11 Settembre 2026

Dopo la catastrofe, il Nepal chiede 20 milioni di dollari di compensazione climatica ai Paesi che inquinano di più

nepal compensazione climatica

Il Nepal si rivolge al Loss and Damage Fund dell’ONU dopo il disastro del 26 agosto e chiede una compensazione climatica ai Paesi che inquinano maggiormente

Le alluvioni che hanno devastato il Nepal il 26 agosto 2026 hanno aperto una nuova partita sul fronte della giustizia climatica. Il governo di Kathmandu ha chiesto un intervento finanziario, una vera e propria richiesta di compensazione climatica, al Fund for Responding to Loss and Damage, il fondo internazionale istituito nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per sostenere i Paesi più vulnerabili di fronte alle perdite e ai danni legati al clima.

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Il Nepal ha chiesto 20 milioni di dollari di compensazione climatica, mentre il governo sta valutando un fabbisogno molto più ampio per la ricostruzione. La richiesta arriva mentre il Paese cerca di trasformare la tragedia in una questione di giustizia climatica, sostenendo che il sostegno internazionale non debba essere considerato semplice beneficenza.

Il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal ha invitato i grandi emettitori a riconoscere la responsabilità condivisa nella crisi climatica. Il Nepal contribuisce infatti per meno dello 0,1% delle emissioni globali di gas serra, ma si trova in prima linea di fronte agli effetti del riscaldamento globale.

Giustizia climatica e responsabilità dei grandi emettitori

La richiesta del Nepal mette al centro il principio della giustizia climatica: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni globali possono trovarsi ad affrontare alcuni degli impatti più devastanti del cambiamento climatico.

Secondo Khanal, i grandi emettitori devono «svegliarsi» e riconoscere che eventi di questa portata non possono essere considerati soltanto emergenze locali. Il governo nepalese vuole quindi che la risposta internazionale tenga conto anche della responsabilità storica e della forte differenza tra chi contribuisce maggiormente al riscaldamento globale e chi ne subisce le conseguenze.

Il concetto alla base del Loss and Damage Fund è proprio quello di fornire risorse ai Paesi vulnerabili per affrontare perdite e danni associati ai cambiamenti climatici che non possono essere evitati o completamente gestiti attraverso le sole politiche di mitigazione e adattamento.

I 20 milioni di dollari e la nuova richiesta dopo l’alluvione

Su questo punto è necessaria una precisazione. I 20 milioni di dollari già approvati per il Nepal dal Loss and Damage Fund non sono stati stanziati specificamente per l’alluvione del 26 agosto.

Secondo il Kathmandu Post, il finanziamento era stato approvato sulla base di proposte presentate dal Nepal prima del disastro, nell’ambito delle cosiddette Barbados Implementation Modalities. Le risorse potranno ora contribuire anche alla risposta alla devastazione provocata dall’alluvione.

Parallelamente, però, il Nepal ha presentato il 31 agosto una richiesta urgente separata al consiglio del Loss and Damage Fund per ottenere assistenza finanziaria specificamente legata al disastro del 26 agosto. Questa seconda richiesta è ancora in attesa di una decisione.

La distinzione è importante: i 20 milioni già approvati non costituiscono quindi un risarcimento già riconosciuto per l’alluvione, mentre la nuova richiesta rappresenta la parte direttamente collegata all’emergenza.

I danni del disastro del 26 agosto

La richiesta arriva dopo uno dei peggiori disastri naturali affrontati dal Nepal negli ultimi anni.

Il 26 agosto 2026, il collasso di una massa glaciale nell’area himalayana ha innescato una gigantesca ondata di acqua, ghiaccio, rocce e fango, devastando le aree lungo il sistema fluviale del Bhote Koshi e provocando gravi danni anche nel bacino del Trishuli. L’evento ha colpito duramente il distretto nepalese di Rasuwa e altre aree del Paese, oltre alla vicina regione cinese del Tibet.

