Tom Cruise in Digger mette in scena un magnate del petrolio senza scrupoli in una grottesca satira sul potere
La satira è l’arma più efficace contro il potere, perché lo smaschera e lo ridicolizza. Si deride, si sbeffeggia e si mette in luce il lato grottesco dei governanti e delle istituzioni. Questo serve a mettere in luce qualsiasi sbavatura e, soprattutto, a farci vedere le cose con una maggiore chiarezza. Qual è il ruolo dell’arte in tutto ciò, ossia nell’oggi dove le questioni sono così gravi che porsi in maniera ironica e provocatoria è sempre più delicato?
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Questi pensieri vengono in mente quando si guarda Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise, dal 1° ottobre nelle sale. La sua uscita è stata preceduta da campagna promozionale, operata dalla Warner Bros. Pictures, che non lasciava trasparire nulla della trama o dei temi affrontati del film. Concentrandosi piuttosto sulla prova del suo protagonista, lontano dai ruoli che lo hanno reso celebre, come Mission: Impossible (1996 – 2025).

L’accoglienza non è stata positiva. Risulta uno dei peggiori esordi cinematografici dell’anno, anche per Tom Cruise, di solito abituato a grandi incassi al primo weekend. Il film, da questo punto di vista è una catastrofe, esattamente come la catastrofe che vuole raccontare: grottesca, esagerata, e persino oscena. A partire dal personaggio di Digger (Cruise), un magnate del petrolio avido con agganci nelle più alte sfere del potere. Ha persino sottoscritto degli accordi segreti con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per trivellare senza alcuna cognizione in Groenlandia. Il tutto disinteressandosi delle preoccupazioni dei suoi sottoposti. Si trova così a dover fronteggiare un vero e proprio disastro ambientale come conseguenza. Un enorme iceberg, distaccatosi nei pressi di un suo stabilimento, si sta avvicinando minacciosamente all’Europa.
Digger fa parte di un’ideale trilogia che il regista messicano porta avanti dai tempi di Birdman (2014) proseguendo con Bardo (2022). Ci si domanda come la rappresentazione possa trovare un’applicazione effettiva e raccontare il presente senza perdere spontaneità. Iñárritu lo fa con una messa in scena che alterna piani sequenza e grandangoli, grazie anche a un’ambientazione che sembra teatrale, per una rappresentazione che non risparmia nessuno.
Cruise col suo personaggio rappresenta l’America e l’americano. Viene mostrato fin dalle prime immagini del film tramite una serie di inquadrature che piano piano si avvicinano alla sua villa. Lo stile visivo rimanda all’avvicinamento a un altro grande magnate cinematografico, Charles Foster Kane (Orson Welles) di Quarto potere (1941). Anche lui è figlio di una vecchia America, tanto che il nome della madre, Mary Kane, si può legge appunto “American”.

Da un lato abbiamo Digger, l’americano che si vanta di essersi fatto da solo, nonostante le sue fortune le abbia fatte sulle spalle e con il duro lavoro altrui. Infatti, sul suo caminetto, ha un badile comprato per pochi centesimi dal suo antenato per scavare. Allo scopo di cercare petrolio prima, per seppellire la polvere sotto il tappeto poi. Il badile dovrebbe essere il simbolo della fatica che porta risultati, ma risulta essere lo strumento per cambiare le carte nel gioco della narrazione. La strategia per gestire l’imminente tragedia dell’iceberg manipolando la realtà grazie all’intelligenza artificiale per nascondere parole chiave nei motori di ricerca. Per evitare l’allarmismo.
Dall’altro lato c’è un potere inetto. La scenografia rende ancora più vuote e fasulle delle stanze dei bottoni che richiamano Stanley Kubrick con Il Dottor Stranamore (1964). Non è opportuno crederci né soffermarsi sulla verosimiglianza, ma sulla veridicità. Abbiamo un Presidente degli Stati Uniti più preoccupato per la propria salute che per gli interessi internazionali. Una figura che rimanda (neanche troppo velatamente), alla sua controparte reale. Iñarritu fa trasparire tutta la sua rabbia nei suoi confronti. Disegna il ritratto di un uomo folle e sclerotico, convinto che il proprio male sia il male dell’America arrecato dalle altre potenze come Cina e Russia. In questo è supportato da un entourage imbecille, reazionario e accomodante, a partire dal Vicepresidente.
Tutti sono intenzionalmente stereotipati, per invitare a guardare sotto la superficie. Come un iceberg di cui vediamo solo una piccola parte. Sono inseriti in un percorso narrativo che può portare a soluzioni diverse, da quella pacifica al disastro. Non ci sono modi per far sì che la natura e il vento possano cambiare le cose. La natura stessa è quella di cui si circonda Digger nella sua villa. Il parco sembra una miniatura, un’ulteriore finzione nella finzione.

E poi ci sono quelle immagini di bolle che risalgono verso l’alto, verso le montagne, le foreste, il parco. Allo stesso tempo si sentono in sottofondo i suoni di una foresta viva che si sta risvegliando. Non vediamo da dove provengono quei suoni, il film ci invita a immaginarlo e basta.
La forza di Digger sta proprio nel non fare più una semplice satira. La realtà nel corso degli ultimi anni è diventata talmente paradossale e ridicola che non c’è più bisogno di caricare. Il compito del cinema, per Iñarritu è di essere cronaca. Per quanto assurda, risulta fin troppo realistica. Diventa parte di una produzione che documenta in maniera clinica le follie di cui siamo circondati. Sullo schermo c’è però una flebile speranza, qualora il racconto diventi testimonianza per le nuove generazioni. Quando cala il sipario e usciamo nella nostra realtà, in cui dobbiamo mascherarci ed evitare di soffocare, il compito è più arduo.
