La Groenlandia e l’Artico sono nel mirino delle grandi potenze, Greenpeace chiede all’Italia la ratifica del Trattato globale sull’alto mare
La Groenlandia e più in generale l’ecosistema artico conquistano ormai da giorni le prime pagine dei giornali, in ballo ci sono gli interessi economici e strategici delle grandi potenze, attratte dalle materie prime, dalle risorse e dalle nuove rotte che si stanno aprendo con lo scioglimento dei ghiacci.
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“Quando il ghiaccio si ritira, arrivano i predatori. Lo scioglimento dei ghiacci rende accessibili territori prima intoccabili. E invece di fermarci qualcuno accelera: trivelle, miniere, estrazioni nei fondali marini, pesca selvaggia. La chiamano ‘opportunità’. Ma opportunità per chi, se il prezzo è la distruzione degli ultimi ecosistemi intatti del pianeta?”, denuncia Greenpeace.
Difficile seguire le continue novità sul fronte geopolitico, basti ricordare la volontà d’acquisto della Groenlandia (territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca, uno dei Paesi fondatori della Nato) da parte del presidente statunitense Trump, che è arrivato perfino a minacciare interventi militari o dazi per i Paesi europei, per poi tornare sui suoi passi ed annunciare un accordo con la Nato dal contenuto ancora oscuro, ma che non pare prefigurare nulla di buono.
La competizione a livello globale tra gli Stati Uniti d’America da una parte e la Cina e Russia dall’altra, fa da sfondo a questo brulicare di parole forti, minacce più o meno velate, esibizioni di potenza e pretese espansionistiche, mentre resta fragile il destino di uno degli ecosistemi più preziosi del pianeta, sempre più minacciato dal riscaldamento globale.
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“Tutto sembra parlare solo di denaro, potere, sfruttamento, arroganza e di violenza verso la natura e verso gli esseri umani. E intanto dimentichiamo una verità semplice, ma fondamentale: tutti gli esseri viventi fanno parte della stessa trama di equilibri. Ed è proprio per questo che ci fa così rabbia vedere l’Artico trattato come l’ennesima frontiera da saccheggiare, quando in realtà rappresenta ciò che di più fragile, incontaminato e bellissimo esista sulla Terra. Ed è necessario. L’Artico infatti è uno scudo climatico per tutti noi. Proteggere la Groenlandia e l’Artico significa proteggere anche noi stessi. Sfruttare i suoi giacimenti di petrolio e gas accelera il collasso climatico. Non solo: il ghiaccio artico riflette la luce solare e aiuta a raffreddare il Pianeta. Quando si scioglie, l’oceano assorbe più calore e il riscaldamento globale aumenta. Ondate di calore, siccità, alluvioni sempre più estreme non sono eventi casuali: sono il risultato di equilibri naturali che stiamo spezzando”, commenta Greenpeace.
La situazione dell’Artico
Mentre le grandi potenze ragionano in termini di sicurezza militare e sfruttamento di risorse (terre rare in primis), l’Artico si sta riscaldando molto più velocemente rispetto al resto del Pianeta, rimodellando i paesaggi, gli ecosistemi e i mezzi di sussistenza delle popolazioni artiche del nord. A rivelarlo è l’Arctic Report Card 2025, un resoconto puntuale sullo stato dell’ambiente artico, realizzato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).
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Le temperature dell’aria superficiale artica durante l’ultimo anno (ottobre 2024-settembre 2025) sono state le più alte mai registrate almeno dal 1900, un dato che rafforza l’ormai consolidato modello di riscaldamento regionale amplificato. Gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi mai registrati nell’Artico e le precipitazioni da ottobre 2024 a settembre 2025 hanno stabilito un nuovo record. Cresce dunque la frequenza di eventi di precipitazione estremi, inclusi i fiumi atmosferici che possono portare ingenti quantità di pioggia o neve su vaste regioni.
