Ospite al 43° Torino Film Festival l’attore e regista James Franco riporta in sala la vicenda dell’alpinista Aaron Ralston con 127 ore
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«Nello spazio nessuno può sentirti urlare». Con questa frase è stato distribuito, nel 1979, Alien di Ridley Scott. Il tagline si riferisce al senso di isolamento quando si manifesta una forma di terrore ignota e pericolosamente vicina. Una paura che non può essere espressa. Perché le grida di aiuto scompaiono nel grande vuoto siderale. Parafrasandolo, anche sulla Terra ci sono luoghi in cui le condizioni possono impedire qualunque soccorso. Delle situazioni estreme come quella in cui si è trovato, nel 2003 Aaron Ralston (1975), ingegnere appassionato di alpinismo e di trekking.
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La sua esperienza ha dell’incredibile, divenendo una metafora di come la vita può mettere alla prova nei modi più inaspettati. Quanto un masso che ti imprigiona all’interno di un canyon. Questo è quello che è successo a Aaron il quale, il 27 aprile, decide di dirigersi al Parco Nazionale delle Canyonlands nello Utah. Uno spaccato di dune e crepacci nel deserto americano più selvaggio.

Durante una discesa in un canyon Aaron Ralston smuove accidentalmente un masso che, cadendo, gli blocca il braccio destro. Per cinque giorni cerca di liberarsi senza successo. Stremato e disidratato teme di non farcela. La sua unica compagnia è stata una videocamera per lasciare un messaggio alla sua famiglia. Dopo 127 ore, capisce che il solo modo per sopravvivere, è quello di amputarsi il braccio incancrenito con il solo mezzo di fortuna che possiede: un coltellino multiuso. Per poi rompere l’osso facendo leva col masso, provocandogli un urlo di dolore che ha riecheggiato nel canyon.
La storia di Aaron, ha colpito i vari media: dapprima raccontata da lui stesso a diversi show televisivi quale il celeberrimo Late Show with David Letterman e poi in un libro Between a Rock and a Hard Place (in Italia edito da Rizzoli con il titolo 127 ore). Una storia che non poteva non arrivare sulla scrivania di un regista. Quel regista era Danny Boyle (28 anni dopo, 2025). Per quattro anni, dal 2007, Boyle lavora sul progetto. Nel ruolo del protagonista si fanno diversi nomi fra cui quello di Cillian Murphy (Oppenheimer, 2023) e Ryan Gosling (First Man – Il primo uomo, 2018) prima di essere affidato definitivamente a James Franco.
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Per il giovane attore era un momento di pausa dai set. Dopo i successi della trilogia di Sam Raimi dedicata a Spider-man (2002 -2007) ed essersi fatto notare dalla critica come una nuova promessa sia nella commedia (Molto incinta, Judd Apatow, 2007) che nel dramma (dal biopic su James Dean nel 2001 a quello su Allen Ginsberg in Urlo nel 2010), Franco aveva deciso di riprendere gli studi universitari. Ed è proprio per questo che, inizialmente, non viene subito considerato per la parte in quello che sarebbe divenuto 127 ore nel 2010, perché convinti che fosse «troppo impegnato».

La prova gli ha fruttato la candidatura agli Oscar 2011 come Miglior Attore Protagonista. Questo motivo ha portato James Franco a scegliere il film da proiettare per la sezione Zibaldone al 43° Torino Film Festivaldi cui è ospite. La proiezione è avvenuta nel pomeriggio di martedì 25 novembre. Prima l’attore, assieme al Direttore Artistico del Festival, Giulio Base, ha ripercorso la sua esperienza sul film e la sua carriera. Durante l’incontro ha anche ricevuto il ringraziamento da Elisa Giordano, membro del comitato di gestione del Museo del Cinema di Torino per il suo contributo al mondo cinematografico.

Oltre a essere diventato celebre come attore Franco è anche uno stimato regista: suo è The Disaster Artist (2017), biopic dello sconclusionato regista underground Tommy Wiseau presentato alla 35° edizione del Torino Film Festival nella sezione Afterhours.
Anche in 127 ore il suo Aaron è, in un certo senso, regista di se stesso. Quando è bloccato nel canyon affida alla telecamera una confessione nel quale ripercorre la sua vita. Dal momento che la riceve in regalo dal padre, riprende tutto quello che gli si para davanti, tranne se stesso. Nei suoi ricordi e visioni lo vediamo sempre di spalle. Una figura sfuggente e in disparte, il che spiega decisione di andare a esplorare da solo il canyon, per non mostrarsi al mondo. Quando girerà la telecamera verso di sé farà una premessa: «Guardarmi mi fa strano. Spero che non vi dispiaccia». La sua vita è stata una continua fuga dalle responsabilità.
Il film inizia con dei frammenti di folla e strade gremite di auto. Uno schermo splittato che si ampia per mostrare la sua partenza a tarda notte e dove ci vengono mostrati nel dettaglio i preparativi. Dalla borraccia al coltellino svizzero, alla bottiglia di bibita che, ad un certo punto, inizia a desiderare con le labbra secche.

Un desiderio immaginato come una pubblicità, simbolo di quella collettività del quale ora sente bisogno. Ha sempre cercato il silenzio della natura, interrotto ogni tanto dalla musica nelle cuffie. Un viaggio solitario in cui incontra solo due escursioniste che si sono perse, offrendosi di fare da guida. Ad un certo punto, per rassicurarle durante un passaggio impegnativo, in una sorta di premonizione, dice loro che per il momento le rocce non si muoveranno. Loro che sono lì da milioni di anni e aspettano di servire a qualcosa. Come il masso che lo imprigionerà.
Il tempo si frantuma, quello dinamico della sua esistenza, per poi dilatarsi nella contemplazione di un corvo che sorvola il crepaccio, o di godere di quei pochi minuti di sole che lo toccano ogni giorno. C’è il tempo segnato sullo schermo della videocamera. E quello delle sue visioni: del suo passato e di un futuro ipotetico in base alle sue scelte. L’immagine e il montaggio si frammentano come in un film d’azione in cui non si muove nulla se non il suo animo. Via via più consapevole. Fra le dune di pietra lontano da tutto e da tutti l’unico che ti può aiutare è solo te stesso. Ad ogni costo.
[Crediti fotografici © Torino Film Festival]
