro la lucentezza dei gioielli che indossiamo o dei lingotti custoditi nei caveau si nasconde, troppo spesso, una scia di mercurio, violenza e deforestazione illegale. Il nuovo rapporto di Greenpeace sull’oro illegale getta una luce sinistra sulle catene di approvvigionamento globali, svelando come il mercato dell’oro continui a finanziare la distruzione dei polmoni verdi del pianeta, in particolare della foresta amazzonica.

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L’estrazione aurifera illegale (nota in Sudamerica come garimpo) ha raggiunto livelli allarmanti. Non si tratta più di cercatori d’oro isolati, ma di vere e proprie organizzazioni criminali dotate di tecnologie pesanti, draghe e aerei privati, capaci di stuprare l’ambiente nell’indifferenza – o con la complicità – delle istituzioni locali.

I punti chiave del rapporto di Greenpeace sull’oro illegale

L’inchiesta dell’associazione ambientalista mappa i danni devastanti di questa corsa all’oro del XXI secolo, concentrandosi su tre fronti critici:

  • Il dramma dei popoli indigeni: le terre dei popoli nativi (come gli Yanomami e i Munduruku in Brasile) vengono invase illegalmente dai cercatori d’oro. Questo porta con sé violenze, minacce e l’introduzione di malattie.

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  • Avvelenamento da mercurio: per separare l’oro dalla terra, i minatori illegali utilizzano tonnellate di mercurio. Questo metallo altamente tossico finisce nei fiumi, avvelenando l’acqua e la fauna ittica. Intere comunità indigene presentano oggi livelli di mercurio nel sangue ben oltre i limiti di sicurezza stabiliti dall’OMS, con danni neurologici irreversibili per i bambini.

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  • Deforestazione e fiumi deviati: le immagini satellitari raccolte da Greenpeace mostrano migliaia di chilometri di fiumi amazzonici letteralmente distrutti, trasformati in distese di fango tossico. La deforestazione legata all’oro sta accelerando il punto di non ritorno dell’Amazzonia, un tema su cui la comunità scientifica lancia continui allarmi in ottica di crisi climatica.

Dalla giungla al mercato europeo: la truffa del lavaggio dell’oro

Una delle rivelazioni più scottanti del report riguarda la tracciabilità. Come fa l’oro estratto illegalmente in Amazzonia ad arrivare nelle gioiellerie o nei circuiti finanziari dell’Occidente?

Greenpeace denuncia il meccanismo del “gold laundering” (il lavaggio dell’oro). Attraverso la falsificazione di autocertificazioni e la complicità di intermediari compiacenti, l’oro estratto illegalmente nelle riserve indigene viene mescolato a quello legale nelle fonderie locali. Una volta fuso in lingotti, perde la sua “carta d’identità” e viene esportato in tutto il mondo, Europa compresa, come oro “pulito” e certificato.

I sistemi di controllo attuali delle aziende e delle raffinerie d’oro internazionali si dimostrano, secondo l’ONG, ampiamente insufficienti e basati su una burocrazia facilmente aggirabile.

“Finché le grandi aziende della gioielleria e le istituzioni finanziarie non pretenderanno una tracciabilità totale e trasparente dal punto di estrazione fino al consumatore finale, continueranno a essere complici della distruzione dell’Amazzonia e del genocidio dei suoi popoli”, commenta Greenpeace.

Il ruolo dell’Europa e il “buco nero” dei controlli in Italia

Se il meccanismo del lavaggio dell’oro permette al metallo prezioso di superare i confini brasiliani, sono la fame di beni rifugio dei mercati occidentali e la debolezza dei controlli europei a garantirne il successo commerciale.

Il report di Greenpeace chiama in causa direttamente l’Europa, evidenziando due hub cruciali per il transito e la raffinazione dell’oro “sporco”:

  • La Svizzera come porta d’accesso: la Svizzera rappresenta il più grande hub internazionale per il commercio e la raffinazione dell’oro. Secondo i dati dell’inchiesta Toxic Gold, le importazioni svizzere hanno superato le esportazioni dichiarate dal Brasile del 67% nel 2022 e del 62% nel 2023, evidenziando una macroscopica discrepanza nei dati commerciali che suggerisce l’ingresso di canali illegali. La Svizzera funge di fatto da “porta d’ingresso” per oltre la metà dell’oro illegale che entra successivamente nell’Unione Europea.

  • L’Italia e l’assenza di ispezioni: La responsabilità italiana è tra le più gravi a livello comunitario. L’Italia è il secondo polo europeo per volumi di oro lavorato, avendo importato quasi mille tonnellate di metallo prezioso dal 2021. Eppure, Greenpeace Italia denuncia che nel nostro Paese non viene effettuata alcuna ispezione sulla filiera dell’oro da ben 5 anni. Questa totale assenza di audit e verifiche indipendenti sui registri d’importazione trasforma l’Italia in un potenziale “buco nero” dove l’oro estratto illegalmente in Amazzonia può essere acquistato, trasformato e rivenduto senza che nessuno ne verifichi la reale provenienza.

Nonostante storiche vittorie legali – come la decisione della Corte Suprema brasiliana (Supremo Tribunal Federal) che ha finalmente dichiarato incostituzionale il principio della “presunzione di buona fede” degli acquirenti d’oro – Greenpeace avverte che lo sforzo del Brasile sarà nullo se i Paesi importatori non faranno la loro parte.

L’Unione Europea deve urgentemente bloccare l’accesso al mercato continentale a qualunque metallo che non presenti una tracciabilità geologica trasparente e certificata.

Cosa possiamo fare noi? Verso un consumo responsabile

Il report di Greenpeace non è solo un atto d’accusa, ma un appello urgente alla transizione ecologica del settore minerario. Come consumatori e cittadini, abbiamo il potere di fare pressione sul mercato:

  1. Esigere la trasparenza: quando acquistiamo un gioiello, impariamo a chiedere la provenienza dell’oro.

  2. Scegliere oro riciclato o certificato: esistono certificazioni come il Fairmined o il Fairtrade Gold che garantiscono standard sociali e ambientali rigidi. Inoltre, l’uso di oro 100% riciclato riduce drasticamente la necessità di nuove estrazioni.

  3. Sostenere le petizioni ambientaliste: fare pressione sui governi affinché approvino leggi severe che vietino l’importazione di materie prime legate alla deforestazione e alla violazione dei diritti umani.

L’oro non può valere più della vita del pianeta e delle sue comunità. È tempo che la filiera di questo metallo prezioso esca dall’ombra.

[Foto di copertina © Samara Souza / Greenpeace]

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