29 Dicembre 2025

Global Tipping Points Report 2025, i rischi dei punti di non ritorno

Il Global Tipping Points Report 2025 sintetizza le ultime ricerche sui punti di non ritorno del sistema Terra, indicando rischi e opportunità

Il mondo è entrato in una nuova realtà. Il riscaldamento globale supererà presto 1,5°C, entrando  in una zona di pericolo in cui molteplici punti di non ritorno del sistema terrestre pongono rischi catastrofici per miliardi di persone”. La COP30 è appena terminata rivelando tutta la sua incompiutezza ed i cosiddetti punti critici del sistema climatico continuano a far paura: ad analizzarli ci ha pensato il “Global Tipping Points Report 2025”, realizzato dal Global System Institute dell’Università di Exeter (diretto dal professor Tim Lenton), in collaborazione con vari enti e con il supporto di oltre 160 autori provenienti da 87 istituzioni di ben 23 differenti Paesi. “Insieme, abbiamo consolidato le conoscenze su come gestire i punti di non ritorno del sistema Terra, i rischi che comportano e le opportunità offerte dalla comprensione e dall’azione sui punti di non ritorno positivi”, dichiarano gli autori.

Il report chiarisce che “un punto di svolta del sistema terrestre si verifica quando una pressione graduale, come il riscaldamento crescente, spinge un sistema, come una calotta glaciale, una foresta pluviale o una corrente oceanica, oltre una soglia critica, oltre la quale dinamiche che si autoperpetuano creano un rapido e inarrestabile cambiamento verso una condizione fondamentalmente diversa. Ogni punto di non ritorno superato erode la capacità della terra di assorbire gli shock, amplificando gli estremi climatici, aggravando l’instabilità economica e invertendo decenni di progressi nello sviluppo umano. Questa non è più una sfida ambientale lontana: è una sfida attuale per la stabilità economica, la sicurezza (inter)nazionale e i diritti umani. Ogni frazione di riscaldamento aggiuntivo rende questi precipizi più vicini, più netti e più difficili da evitare”.

I messaggi chiave

Rispetto al primo Global Tipping Points del 2023, la comprensione dei rischi posti dai punti di non ritorno è sensibilmente aumentata.

Le barriere coralline di acque calde, cruciali per il benessere di un miliardo di persone e circa un milione di specie poiché supportano la pesca, il turismo e la protezione costiera, si rivelano come un ecosistema particolarmente minacciato dal riscaldamento globale e da altri fattori di stress ambientale di origine antropica (sovrapesca, inquinamento delle acque, cementificazione aree costiere), tanto da aver già superato il loro punto di non ritorno termico (+ 1,2°C rispetto ai livelli pre-industriali). A livello globale, stiamo assistendo al degrado dell’ecosistema e ad una mortalità senza precedenti di queste preziose risorse, a causa di ripetuti eventi di sbiancamento di massa. Senza una rigorosa azione di mitigazione climatica, la soglia termica superiore per le barriere coralline di 1,5°C potrebbe esser raggiunta entro i prossimi dieci anni, compromettendo definitivamente il loro funzionamento con la conseguente fornitura di servizi ecosistemici.

Anche parti delle calotte polari potrebbero aver superato punti di non ritorno che alla fine porterebbero il mondo a diversi metri di innalzamento irreversibile del livello del mare, con conseguenze per centinaia di milioni di persone”, si legge nel report, dove è presente un caso studio riferito alla rapida perdita di massa del ghiacciaio Áakʼw Tʼáak Sítʼ in Alaska, che sta provocando inondazioni annuali a Juneau e potrebbe avere conseguenze notevoli per la pesca, il turismo, la sussistenza delle comunità indigene e la tenuta degli ecosistemi acquatici.

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Se saranno rispettate le previsioni secondo cui il riscaldamento globale, entro pochi anni, si attesterà a +1,5°C, guai seri riguarderanno la Foresta pluviale amazzonica, ovvero il polmone del mondo minacciato dalla deforestazione, dalla siccità e dal cambiamento climatico, considerato a rischio di un declino diffuso già al di sotto dei 2°C di aumento della temperatura media globale.

