I ciclisti rimasti vittime di incidenti stradali sono aumentati nel 2025 e l’anno in corso non sta andando meglio, mentre il caso di Torino riaccende i riflettori sul problema
È rimasta una ghost bike bianca a Torino in corso Regina Margherita 63, il luogo in cui ha perso la vita lo scorso 22 settembre il piccolo Nicolò Di Ciò, il bimbo che in sella alla sua bici e in compagnia di suo padre stava semplicemente pedalando per andare a scuola, come tutte le mattine, prima di essere investito da un auto in circostanze ancora da chiarire.
Nicolò indossava il caschetto e si trovava sulla corsia ciclabile – ritracciata di bianco lo scorso giugno – nel controviale di corso Regina Margherita, dove circolano pure tutti gli altri veicoli e vige l’obbligo del limite di velocità di 30km/h. Per molti cittadini e varie associazioni si tratta di un tracciato molto pericoloso perché troppo stretto e privo di barriere, non di rado soggetto a invasione da parte di camion, furgoni o auto in uscita dai parcheggi o in retromarcia. L’impatto è avvenuto all’altezza del civico 63 nel tratto stradale compreso tra gli incroci con via Montebello e via Tarino, la conducente dell’auto si è subito fermata e ha chiamato i soccorsi ma per il piccolo Nicolò, trasportato in codice rosso all’ospedale infantile Regina Margherita, dove purtroppo non c’è stato nulla da fare. La dinamica dell’incidente è ancora oggetto di accertamenti da parte delle forze dell’ordine.
L’intervento della Consulta della mobilità ciclistica e moderazione del traffico della Città di Torino
La Consulta della mobilità ciclistica e moderazione del traffico, organo ufficiale del Consiglio comunale della Città di Torino, ha emesso subito un comunicato dopo la morte del piccolo Nicolò, esprimendo il proprio dolore e rilanciando subito una serie di richieste per la sicurezza stradale. “La corsia ciclabile, che il bambino stava percorrendo, doveva indicare a chi era alla guida che, se non aveva spazio sulla propria corsia e doveva spostarsi sulla corsia ciclabile, doveva stare dietro al bambino, rispettare il suo spazio e proteggerlo, prevedendo che potesse anche sbandare. Chiediamo nuovamente, con rabbia e con forza, che questo sia l’ultimo investimento mortale a Torino, addirittura di un bambino in bicicletta. Chiediamo nuovamente che la Città provveda a chiudere i controviali al traffico, lasciandoli solo a disposizione di pedoni e ciclisti, con transito a passo d’uomo per chi deve entrare/uscire da case e cortili e limitatamente all’isolato interessato. Chiediamo che la politica si attivi subito in questa direzione, perché da subito il numero di morti sulle strade di Torino deve essere uguale a zero”, ha scritto il presidente della Consulta, Samuele Bavuso.
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La ciclabile umana e la mobilitazione a Torino
La reazione della città di fronte a questo triste episodio non si è fatta attendere. Il 23 settembre, nel quartiere Vanchiglia di Torino, è stata organizzata la manifestazione “Basta morire in strada”, ovvero una vera e propria ciclabile umana, con circa trecento persone che hanno costituito un cordone per delimitare la corsia ciclabile di corso Regina Margherita, imponendo così un rallentamento alle auto in transito. Dopo aver deposto la ghost bike all’altezza del civico 63 – con un eloquente cartello recante la scritta “Voleva solo andare in bici” – i manifestanti hanno proseguito il corteo muovendosi verso Palazzo di Città, continuando a reclamare maggiori tutele per i ciclisti, perché “la sicurezza in strada non è un privilegio”, come recita lo slogan della manifestazione.
Fiab Torino Bike Pride ha specificato le richieste dei manifestanti alla Città di Torino: un limite dei 30 km/h reso effettivo con interventi sulla strada per moderare davvero la velocità e maggiori controlli; percorsi casa-scuola sicuri per chi va a piedi e in bici; strade scolastiche chiuse alle auto negli orari di entrata e uscita; più spazio per chi cammina e pedala; più risorse dedicate alla mobilità attiva e sostenibile. “A tutti e tutte noi, associazioni, attiviste e attivisti, cittadine e cittadini di Torino, spetta chiederci perché una corsia ciclabile e un limite di velocità, da soli, non siano bastati a proteggere la vita bambino. A tutte e tutti noi spetta chiedere maggiore sicurezza per tutte le persone che si muovono e vivono la strada. Chi guida un mezzo che può causare gravi danni ha una responsabilità maggiore verso chi cammina e pedala. Una città che vuole prendersi cura delle persone deve progettare strade in cui bambini e bambine possano liberamente andare a scuola in bici e muoversi in sicurezza”, commenta Fiab Torino Bike Pride.
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La mobilitazione non si è fermata qui: gli organizzatori (Fiab Torino Bike Pride, Fiab Torino Bici & Dintorni e Comitato Vanchiglia Insieme) sono sempre più intenzionati a tenere accesi i riflettori su questo delicato tema e così hanno deciso di replicare le ciclabili umane anche nei giorni successivi, ponendosi ai lati della corsia ciclabile di Corso Regina Margherita (angolo via Balbo), per proteggere i ciclisti in transito e chiedere strade più sicure e a misura di bambino.
