Fosforo bianco in Palestina, le conseguenze delle munizioni incendiarie sulla popolazione civile e sugli ecosistemi di Gaza
Il fosforo bianco, utilizzato in Palestina, è una sostanza chimica che si accende spontaneamente a contatto con l’ossigeno atmosferico, producendo una combustione intensa e un fumo bianco molto denso. In ambito militare viene impiegato per creare cortine fumogene, ma può anche provocare incendi e gravi ustioni. Quando le munizioni vengono disperse in aria, i frammenti incandescenti possono raggiungere un’area estesa, esponendo persone, abitazioni e terreni a conseguenze devastanti.
Il suo impiego nei territori palestinesi non è un episodio isolato. Durante l’operazione militare israeliana del 2008-2009, Human Rights Watch documentò ripetuti attacchi con munizioni al fosforo bianco in aree densamente popolate della Striscia di Gaza. L’organizzazione verificò episodi che coinvolsero abitazioni, una scuola delle Nazioni Unite, un ospedale e un deposito di aiuti umanitari.
Nel marzo 2009, il rapporto Rain of Fire ricostruì sei episodi nei quali l’impiego di fosforo bianco in Palestina aveva provocato vittime civili e danni a strutture non militari. In uno di questi, il 15 gennaio 2009, munizioni incendiarie colpirono il complesso dell’UNRWA a Gaza City, provocando incendi in edifici contenenti aiuti alimentari e materiali sanitari. Circa 700 civili si trovavano nel complesso come rifugiati.
L’11 ottobre 2023, Human Rights Watch ha nuovamente verificato l’impiego di munizioni al fosforo bianco sopra il porto di Gaza City attraverso video e testimonianze. L’organizzazione ha sottolineato i rischi per la popolazione civile derivanti dall’utilizzo di queste armi in un territorio caratterizzato da un’elevata densità abitativa.
Il problema non riguarda soltanto la natura incendiaria della sostanza, ma anche le condizioni in cui viene utilizzata. In un territorio nel quale milioni di persone sono esposte a bombardamenti, sfollamenti e scarsità di risorse, un’arma capace di provocare incendi estesi e lesioni gravi può aggravare ulteriormente una situazione umanitaria già drammatica.
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Ustioni, incendi e sfollamenti: il costo umano del fosforo bianco in Palestina
Il fosforo bianco rappresenta una minaccia diretta per la salute umana. Il contatto con la sostanza può provocare ustioni profonde, difficili da trattare e potenzialmente letali. I frammenti che rimangono incorporati nei tessuti possono riaccendersi quando vengono esposti all’ossigeno, complicando le cure e aumentando il rischio di ulteriori lesioni.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il fumo prodotto dalla combustione contiene ossidi di fosforo che, a contatto con l’umidità delle vie respiratorie e degli occhi, possono formare acidi irritanti. L’esposizione può quindi provocare danni non soltanto alla pelle, ma anche all’apparato respiratorio.
A Gaza, queste conseguenze assumono una gravità particolare. La distruzione delle strutture sanitarie, la scarsità di medicinali e la difficoltà di evacuare i feriti rendono estremamente complesso il trattamento delle ustioni. Anche chi sopravvive all’attacco può affrontare un lungo percorso di cure, riabilitazione e recupero.
Nel rapporto del 2009, Human Rights Watch documentò persone ferite da residui di fosforo bianco rimasti nelle aree civili anche nei giorni successivi alla cessazione delle principali ostilità. La presenza di frammenti incendiari non completamente consumati rappresentava un pericolo per chi tornava nelle proprie abitazioni e per gli operatori impegnati nella rimozione delle macerie.
La conseguenza è una forma di insicurezza che persiste oltre il bombardamento. Le persone sfollate non possono necessariamente tornare nei luoghi di origine senza esporsi a ulteriori rischi, mentre le comunità che rimangono nei territori colpiti devono affrontare la distruzione delle abitazioni e la perdita delle risorse necessarie alla sopravvivenza.
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La terra bruciata: il fosforo bianco e la distruzione delle coltivazioni
L’impatto del fosforo bianco non si limita alle conseguenze sanitarie. La sua capacità di incendiare la vegetazione può provocare danni diretti ai terreni agricoli, distruggendo raccolti, alberi e infrastrutture produttive.
Human Rights Watch ha documentato nel 2009 incendi provocati da munizioni al fosforo bianco che coinvolsero anche aree agricole. Nel villaggio di Khuza’a, un agricoltore palestinese raccontò all’organizzazione che una parte della sua azienda agricola era stata bruciata durante un attacco. Le testimonianze raccolte descrivevano incendi nelle abitazioni e nei campi, con frammenti incandescenti che continuavano a rappresentare un pericolo dopo la fine dei bombardamenti.
La distruzione delle coltivazioni ha conseguenze che si protraggono nel tempo. Gli ulivi e gli alberi da frutto, elementi centrali del paesaggio agricolo palestinese, necessitano di anni per raggiungere la piena produttività. La loro perdita comporta quindi un danno economico e alimentare che non può essere compensato semplicemente con la ricostruzione delle infrastrutture.
