Due report sui conflitti a Gaza e in Ucraina documentano il crescente impatto dell’attività bellica sulla crisi climatica
Degli effetti a lungo termine delle guerre si parla e scrive sempre troppo poco. Oltre alle vittime di bombardamenti e raid, ci sono migliaia di persone che si ammalano per l’inquinamento dovuto alle esplosioni, ai crolli degli edifici, alle polveri che vengono inalate dalle vittime dei conflitti. Oltre a devastare vite umane, territori ed economie, le guerre lasciano una cicatrice profonda anche sul clima. A quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, il bilancio delle emissioni di gas serra attribuibili al conflitto ha superato 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (tCO₂e), una cifra paragonabile alle emissioni annuali dell’intera Francia. A questi si aggiungono i costi climatici della guerra a Gaza, stimati in oltre 33,2 milioni di tCO₂e, mentre è in corso la stima delle emissioni del conflitto in Iran.
Uno dei fenomeni innescati dalla guerra in Ucraina è quello degli incendi boschivi scatenati dai combattimenti che continuano ad aumentare in modo progressivo. Condizioni insolitamente calde e secche, probabilmente intensificate dal riscaldamento globale, hanno trasformato anche le più piccole scintille in incendi incontrollabili, rendendo impossibile qualsiasi intervento. Un circolo vizioso che illustra come conflitti armati e crisi climatica si alimentino a vicenda.
Guerre e ambiente, come i conflitti armati trasformano ecosistemi e biodiversità
Il tema del rapporto fra conflitti e crisi climatica è ormai sul tavolo delle organizzazioni internazionali. Alla COP30 in Brasile, l’Ucraina ha annunciato l’intenzione di ritenere la Russia responsabile di questi danni: la richiesta di risarcimento, calcolata su un costo sociale del carbonio di 185 dollari per tCO₂e, supera i 57 miliardi di dollari nella categoria “danni ambientali” del Registro dei danni per l’Ucraina, parte del Meccanismo internazionale di risarcimento.
Per quello che riguarda Gaza, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica One Earth stima che il costo climatico della distruzione, dello sfollamento e della ricostruzione possa superare 33,2 milioni di tCO₂e, più delle emissioni annuali combinate di Costa Rica ed Estonia nel 2023. Nonostante si tratti di cifre enormi, gli Stati non hanno alcun obbligo di segnalare le emissioni militari all’organismo delle Nazioni Unite per il clima, lasciando questi impatti fuori da qualsiasi quadro di responsabilità internazionale.
Cambiamenti climatici e guerre, il binomio per capire il XXI secolo
Ospite alla recente Padova Climate Action Week, Lennard de Klerk ha fondato Initiative on GHG Accounting of War, una piattaforma dedicata alla stima delle emissioni di gas serra generate dai conflitti armati che ha compiuto un’accurata analisi dei fattori di emissione di CO₂ nel conflitto russo-ucraino. Dal report è emerso come il principale fattore di emissione sia rappresentato dalle operazioni militari con il 37% del totale delle emissioni. Sebbene le tattiche sul campo di battaglia e l’utilizzo delle attrezzature si siano evoluti, le forze armate continuano a dipendere fortemente dai combustibili fossili per alimentare carri armati, veicoli blindati e le crescenti reti logistiche a supporto delle operazioni militari. Il contributo di emissioni degli incendi boschivi è del 23%, una percentuale identica a quella delle attività di ricostruzione post-bellica.
La chiusura dello spazio aereo su Ucraina e Russia ha costretto l’aviazione civile a nuove rotte, il surplus di richiesta di cherosene per ovviare a questa situazione rappresenta il 9% delle emissioni totali. Il 6% delle emissioni è stato causato dagli attacchi alle infrastrutture energetiche da parte dei due eserciti: gasdotti, oleodotti, raffinerie, depositi di petrolio, centri di produzione e stoccaggio di gas. Il 2% delle emissioni è rappresentato dagli spostamenti dei rifugiati e dalle visite ai familiari di chi è dovuto scappare dal conflitto.
Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, il bilancio delle emissioni è di 33,2 milioni di tCO₂e, pari a un anno di emissioni della Giordania o all’equivalente annuale di 7,6 milioni di autovetture. In questo caso, le emissioni sono state valutate su tre livelli: attività pre-conflitto, attività del conflitto e attività post-conflitto. Nelle attività pre-belliche sono state valutate le opere edificate dalle due opposte fazioni: il muro d’acciaio di 65 km innalzato da Israele e il sistema di 500 km di tunnel costruito da Hamas nel sottosuolo della striscia di Gaza.
Nei consumi bellici, invece, oltre alle emissioni provocate dall’attività militare, sono stati computati anche quelli connessi alle attività di soccorso e sostegno alla popolazione di Gaza. Infine, nella contabilità delle attività post-belliche è stata fatta una stima dei consumi dovuti alla ricostruzione degli edifici di Gaza, delle strade e degli edifici del Libano e allo smaltimento dei detriti.
La rendicontazione completa delle emissioni di gas serra è fondamentale per un’efficace governance climatica, ma se in questo tipo di valutazioni le emissioni associate alle attività militari sono spesso omesse, quelle derivanti dalle attività preparatorie e post-belliche sono sistematicamente trascurate. Una contabilizzazione insufficiente impedisce l’inclusione delle emissioni militari negli accordi internazionali sul clima, compromettendo le misure di mitigazione climatica. Le vittime climatiche delle guerre in corso vanno ben oltre i confini dei territori in lotta fra di loro, sono ovunque, non circoscrivibili nel tempo e nello spazio.
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