L’overtourism minaccia gli habitat marini, la loro protezione risulta fondamentale per garantire la resilienza del Mediterraneo al cambiamento climatico
Overtourism è il termine più utilizzato per definire il sovraffollamento turistico delle località più gettonate, soprattutto in determinati periodi dell’anno. Tale fenomeno comporta purtroppo conseguenze negative in termini di danni ambientali e al patrimonio storico-artistico, disagio e stress per i residenti, congestione dei servizi pubblici e aumento dei prezzi degli affitti. In sintesi, si tratta di un sovraccarico difficilmente gestibile, generato da un numero eccessivo di turisti che supera la soglia di tollerabilità di una meta turistica, arrivandone a compromettere l’equilibrio ambientale, sociale ed economico.
Su questa delicata questione è intervenuta di recente pure la Fondazione Marevivo, che ha evidenziato i pericoli dell’overtourism non solo per le nostre spiagge e località costiere, ma anche per la capacità del Mar Mediterraneo di affrontare la crisi climatica sempre più incisiva. Habitat marini compromessi dalle attività umane risultano infatti più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale, alle ondate di calore e alla perdita di biodiversità: garantire la loro adeguata protezione risulta la prima mossa per rafforzare la resilienza del mare.
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“Il futuro del turismo nel Mediterraneo dipende dalla salute del Mediterraneo stesso. Il problema non è il turismo, che rappresenta una straordinaria opportunità di crescita economica, culturale e sociale. Il problema è un modello di fruizione del territorio che concentra milioni di persone negli stessi luoghi e negli stessi periodi dell’anno, esercitando una pressione sempre maggiore su ecosistemi già fragili. Oggi dobbiamo scegliere da che parte stare: se tra coloro che continuano ad alimentare questa pressione o tra coloro che si impegnano concretamente per costruire un turismo capace di rispettare e proteggere il patrimonio naturale da cui dipende il suo stesso futuro. Solo un Mediterraneo in salute potrà continuare a sostenere il turismo, l’economia e il benessere delle comunità che vivono di mare”, il commento di Rosalba Giugni, presidente di Marevivo.
Più in generale, “le implicazioni del turismo di massa sono numerose e complesse”, come spiegano Riccardo Spinelli e Andrea Zanini nel loro volume “Overtourism e nuovi equilibri del turismo contemporaneo” (Franco Angeli, Milano, 2025). “Da un lato, il turismo ha contribuito a stimolare l’economia di molte destinazioni turistiche favorendo la creazione di occupazione e diventando importante fonte di entrate, dall’altro, dove turismo di massa ha portato a un eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e culturali delle destinazioni. Oltre a inquinamento, erosione del suolo e consumo eccessivo di risorse l’elevato numero di turisti può portare a una standardizzazione delle destinazioni, con omologazione delle attrazioni turistiche e perdita dell’autenticità culturale. Speculazione immobiliare e aumento dei prezzi delle abitazioni possono aggiungersi rendendo difficile per i residenti continuare a vivere nelle proprie comunità”.
Le compagnie aeree low cost, il turismo crocieristico, gli Airbnb, le vacanze brevi, la stagionalità, i grandi eventi, i mercati emergenti, i turisti giornalieri e le liste dei desideri (bucket list) sono i principali fattori che provocano l’overtourism. A causa di questo fenomeno, molte importanti destinazioni internazionali (ad esempio Isola di Boracay, Maya Bay, Machu Picchu e Taj Mahal) e nazionali (Isola di Montecristo, Venezia, Perugia, Lago di Braies, Dolomiti bellunesi ecc.) hanno deciso di attuare misure di contingentamento dei flussi turistici tramite il ricorso al numero chiuso. Montecristo e Venezia prevedono anche il pagamento di un contributo per la visita.
I problemi dell’overtourism
A livello globale, il trend di questi ultimi anni è quello di un turismo squilibrato e disomogeneo, che non riesce così a valorizzare al meglio le enormi ricchezze di molte località ancora confinate ai margini dei principali flussi. In Italia, ad esempio, il 75% degli arrivi si concentra solo sul 13% del territorio nazionale.
Secondo le previsioni dell’Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO), gli arrivi turistici internazionali supereranno gli 1,8 miliardi nel 2030. Le Nazioni Unite hanno ribadito che circa l’80% del turismo mondiale riguarda le aree costiere, mentre stando ai dati Eurostat – riferiti al 2025 – vi sono stati circa 3,1 miliardi di pernottamenti nell’Unione europea (Ue), il 61% dei quali concentrati in soli quattro Paesi, ovvero Spagna, Italia, Francia e Germania.