Anche il terreno può subire alterazioni. Gli incendi eliminano la copertura vegetale, riducono la presenza di sostanza organica superficiale e possono aumentare l’erosione. La perdita della vegetazione rende inoltre il suolo più vulnerabile al dilavamento e può compromettere la capacità di trattenere acqua.
È tuttavia importante distinguere questi effetti dagli eventuali fenomeni di contaminazione chimica. Il fosforo bianco reagisce rapidamente con l’ossigeno, trasformandosi in altri composti del fosforo. Secondo l’Agenzia statunitense per le sostanze tossiche e il registro delle malattie (ATSDR), in condizioni ambientali ossidanti la sostanza può trasformarsi in composti meno pericolosi, mentre in terreni e sedimenti poveri di ossigeno può persistere più a lungo.
La presenza di residui e la loro distribuzione dipendono quindi dalle condizioni ambientali e dall’effettivo impiego delle munizioni. Per determinare l’entità della contaminazione nei territori palestinesi sono necessarie analisi specifiche dei terreni colpiti, che le condizioni imposte dal conflitto rendono attualmente estremamente difficili da condurre.
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Il fosforo bianco in Palestina e le conseguenze sugli ecosistemi
Gli effetti ambientali del fosforo bianco possono estendersi oltre le aree direttamente colpite dalle munizioni. Gli incendi possono danneggiare habitat naturali, distruggere rifugi per la fauna e alterare gli equilibri degli ecosistemi terrestri.
La perdita della vegetazione riduce la disponibilità di cibo e riparo per numerose specie. Inoltre, la distruzione della copertura vegetale può modificare il microclima del terreno, aumentando l’esposizione alla radiazione solare e riducendo la capacità di trattenere l’umidità.
Un ulteriore rischio riguarda le risorse idriche. I prodotti della combustione del fosforo bianco possono depositarsi sul terreno e sulle superfici acquatiche. In determinate condizioni, il trasferimento dei residui verso corsi d’acqua, falde e sedimenti può contribuire alla contaminazione ambientale.
Il fosforo è un elemento essenziale per la vita, ma la sua presenza in quantità eccessive negli ecosistemi acquatici può favorire fenomeni di eutrofizzazione. L’aumento della disponibilità di nutrienti può stimolare una crescita eccessiva di alghe, con conseguente diminuzione dell’ossigeno disciolto nell’acqua e alterazione degli habitat.
Questi processi rappresentano rischi ambientali generali associati alla dispersione dei composti del fosforo. Non esistono, tuttavia, dati sufficienti per attribuire al solo fosforo bianco l’attuale contaminazione delle acque e degli ecosistemi palestinesi.
A Gaza, il deterioramento ambientale deriva anche dalla distruzione delle infrastrutture idriche e fognarie, dagli scarichi non trattati, dai residui delle munizioni e dalle macerie. Il rapporto UNEP del giugno 2024 descrive una situazione nella quale le diverse fonti di contaminazione si sovrappongono, rendendo difficile isolare gli effetti di una singola sostanza.
La guerra e la sicurezza alimentare: quando la terra non può più nutrire
La distruzione dei terreni agricoli e delle risorse naturali si inserisce in una crisi alimentare che ha raggiunto livelli estremamente gravi nella Striscia di Gaza.
L’agricoltura palestinese rappresenta una componente essenziale dell’autonomia alimentare e del rapporto delle comunità con il territorio. La perdita di campi, uliveti e infrastrutture di irrigazione riduce la capacità di produrre alimenti e di sostenere le attività economiche locali.
Il fosforo bianco può contribuire a questa distruzione attraverso gli incendi, ma non è l’unica causa. I bombardamenti, gli spostamenti forzati, la distruzione delle infrastrutture e le restrizioni nell’accesso alle risorse hanno compromesso ulteriormente la produzione agricola.
Il risultato è una crisi nella quale la perdita delle risorse naturali si traduce direttamente in una perdita di sicurezza alimentare. Quando un campo viene distrutto, una famiglia può perdere non soltanto il raccolto immediato, ma anche la possibilità di produrre alimenti negli anni successivi.
La distruzione degli uliveti rappresenta un esempio particolarmente significativo. Gli alberi non sono soltanto una fonte di reddito, ma anche un elemento culturale e identitario del territorio palestinese. La loro perdita compromette il rapporto delle comunità con la terra e rende più difficile il ritorno alla vita quotidiana.
Una ricostruzione che deve partire dalla terra
Nel giugno 2024, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha pubblicato una valutazione preliminare degli impatti ambientali del conflitto, evidenziando la necessità di ulteriori indagini per comprendere la contaminazione dei terreni, delle risorse idriche e degli ecosistemi.
La ricostruzione non potrà quindi limitarsi alla riparazione degli edifici e alla rimozione delle macerie. Sarà necessario intervenire anche sulla qualità del suolo, sulla sicurezza delle risorse idriche e sul ripristino degli ecosistemi.
Per la popolazione palestinese, la possibilità di tornare a vivere nei propri territori dipenderà anche dalla capacità di recuperare le risorse naturali necessarie alla sopravvivenza.
[Foto di United States Air Force su Wikimedia Commons]
