Nel Congo il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa è minacciato dall’espansione delle attività petrolifere e minerarie, lo svela il report di Greenpeace Africa
Istituito nel gennaio 2025 come principale iniziativa per la conservazione e lo sviluppo sostenibile nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa (544.270 km² di estensione) mira a proteggere le foreste primarie, la biodiversità e i mezzi di sussistenza delle comunità locali, favorendo l’economia verde e un percorso di sviluppo inclusivo. Oltre un anno dopo la realtà pare però ben diversa, perché quest’area situata nel cuore della foresta tropicale del bacino del Congo, la seconda più estesa al mondo e fondamentale per la lotta al cambiamento climatico, risulta minacciata dalla costante espansione delle attività petrolifere e minerarie. A rivelarlo è il nuovo rapporto di Greenpeace Africa, “The Kivu–Kinshasa Green Corridor: Warning Signs and the Urgent Need for a Moratorium on New Extractive Projects”, che denuncia numerose criticità nella gestione di quest’area e la contraddizione di fondo tra le esigenze conservazionistiche e la ricerca del profitto correlata alle estrazioni petrolifere e alle attività minerarie.
Solo pochi mesi dopo la creazione del corridoio, infatti, il governo della RDC ha assegnato nuove concessioni petrolifere con 55 blocchi in tutto il Paese, 29 dei quali si sovrappongono a quest’area coprendo il 72% della sua superficie totale (circa 39 milioni di ettari). Più in generale, 8,6 milioni di ettari di aree protette e altri 8,3 di aree chiave per la biodiversità risultano minacciati dalle licenze attive.
I problemi però non finiscono qui, perché 12,3 milioni di ettari del corridoio (pari al 23% della superficie totale) sono interessati da concessioni minerarie, compromettendo seriamente il 6% delle aree protette, corrispondenti a 3,4 milioni di ettari. In sintesi, gli ecosistemi di zone umide che accumulano grandi quantità di carbonio nel suolo (in particolare il 12% delle torbiere e dei paesaggi forestali intatti) risultano esposti a livelli di rischio critici, mentre 31 milioni di ettari di foreste intatte e il 63% di quelle comunitarie sono direttamente minacciati dalle distruttive attività estrattive.
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Petrolio, gas e miniere si dimostrano quindi in netta contraddizione con il senso dell’istituzione del corridoio ecologico, poiché comportano la frammentazione degli habitat, la perdita di biodiversità e il degrado ecologico, mettendo a rischio quella connettività ecologica che tale iniziativa green si propone di mantenere.
“Il corridoio ecologico Kivu-Kinshasa rappresenta un’opportunità importante per proteggere uno degli ecosistemi forestali più preziosi del pianeta, ma rischia di perdere efficacia se, nella stessa area, continuano a espandersi nuove attività estrattive. La tutela delle grandi foreste tropicali richiede coerenza: non è possibile presentare un territorio come modello di conservazione e contemporaneamente aprirlo a nuovi progetti minerari e di estrazione di gas e petrolio, che possono mettere in pericolo ecosistemi unici al mondo e i diritti dei Popoli Indigeni e delle comunità locali”, il commento di Martina Borghi, campagna Foreste di Greenpeace Italia.
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Il contesto
La RDC è senza dubbio uno dei Paesi più rilevanti a livello globale per la conservazione della biodiversità e la stabilità climatica, ospitando circa il 10% delle specie conosciute al mondo e quasi la metà delle foreste tropicali africane. Si tratta di ecosistemi di importanza cruciale sia per fornire habitat a specie quali il bonobo, il gorilla di montagna e l’okapi, sia per garantire la sicurezza alimentare e l’identità culturale delle popolazioni indigene.
La creazione del corridoio verde Kivu-Kinshasa, un paesaggio strategico per la conservazione e lo sviluppo sostenibile che comprende ampie estensioni di foreste tropicali intatte, aree protette e terre comunitarie (incluse porzioni delle torbiere tropicali del bacino del Congo, ovvero un serbatoio di carbonio di importanza globale), ha dunque sancito la rilevanza cruciale di questi ecosistemi. Questa iniziativa è stata presentata come un contributo fondamentale alla conservazione della biodiversità, all’azione per il clima e agli impegni assunti dalla RDC nell’ambito del Quadro globale per la biodiversità Kunming-Montreal (GBF), incluso l’obiettivo 30×30, nonché dell’Accordo sul clima di Parigi. Anche per questo, dal suo lancio nel gennaio 2025, ha ricevuto un forte sostegno internazionale e mira a raggiungere la cifra di un miliardo di dollari di investimenti privati. Nel complesso sono già stati raccolti 100 milioni di dollari, che includono anche un pacchetto di sostegno di 78,6 milioni di euro da parte della Commissione europea, nell’ambito dell’iniziativa Global Gateway.