“Questi cambiamenti rischiano di trasformare le aree boschive in ecosistemi alterati, indebolendo la regolazione climatica globale, alterando il clima regionale e accelerando la perdita di biodiversità, sottolineano gli autori del report, pronti ad evidenziare pure i punti di svolta sociale negativi, quali  le migrazioni delle popolazioni, gli impatti sulla salute e le minacce alle culture delle popolazioni indigene.

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Proprio i territori indigeni e le aree protette mostrano un forte potenziale di mitigazione del clima, grazie al loro ruolo positivo nel mantenimento delle riserve di carbonio e nella resistenza al collasso degli ecosistemi, ma senza un intervento immediato i rischi a cascata potrebbero causare perdite irreversibili sia agli ecosistemi che alle comunità, compromettendo la sostenibilità regionale e globale. 

La salvaguardia della Foresta amazzonica necessita dunque di strategie urgenti ed incentrate sulla giustizia, “che integrino la comprensione delle soglie ecologiche, la vulnerabilità sociale e l’adattamento climatico. I punti di svolta sociali positivi possono essere catalizzati da una governance inclusiva e policentrica, dal riconoscimento dei sistemi di conoscenza tradizionali e da investimenti finanziari mirati nella conservazione e nel ripristino delle foreste e nel sostegno dei territori delle popolazioni e delle comunità indigene e dei loro mezzi di sussistenza”, chiariscono gli autori del report. 

Il superamento di 1,5°C rischia di far collassare pure la circolazione atlantica meridionale (AMOC), con impatti molto gravi comprendenti inverni molto più rigidi nell’Europa nord-occidentale, l’interruzione del monsone dell’Africa occidentale, la diminuzione della resa agricola e profondi cambiamenti nell’ecosistema marino. La sicurezza alimentare e quella idrica globale sarebbero fortemente compromesse: il monitoraggio continuo dei rischi per prevenire il superamento dei punti di non ritorno per l’AMOC  e per il vortice subpolare (VPG) dovrebbero essere dunque obiettivi primari di governance.

In ordine di pericolosità, la popolazione più numerosa è a rischio a causa dell’interruzione dei monsoni, del collasso dell’AMOC e del degrado delle barriere coralline di acqua calda. In dettaglio, a livello globale, “esistono rischi di punti di non ritorno critici per le piccole isole e l’Asia orientale a causa della perdita della calotta glaciale, per l’Asia meridionale, il Sud-est asiatico e l’America centrale a causa dell’interruzione dei monsoni, per l’Africa occidentale a causa del crollo dell’AMOC e dell’interruzione dei monsoni e per l’Asia settentrionale a causa dello scioglimento del permafrost e del cedimento delle foreste boreali. Esistono gravi rischi di punti di non ritorno per l’America nordorientale a causa del crollo dell’AMOC e della perdita della calotta glaciale, per l’Europa nord-occidentale a causa del crollo dell’AMOC e per la regione amazzonica a causa del deperimento della foresta pluviale”, si legge nel report.

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Più in generale, per ridurre al minimo il picco del riscaldamento globale e la durata dell’aumento della temperatura media globale di oltre 1,5°, occorre dimezzare entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2010) le emissioni globali di gas serra di origine antropica, per poi raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e successivamente procedere alla rimozione netta dei gas serra, soprattutto attraverso la protezione e il ripristino delle foreste e di altri pozzi di carbonio naturali. “Ciò richiede un’accelerazione senza precedenti della decarbonizzazione, una rapida mitigazione degli inquinanti climatica di breva durata, in particolare le emissioni di metano, e un veloce aumento della rimozione sostenibile ed equa del carbonio dall’atmosfera, si legge nel report.

Per prevenire punti di non ritorno dannosi non sono sufficienti gli attuali contributi determinati a livello nazionale (NDC) e gli obiettivi vincolanti a lungo termine o di zero emissioni nette. Di questo passo il mondo rischia di raggiungere un riscaldamento globale oltre i 2°C prima del 2100. In generale, l’obiettivo è quello di stabilizzare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C entro il 2100 e di 1°C su scale temporali più lunghe.