Sull’onda del successo della ciclabile umana, i residenti di corso Casale hanno lanciato una petizione rivolta ai residenti a Torino – sostenuta anche dal Motovelodromo Fausto Coppi – che chiede alla Città, sulla base dei dati di incidentalità e velocità, “di adottare ogni soluzione tecnica ritenuta efficace allo scopo di limitare la velocità dei veicoli a motore lungo tutto il tratto interessato, proteggere e dare maggiore visibilità agli attraversamenti pedonali, garantire continuità e protezione ai percorsi ciclabili, adeguare la segnaletica e la regolazione semaforica. Si chiede inoltre che il percorso progettuale per il miglioramento e la messa in sicurezza della viabilità coinvolga attivamente le associazioni e le realtà rappresentative del territorio e la Consulta per la mobilità ciclistica e la moderazione del traffico”.
La città piemontese pare un fiume in piena, tanto che la Consulta per la mobilità ciclistica di Torino, insieme a quella di altre cinque città (Milano, Bologna, Roma, Bari e Palermo), ha diramato un comunicato in cui invita a non considerare il caso di Nicolò come una fatalità e critica apertamente il “decreto autovelox”. “A peggiorare una situazione già critica si aggiunge un paradosso normativo insostenibile, frutto delle scelte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il Ministero ha la grave responsabilità di aver disarmato i Comuni nella tutela delle vite umane: il cosiddetto ‘decreto autovelox’ impedisce e vieta di fatto l’installazione di dispositivi di rilevamento automatico fissi o mobili sulle strade con limiti inferiori a 50 km/h. Questa scelta politica impedisce di sanzionare da remoto la velocità, privando i nostri controviali delle necessarie tutele tecnologiche”, si legge nel comunicato.
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Si sono mosse pure 25 associazioni che si occupano di mobilità sostenibile, con un appello rivolto al Ministero dell’Istruzione e del Merito e a quello delle Infrastrutture e dei Trasporti. Al primo hanno chiesto di invitare le scuole di tutto il territorio nazionale a dedicare alla memoria di Nicolò un momento di approfondimento sulla sicurezza stradale, sui rischi della mobilità autocentrica, sul ruolo del mobility manager scolastico e sulla sicurezza dei percorsi casa-scuola; al secondo di far sì che la tutela degli utenti più vulnerabili – e in particolare dei bambini – diventi una priorità concreta nelle politiche sulla circolazione e nella messa in sicurezza dei percorsi casa-scuola.
Paradossalmente, il Comitato Vanchiglia Insieme aveva organizzato un evento pubblico proprio il 22 settembre (lo stesso giorno del tragico incidente), per la presentazione del progetto strade scolastiche in Vanchiglia. In sintesi, un momento informativo e formativo sulla sperimentazione delle strade scolastiche in Vanchiglia nell’ambito del progetto della Circoscrizione 7 – Bando Mobilità 2026, teso a coinvolgere la cittadinanza nella co-progettazione, grazie anche a una sessione formativa su mobilità e sicurezza stradale facilitata da esperti del settore. La co-progettazione comunitaria partecipata inizierà a ottobre con i laboratori di quartiere e didattici.
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Dati sui ciclisti morti in strada
Sarebbe sbagliato pensare che quello di Nicolò sia un caso isolato, perché i numeri dei ciclisti morti in strada in tutto il territorio nazionale sono ancora da brividi. Come indicato nel rapporto Aci-Istat sugli incidenti stradali in Italia, nel 2025 sono stati 177.207 (+2,2% rispetto al 2024), con 2.868 vittime (-5,3% rispetto al 2024) e 237.822 feriti (+1,7%). “Nel 2025 il livello di mobilità è tornato ai livelli prepandemici senza risentire in misura significativa dei fattori strutturali e contingenti come l’andamento dei costi energetici e le politiche di regolazione dei flussi urbani. Per quanto riguarda l’incidentalità stradale, nell’ultimo anno si osserva una riduzione del numero delle vittime, a fronte di un incremento degli incidenti e dei feriti”, si legge nel rapporto.
Il tasso di mortalità stradale è passato da 51,4 a 48,7 morti ogni milione di abitanti, mentre rispetto al 2019, anno di benchmark per il decennio 2021-2030 della sicurezza stradale, le vittime della strada sono diminuite del 9,6% (nel 2019 ammontavano a 53,1 ogni milione di abitanti).
Ebbene, se il numero dei morti diminuisce in generale, analizzando per categorie di utenti della strada ci accorgiamo che aumenta invece tra conducenti e passeggeri di biciclette, e-bike, monopattini elettrici e autocarri. “Le vittime della mobilità attiva e della micromobilità ammontano complessivamente a 253 (+21,6% rispetto al 2024): 198 tra ciclisti (+20%), 30 tra utilizzatori di biciclette elettriche (+50%) e 25 tra conducenti di monopattini elettrici (+8,7%)”, scrive l’Istat.
Nel complesso, gli utenti più vulnerabili rappresentano il 53,3% dei morti sulle strade (51,8% nel 2024). Il rischio di mortalità e lesività per i conducenti e passeggeri di biciclette (elettriche e non) è circa 1,5 volte superiore rispetto a quello per gli occupanti di autovetture.
Purtroppo la tendenza non è positiva neppure per l’anno in corso, poiché, alla data del 20 settembre, l’Osservatorio ciclisti Asaps-Sapidata ha registrato 169 morti in bici in incidenti stradali avvenuti dal primo gennaio (140 uomini e 29 donne, con 78 utenti over 65 anni). Tra le regioni è in testa la Lombardia (35), seguita da Emilia Romagna (24), Veneto (21) e Piemonte (18).
La ghost bike di Torino a ricordo di una giovane vita spezzata deve spronarci a migliorare l’educazione stradale per garantire la maggior sicurezza possibile.
[Credits foto: GauchauCity su Pixabay]
