In Apocalisse nel deserto (1992), Werner Herzog racconta la follia della guerra attraverso la necessità del petrolio. Risultando attuale.
Un alieno giunto sulla Terra in cerca di un mondo abitabile, la analizza ma trova soltanto qualcosa di molto simile a ciò che ha abbandonato. Questo non è soltanto l’incipit di Ignoto spazio profondo (The Wild Blue Yonder, 2005), il film di Werner Herzog in cui Brad Dourif interpreta un alieno che ha assunto vesti umane e racconta il fallimento della sua missione. La ricerca di un nuovo pianeta. In questa “nuova casa”, la sua desolazione viene trasposta con immagini che creano una nuova geografia del pianeta Terra.
Non è solo un incipit: in tutto il cinema di Herzog, i protagonisti sono “alieni” sia quando l’autore affronta la fiction, sia quando si dedica al documentario. Ne è un esempio il recente Ghost Elephants, in cui la ricerca di un misterioso branco di elefanti diventa l’esplorazione del cuore nero dell’anima. Herzog è fuori posto anche quando si mette in scena lui. Facendo così emergere la sua dualità di uomo e alieno, di straniero sul pianeta Terra che analizza ciò che vede con uno sguardo distaccato.
Ghost Elephants – A Venezia82 arrivano gli elefanti di Werner Herzog
Questa attitudine emerge con forza in Apocalisse nel deserto (Lessons of Darkness, 1992), dove commenta i risultati della Prima Guerra del Golfo (1990-1991). Un film che risulta estremamente attuale nella situazione odierna. Si parla ancora di possesso e di controllo del petrolio. Herzog racconta il conflitto tramite immagini aeree. Kuwait City prima dell’invasione irachena sembra uscita da un racconto di fantascienza: una città ignara della guerra rapida che l’avrebbe colpita.

Le immagini del conflitto vero e proprio sono poche, limitate a bagliori notturni e bombardamenti che sembrano luci provenienti da un disco volante. Dopo vediamo la desolazione: oleodotti distrutti e grosse cisterne piegate dal calore come fossero plastilina. Vediamo foreste e laghi, ma non c’è nulla di naturale: quella che dovrebbe essere acqua è petrolio che riflette il cielo come uno specchio. Le foreste son ricoperte da una coltre nera. Il nero colpisce uomini e bambini che piangono lacrime di pece, come raccontano le poche testimonianze raccolte. Le parole sono rare; non ci viene detto quasi nulla. Restano volutamente vaghe, perché ciò a cui assistiamo è letteralmente la morte di un sistema.

I pozzi di petrolio incendiati dagli iracheni durante la ritirata sono la prova di quanto la guerra sia materica. Nessun ideale, ma solo fuoco e il disperato tentativo dei pompieri di incanalare quell’energia infernale. Non è la classica lotta dell’uomo contro la Natura, ma la follia del possedere. In queste scene, dove la musica di Edvard Grieg, Gustav Mahler e Giuseppe Verdi si alterna a frasi tratte dall’Apocalisse di San Giovanni. Lo sforzo trasforma i pompieri in figure più che persone. Cercano ristoro dalle pompe d’acqua mentre affrontano colonne di fumo e fuoco, muovendosi in una catastrofe cosmica con naturalezza. Quello che vediamo è il contrasto tra l’orrore reale e la volontà di non lasciare nulla a chi viene dopo, una tattica della “terra bruciata” vecchia come la Storia.
Tutto parte dalla falsa frase che l’autore attribuisce a Blaise Pascal (1623 -1662): «Il crollo delle galassie avverrà con la stessa grandiosa bellezza della creazione». Ma è Herzog stesso dietro quelle parole. È come se volesse dirci che la miseria dell’uomo senza Dio (come sosteneva il filosofo francese) è malleabile, plasmabile dallo spirito creativo. Eppure, guardando le immagini, il concetto della “canna pensante” di Pascal ritorna davvero. Un discorso continuo sulla miseria dell’autodistruzione. In questa prospettiva, il gesto degli iracheni di bruciare i pozzi durante la ritirata suona quasi come un gioco infantile, un dispetto: «O è mio, o non è di nessuno».
Apocalisse nel deserto fa parte di un percorso simbolico iniziato da Herzog anni prima. Con Fata Morgana (1971), girato prevalentemente in Africa, si raccontava di una genesi in cui l’uomo è frutto di una distruzione continua da parte delle divinità. Poiché questi è incapace di comprendere l’essenza dell’esistenza. Con Ignoto spazio profondo, Herzog chiude una trilogia ideale che copre trent’anni di ricerca e disillusione.
Gli esseri umani hanno sempre bisogno di un nemico da combattere, al punto da riaccendere il fuoco appena spento con il sudore e fatica. L’uomo è l’unico essere cosciente della propria della propria oscurità. Non a caso il titolo originale lo si può tradurre come «Lezioni nell’oscurità». Le fiamme non illuminano, servono solo a mostrare la follia che non si spegne mai, se non con un gesto altrettanto estremo come un bidone di dinamite.

«Signore, fa che venga la sera e torni l’oscurità». Così si intitola il capitolo conclusivo dei tredici di cui è costituito Apocalisse nel deserto. Meglio il buio, meglio il deserto rispetto all’Inferno. Ci sentiamo alieni anche nel nostro mondo, un luogo dove non esiste nulla se non la polvere che si adagia sulle ossa sacrificate, carcasse insecchite dal sole che la sabbia consuma lentamente. Questi diventano monumenti a un mondo che non c’è più, o che forse non è mai esistito se non come miraggio.
The Fire Within – I vulcani di Werner Herzog al 40° Torino Film Festival
O forse stiamo già guardando un altro mondo.