Il bilancio umano continua ad aggravarsi. Al 9 settembre, secondo le informazioni raccolte da Reuters, il disastro aveva provocato oltre 1.300 morti e più di 5.300 dispersi tra Nepal e Tibet. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso.

Anche il bilancio economico è enorme. Le prime valutazioni ufficiali indicano circa 2,56 miliardi di dollari di danni a proprietà, abitazioni e infrastrutture. Sono state distrutte almeno 7.500 abitazioni, mentre il governo stima che circa 20.000 case dovranno essere ricostruite.

Il costo complessivo della ripresa e della ricostruzione potrebbe arrivare a circa 5 miliardi di dollari, anche se la valutazione definitiva sarà possibile soltanto al termine dell’analisi dei danni e dei bisogni post-disastro.

Perché il Nepal parla di compensazione climatica

La richiesta di Kathmandu non vuole essere presentata come una semplice domanda di aiuti umanitari.

Il Nepal sostiene che il Paese, pur contribuendo in misura minima alle emissioni globali, sia esposto a rischi crescenti legati alla crisi climatica. La particolare vulnerabilità dell’Himalaya rende infatti il territorio sensibile agli effetti dell’aumento delle temperature sulla criosfera, cioè sull’insieme di ghiacciai, neve e permafrost.

La questione è quindi anche politica: chi deve sostenere i costi delle perdite e dei danni provocati dalla crisi climatica nei Paesi che hanno contribuito meno a crearla?

È questa la domanda che il governo nepalese vuole portare al centro dei negoziati internazionali sul clima.

Il ruolo dei grandi emettitori

La richiesta del Nepal chiama direttamente in causa le principali economie mondiali e, più in generale, i Paesi che hanno prodotto la quota maggiore delle emissioni storiche e attuali.

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Cina, Stati Uniti, India, Unione Europea e Russia figurano tra i principali responsabili delle emissioni globali. Il Nepal, al contrario, contribuisce per meno dello 0,1% alle emissioni mondiali di gas serra.

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Questo squilibrio è alla base del concetto di loss and damage: non si tratta soltanto di ridurre le emissioni future o di aiutare i Paesi vulnerabili ad adattarsi, ma anche di affrontare le perdite economiche e sociali che gli eventi legati al cambiamento climatico stanno già provocando.

Il Nepal vuole quindi che il proprio caso diventi un esempio concreto della necessità di rendere operativo questo principio.

Dal fondo ONU ai miliardi necessari per la ricostruzione

I 20 milioni di dollari rappresentano soltanto una piccola parte delle risorse necessarie per affrontare le conseguenze del disastro.

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La stima iniziale dei danni è di circa 2,56 miliardi di dollari, mentre il fabbisogno complessivo per la prima fase della ricostruzione viene indicato intorno ai 5 miliardi di dollari.

Il governo nepalese sta quindi cercando sostegno anche attraverso altri organismi internazionali e attraverso una più ampia campagna diplomatica. L’obiettivo è ottenere risorse che consentano di ricostruire infrastrutture, abitazioni e servizi essenziali senza aggravare ulteriormente il peso finanziario su un’economia già vulnerabile.

La partita, dunque, è appena iniziata.

La richiesta del Nepal potrebbe diventare uno dei test più importanti per capire se il Loss and Damage Fund riuscirà davvero a trasformare il principio della giustizia climatica in risorse concrete per le popolazioni colpite dagli eventi estremi.

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Non si tratta soltanto di stabilire quanto denaro arriverà a Kathmandu. La questione più ampia riguarda il principio stesso della compensazione climatica: se chi ha contribuito maggiormente al riscaldamento globale debba assumersi una parte maggiore dei costi sostenuti da chi ne subisce gli effetti pur avendo contribuito molto meno a provocarli.

[Foto di Sushanta Rokka su Unsplash]

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