Le soluzioni ed i punti di svolta positivi

Fortunatamente, nonostante i tanti passi falsi nell’azione globale a favore del clima, negli ultimi due anni abbiamo assistito anche ad importanti progressi. “Dal 2023, si è registrata una radicale accelerazione nell’adozione di tecnologie pulite in tutto il mondo, in particolare nell’energia solare fotovoltaica e nei veicoli elettrici. Si è inoltre verificata una diffusione contagiosa di contenziosi climatici, di iniziative di rigenerazione della natura, insieme all’emergere di modelli di consumo e produzione più sostenibili nelle filiere di approvvigionamento alimentare e delle fibre. Nonostante i recenti passi indietro negli impegni presi in alcune nazioni e settori, una minoranza può ancora influenzare positivamente la maggioranza, generando un cambiamento auto-amplificante nelle società, nelle economie e nelle tecnologie. Più persone agiscono, più influenzano gli altri ad agire, il commento degli autori del report.

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Occorrono dunque mandati politici per accelerare la transizione ecologica ed abbandonare gradualmente i combustibili fossili. Il divieto di vendita di auto a benzina/diesel, camion diesel e caldaie a gas nei mercati chiave, ad esempio, potrebbe rendere più efficienti ed economiche le alternative pulite, contribuendo ad eliminare il 75% delle emissioni di gas serra legate al sistema energetico e ad abbandonare i combustibili fossili in modo equo ed ordinato. A loro volta, le fonti di finanziamento pubblico e privato potrebbero essere utilizzate per ridurre il costo del capitale per tecnologie a basse emissioni di carbonio ed infrastrutture resilienti, in primis a beneficio dei Paesi in via di sviluppo.

Punti di svolta positivi stanno già riducendo i prezzi dell’energia in tutto il mondo, accelerando l’accesso all’elettricità a basso costo per chi ne è privo e apportando benefici alle economie dei paesi importatori netti di combustibili fossili, dove vivono tre quarti della popolazione. Coinvolgere le comunità in una rapida transizione può contribuire a garantire che la decarbonizzazione raggiunga anche gli obiettivi sociali di lotta alla fame, alla povertà e alle disuguaglianze. Le infrastrutture pubbliche digitali possono sostenere l’equità e la prosperità condivisa fornendo servizi finanziari, sanitari, educativi e altri servizi  sociali ed economici essenziali, in particolare nei paesi a basso e medio reddito”, si legge nel report.

Urgono cambiamenti politici a livello globale per contribuire ad eliminare il 25% delle emissioni di gas serra legate all’alimentazione, all’agricoltura ed alla deforestazione. La parola d’ordine è sostenibilità. “Quadri giuridici e di governance nazionali, il passaggio a una produzione sostenibile sostenuta da finanziamenti pubblici e privati, cambiamenti nei consumi e politiche commerciali internazionali sostenibili sono fondamentali per evitare punti di non ritorno dannosi per la natura”, sottolineano gli autori del report.

Anche i punti di svolta positivi di rigenerazione della natura contribuiscono alla lotta al riscaldamento globale: proteggere i diritti delle popolazioni indigene, sostenere iniziative di conservazione guidate dalle comunità, garantire una valutazione equa e trasparente della natura e stabilire i diritti della stessa natura sono tutte misure che innescano ulteriori punti di svolta positivi, al fine di raggiungere gli obiettivi del Quadro globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal.

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I tipping points positivi – ovvero quelli che si verificano quando i feedback di rinforzo in un sistema prevalgono su quelli di bilanciamento innescando un cambiamento auto-propulsivo verso uno stato più sostenibile – sono noti per avere ripercussioni a cascata in campo sociale ed economico. L’agenda politica dovrebbe dunque focalizzarsi sui punti di forte leva finanziaria, capaci di originare cambiamenti positivi a cascata in tutti i settori.

Occorre agire subito ed in fretta, “la politica e la società civile devono collaborare per prevenire ulteriori punti di non ritorno dannosi e cogliere le opportunità di punti di non ritorno positivi. Questo è un momento di enorme importanza. Il futuro del pianeta è in bilico. La sua evoluzione dipenderà dalle nostre azioni, ora e negli anni a venire”. Con queste parole si chiude la Dichiarazione di Dartington, che recepisce i punti principali del rapporto ed è destinata ai decisori politici di tutto il mondo.

[Credits foto: StockSnap su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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