Al di là del numero totale delle presenze, ciò che influisce in particolar modo sulla pressione turistica è la loro concentrazione nello spazio e nel tempo. Eurostat ribadisce infatti che più del 31% dei pernottamenti turistici nell’Ue si registra nei due mesi estivi di luglio e agosto.
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“Nei Paesi del Mediterraneo la stagionalità è ancora più accentuata: in Grecia il 41,6% dei pernottamenti si registra durante i due mesi estivi, mentre in Croazia la quota supera il 54%. L’Italia, con quasi 477 milioni di pernottamenti registrati nel 2025, è il secondo Paese europeo per presenze turistiche dopo la Spagna. Numeri che confermano il ruolo centrale del Mediterraneo nei flussi turistici europei. Una concentrazione con effetti diretti sugli ecosistemi costieri più fragili”, commenta Marevivo.
Le conseguenze di questo nocivo squilibrio sono sotto gli occhi di tutti. L’ancoraggio indiscriminato sulle praterie di Posidonia oceanica, ad esempio, comporta una loro perdita o comunque un danneggiamento con una minor capacità di resilienza alle ondate di calore. Aumentano inoltre le pressioni antropiche (ad esempio la pesca a strascico) e si intensificano le attività umane lungo le coste, con degrado degli ecosistemi marini e minor efficacia nell’affrontare il cambiamento climatico. “Allo stesso tempo, l’aumento della popolazione nelle località costiere mette sotto pressione gli impianti di depurazione: quando questi non sono adeguati o non funzionano correttamente, il maggiore apporto di nutrienti, unito alle elevate temperature del mare, può favorire la comparsa e la persistenza delle mucillagini. L’incremento degli scarichi reflui e dei rifiuti contribuisce inoltre al peggioramento della qualità delle acque, aggravando ulteriormente lo stato di salute degli ecosistemi marini”, spiega Marevivo.
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Le possibili soluzioni
Un modello di turismo che riesca a coniugare lo sviluppo economico e la tutela del capitale naturale è quello a cui punta Marevivo. Per quanto riguarda la salvaguardia degli habitat marini – tra i più colpiti dalla combinazione di overtourism e crisi climatica – l’organizzazione ambientalista elenca una serie di azioni prioritarie, quali: l’installazione di sistemi di ormeggio con boe per proteggere le praterie di Posidonia oceanica; il potenziamento degli impianti di depurazione nelle località costiere; una gestione più efficace degli scarichi reflui e dei rifiuti e infine la riduzione delle pressioni sugli habitat marini.
“Proteggere gli ecosistemi non significa soltanto conservare la biodiversità, ma rafforzare la capacità del Mediterraneo di affrontare gli effetti del cambiamento climatico e garantire un futuro sostenibile anche al turismo”, commenta Marevivo.
Tra le campagne promosse dalla Fondazione che mirano a ridurre l’impatto del turismo e ad accelerare la transizione ecologica spicca “Plastic Free e non solo”, ovvero un percorso per la sostenibilità di questo comparto rivolto a porti turistici, approdi, alberghi e stabilimenti balneari, basato sull’eliminazione della plastica monouso e sulla gestione più responsabile e sostenibile dei rifiuti e delle risorse. Il programma è articolato in tre livelli e prevede l’assegnazione di “stelle marine” in base agli obiettivi raggiunti.
Non sono mancate inoltre altre iniziative di Marevivo per combattere gli effetti più nocivi dell’overtourism, quali la denuncia alla UN Ocean Conference di Nizza (2025) dei costi nascosti del sovraffolamento turistico nella località egiziana di Sataya, un paradiso naturale per i delfini oggi purtroppo preso d’assalto dai turisti, che tendono a invadere in modo irrazionale tale habitat fondamentale per le esigenze primarie di rifugio, nutrimento e riproduzione di questi cetacei.
Nel volume sopra indicato si indica la priorità degli interessi economici rispetto a quelli ambientali e sociali quale barriera chiave per lo sviluppo del turismo sostenibile. La “tragedia dei beni comuni” riferita da molti studiosi (Indovino, Hartman, Sijtsma) è correlata all’eccessivo consumo di risorse che ha provocato un degrado della qualità ambientale. Cambiare questo stato di cose è urgente e necessario.
[Immagine di copertina Squirrel_photos Pixabay]