Nel 2025 il manto nevoso invernale è stato superiore alla media in gran parte dell’Artico, ma il rapido scioglimento a fine primavera ha causato un calo ben al di sotto della norma dell’estensione della neve a giugno, che è ora pari al 50% di quella degli anni Sessanta. Tutto ciò altera la portata dei fiumi, i processi vegetativi, il comportamento degli animali e il rischio di incendi. “La perdita di superfici nevose riflettenti a giugno, quando l’energia solare in arrivo raggiunge il suo massimo annuale, si traduce in un maggiore assorbimento di calore in superficie, contribuendo ad ulteriori tendenze al riscaldamento dell’Artico”.
Non va meglio per i ghiacci marini, tanto che la loro estensione massima annuale a marzo 2025 è stata la più bassa nei 47 anni di registrazione satellitare, mentre l’estensione minima è stata la decima più bassa. Il ghiaccio marino artico più antico e spesso (> 4 anni) si è ridotto di oltre il 95% dagli anni Ottanta. La perdita di ghiaccio riguarda purtroppo pure la terraferma, “la Groenlandia continua a contribuire in modo significativo all’innalzamento del livello del mare a livello globale e a determinare apporti di acqua dolce e nutrienti che influenzano la circolazione dell’oceano Atlantico settentrionale e la produttività marina. Analogamente, i ghiacciai artici e le calotte glaciali al di fuori della Groenlandia si sono rapidamente assottigliati dagli anni ’50, contribuendo costantemente all’innalzamento del livello del mare a livello globale”, si legge nel report.
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Il riscaldamento delle acque oceaniche ha conseguenze estremamente importanti anche per la regione artica. Le temperature medie della superficie del mare (SST) di agosto mostrano un trend di riscaldamento nel periodo 1982-2025 in quasi tutte le regioni dell’Oceano Artico. Questa tendenza altera gli ecosistemi ed è una delle principali cause della perdita di ghiaccio marino. “Il riscaldamento a lungo termine dell’Oceano Artico è influenzato anche dalle correnti oceaniche che trasportano il calore oceanico verso nord dalle latitudini più basse. La continua atlantificazione – un afflusso verso nord di acqua atlantica più calda e salata – ha trasformato vaste aree del bacino eurasiatico, indebolendo la stratificazione che storicamente ha isolato il ghiaccio marino dall’acqua calda sottostante”, si legge nel report.
L’atlantificazione è già arrivata al Polo Nord, avanza verso l’Alaska e si traduce purtroppo nel maggior scioglimento dei ghiacci marini, nella variazione dei modelli di circolazione oceanica che esercitano un’influenza a lungo termine sul meteo ed in una maggior produttività primaria oceanica. “Sebbene una maggiore produttività primaria possa in alcuni casi apportare benefici alle reti trofiche, la salute degli ecosistemi è spesso minacciata. Gli squilibri tra il momento in cui il cibo è disponibile e quello in cui le specie che ne dipendono sono in grado di nutrirsi (ovvero, gli squilibri trofici) ostacolano il movimento del carbonio lungo la catena alimentare. Anche le fioriture algali dannose presentano rischi per la salute delle comunità costiere basate sulla sussistenza. Nel periodo 2003-2025, la produttività primaria nell’Artico ha continuato a mostrare tendenze positive in otto delle nove regioni analizzate, con aumenti fino all’80% nell’Artico eurasiatico”.
In generale, il riscaldamento delle acque di fondale, la riduzione dei ghiacci marini e l’aumento della clorofilla nei mari dei Ciukci e di Bering settentrionale stanno determinando cambiamenti nelle specie che vivono nelle acque intermedie e sui fondali, rimodellando la pesca e influenzando la sicurezza alimentare dell’Artico.
Altri due aspetti analizzati dal report sono particolarmente interessanti: l’inverdimento della tundra ed i fiumi arrugginiti. Il primo, che ha effetti di vasta portata, si riferisce all’aumento a lungo termine della produttività e dell’abbondanza della vegetazione della tundra artica, sempre più simile alla foresta boreale a causa dell’aumento delle temperature (nel 2025 il massimo grado di verde della tundra artica è stato il terzo più alto nei 26 anni di rilevamenti satellitari); il secondo si collega all’aspetto dei fiumi dell’Artico, che paiono visibilmente arancioni quando il ferro ossidato proveniente dal disgelo del permafrost penetra nell’acqua, un fenomeno che compromette la qualità di quest’ultima e dell’habitat in generale, con un aumento dell’acidità e delle concentrazioni di metalli tossici in tracce.