“Tuttavia, il successo a lungo termine e la credibilità del Corridoio Verde dipenderanno dalla capacità del governo di affrontare le pressioni contrastanti sull’uso del suolo e di garantire la coerenza delle politiche nei settori della conservazione, dello sviluppo e delle risorse naturali. Il corridoio si sovrappone a concessioni minerarie, petrolifere, del gas e forestali esistenti e proposte, nonché a foreste comunitarie, territori tradizionali dei popoli indigeni e aree protette, tra cui la maggior parte dei siti patrimonio mondiale della Repubblica Democratica del Congo. Questi usi del suolo concorrenti sollevano importanti interrogativi in merito alla governance, alla pianificazione territoriale, alla conservazione della biodiversità, alla protezione delle foreste e al futuro percorso di sviluppo del Corridoio”, commenta Greenpeace Africa.
I limiti del decreto
Il rapporto analizza pure i limiti del decreto n° 25/04 del 15 gennaio 2025 che ha istituito il corridoio ecologico. Ad esempio vi è una lacuna giuridica strutturale all’articolo 4 di tale norma, poiché la clausola intesa a tutelare i diritti delle comunità finisce in realtà per salvaguardare i diritti estrattivi a tempo indeterminato. “Preservando intatti i diritti di ‘qualsiasi altra terza parte’, categoria che comprende esplicitamente i titolari di licenze petrolifere, minerarie e forestali, il decreto istituisce un regime di protezione transitorio in cui una compagnia petrolifera titolare di un permesso di esplorazione gode di garanzie legali identiche, se non superiori, a quelle di una comunità la cui foresta è stata tradizionalmente occupata per generazioni. Il punto cruciale di questa lacuna normativa è l’inchiesta pubblica: è questo processo che deve innescare l’assegnazione delle zone e quindi risolvere l’ambiguità legale. Ad oggi, non è stato pubblicato alcun calendario ufficiale per questa inchiesta. In assenza di tale elemento scatenante, il regime transitorio previsto dall’articolo 4 è di fatto permanente. I diritti estrattivi preesistenti rimangono pertanto pienamente tutelati, a tempo indeterminato, dal testo stesso che istituisce l’area protetta”, scrive Greenpeace Africa nel rapporto.
Analizzando nello specifico anche gli articoli 6, 8 e 9 del decreto, l’organizzazione ambientalista giunge alla conclusione che le comunità locali e i popoli indigeni non risultano gestori né principali beneficiari del corridoio, che non è stato progettato con la loro collaborazione. A coloro che dovrebbero essere i più avvantaggiati e interessati dal progetto è riservata solo una consultazione da parte dei reali decisori, all’interno di un quadro concepito da e per attori esterni, sia statali sia privati.
Raccomandazioni
Il pieno rispetto dei diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali, attraverso il riconoscimento del diritto alla terra, la partecipazione alle decisioni e il rispetto del consenso libero, previo e informato, deve essere per Greenpeace alla base di qualsiasi modello credibile di conservazione della natura.
L’organizzazione ambientalista chiede dunque di istituire una moratoria immediata sui nuovi progetti petroliferi, del gas e minerari all’interno del corridoio ecologico, dichiarandolo zona interdetta ai progetti estrattivi. Per garantire la coerenza con gli impegni internazionali della RDC si invoca anche il mantenimento della moratoria sulla concessione di nuove licenze di disboscamento. Tra le altre richieste vi sono: l’annullamento dei blocchi petroliferi sovrapposti e l’esclusione delle attività estrattive da foreste di elevata integrità, torbiere, aree protette e terre comunitarie; il riconoscimento e la tutela dei diritti fondiari dei popoli indigeni e delle comunità locali garantendo la piena attuazione del consenso libero, preventivo e informato (FPIC); l’adozione e pubblicazione dell’elenco di esclusione degli investimenti per impedire che finanziamenti pubblici e privati sostengano attività estrattive all’interno del corridoio.
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Infine, Greenpeace chiede di garantire una governance inclusiva che assicuri la partecipazione significativa dei popoli indigeni, delle comunità locali e della società civile ai processi decisionali, nonché l’allineamento degli investimenti in conservazione e sviluppo con gli impegni in materia di biodiversità, clima e diritti umani, compresi il Quadro globale per la biodiversità (GBF) e la Risoluzione 140 dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) sulla necessità di evitare danni ecologici irreversibili e punti di non ritorno nel bacino del Congo.
Prima di tutto, la protezione delle comunità locali, delle popolazioni indigene e della natura.
[Credits foto: Destinolas_Bwenge su Pixabay]
