Per ricordare la regista franco-iraniana Marjane Satrapi, parliamo di Radioactive, la biografia del Premio Nobel Marie Curie.
Morire d’amore, morire di dolore, è qualcosa di profondamente umano e che ha un qualcosa di melodrammatico. È un modo di sentire i sentimenti che forse non ci ricordiamo neppure più. Un modo di amare che va anche al di là del tempo e dello spazio.
Questa riflessione è più che esaustiva per commentare la scomparsa di Marjane Satrapi, la fumettista e regista iraniana naturalizzata francese, venuta a mancare il 4 giugno all’età di 56 anni. Una dipartita che viene dopo quella di suo marito, l’economista svedese Mattias Ripa l’8 aprile 2025. Una perdita impossibile. Infatti, le comunicazioni della famiglia della regista parlano di crepacuore come causa della morte: «Stroncata dal dolore per la morte del marito Mattias, l’amore della sua vita».

Per uno strano disegno del caso, i due ultimi lavori della Satrapi come regista parlano proprio di questo: di amore e di morte. L’ultimo, Paradis Paris (2024), presentato Fuori Concorso al 42° Torino Film Festival, è una riflessione episodica e dolceamara sul tema. Prima ancora, Radioactive, (2020), affronta le tematiche nella forma di biopic di Marie Curie (1867 – 1934), basandosi sull’omonimo fumetto di Lauren Redniss (2010).
L’amore è prima di ogni altra cosa condivisione. Non soltanto l’amore per il marito Pierre Curie (1859 – 1906), nato quasi per caso e per convenienza, ma anche l’amore per la conoscenza e per la scienza. Un sentimento che andrà oltre il tempo e la morte. Marie (Rosamund Pike) l’aveva conosciuta da bambina nella natia Polonia, quando sua madre perì di tifo in ospedale nel 1874. Ed è da lì che nasce la sua fobia per queste strutture, la sua impossibilità di varcarne la soglia.
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Il ricordo di quell’amore materno perduto è una ferita che non si rimarginerà mai. Ma, attraverso le sue conoscenze, quel dolore le permetterà di salvare molte vite umane. Grazie all’utilizzo dei raggi x per fare le radiografie mobili durante la Prima guerra mondiale. Un sacrificio per cui ha donato alla Francia persino le medaglie dei Premi Nobel che aveva vinto. Il primo per la fisica nel 1903, assieme al marito Pierre (Sam Riley), anche se fu soltanto lui a tenere il discorso a Stoccolma.

Il secondo è per la chimica nel 1911. Dopo la scomparsa traumatica di Pierre. Travolto sotto le ruote di un carro, mentre era piegato dagli effetti dell’esposizione alle sostanze che avevano studiato per anni: il polonio e il radio.
La radiazione è quella che si espande in tutto Radioactive. Perché è la radioattività la vera protagonista, nel bene e nel male. Quando Pierre recita il suo discorso a Stoccolma parla proprio di questo, partendo dall’uomo che dà il nome al premio: Alfred Nobel, il creatore della dinamite. Che è allo stesso tempo una forza creatrice quanto uno strumento di morte. Le immagini del film, parallelamente alle parole, si spingono decenni nel futuro con il cielo di Hiroshima che sta per essere squarciato dalla bomba atomica.
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Poco prima si è passati agli anni ’50, con le prime macchine a raggi X utilizzate per curare il cancro, allora considerato incurabile. Più avanti vediamo i test atomici nel deserto del Nevada e il disastro di Chernobyl. È una reazione a catena in cui bene e male si intrecciano. Essa riporta alla mente ciò di cui parlava Oppenheimer (Cillian Murphy) nel film di Christopher Nolan (2023). Una combinazione continua di buone e cattive intenzioni. Il nucleare è un sassolino buttato nell’acqua che espande le sue onde su tutta la superficie.
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Una reazione che viene enfatizzata anche dall’uso del colore. Si passa dai bianchi e dai grigi della Belle Époque parigina al verde luminescente della radioattività. Racchiusa quest’ultima in piccola fiala che Marie tiene sempre accanto al letto nonostante i fastidi che provoca a lei e a chi le sta vicino. E non solo di salute. Il verde è il colore di un cambiamento che si diffonde ovunque, nei vari ambienti. Viene contrapposto al giallo: il colore delle candele che si accendono e si spengono, del fungo atomico, dell’atmosfera infuocata durante i test nucleari che bruciano ogni cosa.

È un film di colori contrastanti e netti. Colori che si oppongono, ad esempio, al mondo di Persepolis, il film d’animazione della Satrapi del 2007 tratto dalla sua graphic novel assieme a Vincent Paronnaud. Là dominava il bianco e il nero. Il colore arriva soltanto quando la protagonista si allontana suo malgrado dall’Iran della Rivoluzione Islamica, in una libertà amara. Un Iran in cui i burqa delle donne rimandano a cappucci oscuri che sanno di morte. Dopo un’altra trasposizione di una sua opera, Pollo alle prugne (2011) si arriva a un dialogo ironico con la morte. In The Voices (2014), la Satrapi racconta le gesta di un serial killer che sente le voci provenire dai suoi animali domestici e che lo spingono a uccidere, ma allo stesso tempo a vivere.
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Radioactive è il ritratto radiante di Marie Curie, una donna che ha difficoltà a essere apprezzata prima come scienziata e soltanto in un secondo momento come donna. Anche se per lei conta di più l’affermazione scientifica che quella personale. È anche il peso di un’eredità e di un lavoro che con il tempo è diventato condiviso, consumato, emotivamente interrotto. Un lavoro che per lei non ha una vera fine. Una fine che non coincide necessariamente con la morte. Come il cinema di Marjane Satrapi, non invecchiando mai.