“Nel complesso, i risultati dell’Arctic Report Card 2025 sottolineano che le componenti del sistema artico sono in rapido cambiamento e strettamente interconnesse: lo scioglimento del permafrost influenza la chimica dei fiumi, il trasporto di calore oceanico verso nord rimodella gli ecosistemi marini artici e il riscaldamento diffuso porta alla borealizzazione delle acque e dei paesaggi artici”.
La strategia italiana per l’Artico
Nonostante questo contesto di estrema fragilità, il 9 gennaio scorso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato il “Piano italiano per l’Artico”, definendo tale area come “particolarmente strategica” e sottolineando la volontà di preservarla come zona di pace. Nel Piano non è taciuta però l’intenzione di favorire gli investimenti delle aziende italiane.
Greenpeace ha espresso tutto il suo disappunto per queste logiche di natura economica che trascurano il reale valore di un ecosistema così cruciale. “Gli appetiti delle aziende italiane per lo sfruttamento delle risorse dell’Artico sembrano essere il motore delle nostre strategie di influenza in un’area in cui i conflitti sono da tempo in aumento. Lo scioglimento dei ghiacci rende tecnicamente accessibili idrocarburi, minerali e risorse ittiche. Non è un caso che già nel 2013 Fincantieri aveva avviato una ‘partnership con i nostri amici russi’ per piattaforme di estrazione petrolifera, mentre più di recente la sua controllata norvegese Vard ha avviato la costruzione di un peschereccio di oltre ottanta metri di lunghezza. Nel frattempo Eni – con la controllata norvegese Var Energi – ha avviato lo sfruttamento di giacimenti di idrocarburi nel Mare di Barents”, ha commentato Alessandro Giannì di Greenpeace Italia.
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Per quest’ultima l’unica soluzione per “preservare l’Artico come area di pace e cooperazione” – come nelle intenzioni espresse dal governo italiano – è quella di “porre un freno a queste mire rapaci e suicide che rischiano di devastare un ecosistema cruciale per regolare il clima planetario”, facendoci guidare dal precedente del Trattato di Madrid, che ha bloccato ogni attività estrattiva e militare in Antartide, e quindi ratificando il Trattato globale sull’alto mare (BBNJ).
Il Trattato globale sull’alto mare
Si tratta dell’accordo internazionale delle Nazioni Unite finalizzato a proteggere le aree oceaniche non appartenenti a nessuno Stato (pari a circa il 60% degli oceani), che è entrato ufficialmente in vigore lo scorso 17 gennaio e si presenta come lo strumento indispensabile per tutelare almeno il 30% degli oceani entro il 2030 attraverso l’istituzione di aree marine protette (AMP). Il Trattato è già stato ratificato da 81 Paesi ma non dall’Italia, dove abbiamo assistito solo a vari rimpalli tra le istituzioni coinvolte.
Secondo l’organizzazione ambientalista, la sua ratifica è la vera chiave per proteggere l’Artico dalle mire speculative delle multinazionali. “Molte compagnie minerarie stanno cercando di dipingere l’estrattivismo in Groenlandia come ‘necessario per la transizione verde’. Ma non esiste nulla di verde nel distruggere la biodiversità artica per alimentare un modello di consumo insostenibile. Nonostante alcune moratorie, nel 2026 la spinta per l’estrazione mineraria nei fondali marini artici rimane una minaccia concreta. Le macchine mangia-fango potrebbero distruggere specie non ancora scoperte e creare danni incalcolabili a ecosistemi troppo preziosi per il pianeta”, tuona Greenpeace.
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[Credits Photo: mariohagen su Pixabay]
