31 Agosto 2026

Spread climatico, ecco quanto ci costa il riscaldamento globale

spread climatico

Lo spread climatico quantifica il costo del riscaldamento globale per le finanze pubbliche e la crescita economica dell’Italia, ecco l’analisi del CMCC

Impossibili da negare ed evidenti sotto gli occhi di tutti, i record climatici sono ormai un dato strutturale, con gli ultimi undici anni che sono stati i più caldi di sempre ed una media globale di riscaldamento nell’ultimo biennio prossima a 1,5° C. L’Europa si riscalda a un ritmo doppio a confronto della media globale e la situazione è critica pure in Italia, tra i Paesi a maggior velocità di cambiamento. La crisi climatica è già in atto e accelera entro l’orizzonte strategico delle imprese, tanto che può incidere in modo duraturo sulla crescita economica del Belpaese e sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.

Una recente analisi condotta dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC) –  in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability ed European University Institute – ha rivelato che se non verranno attuate politiche climatiche e misure di adeguamento valide, entro il 2050 l’Italia potrà perdere fino a sei punti percentuali di Prodotto interno lordo (Pil), raddoppiando i rischi di rifinanziamento del debito italiano. Una perdita di ricchezza prodotta che si traduce anche in un ritmo di crescita più basso e in un rapporto debito/Pil sempre più difficile da contenere.

“Questo è il primo studio che quantifica il rischio climatico per le finanze in Italia. Troviamo che il rischio climatico sia anche un rischio sovrano con impatti macroeconomici che si propagano alle finanze pubbliche, agendo da fattore di stress su una vulnerabilità economica e fiscale già esistente”, spiega Massimo Tavoni, autore dello studio e  direttore dell’European Institute on the Economics and the Environment(EIEE) del CMCC.

Combinando proiezioni fisiche ad alta risoluzione, modelli macroeconomici e analisi di sostenibilità del debito, il rapporto fornisce un’analisi sistematica e integrata del rischio climatico per l’Italia. “L’obiettivo è offrire alle imprese e istituzioni un quadro di riferimento scientifico robusto per tradurre i cambiamenti climatici in scelte strategiche e operative concrete, e per meglio navigare il quadro di policy climatica in continua evoluzione”, chiarisce il CMCC.

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Contesto climatico

In entrambi gli scenari analizzati nel rapporto, le proiezioni multi-modello convergono su un aumento superiore a 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali già entro dieci anni.

“I dataset ad alta risoluzione e l’ensemble multi-modello continentale delineano tre tendenze che ridisegnano il regime idroclimatico italiano verso una crescente esposizione a rischi climatici di ondate di calore, siccità e al contempo estremi di precipitazioni”, si legge nel rapporto.

Per le ondate di calore, la severità annua cresce di quattro-cinque volte già al 2030 rispetto al livello storico, con incrementi assoluti tra 30 e 58 giorni all’anno al 2050 ed una maggiore incidenza nelle aree alpine e prealpine. In tema di aridificazione, invece, Sardegna e Basilicata sono considerate tra le aree più critiche d’Europa al 2050. Se in queste due regioni gli indici di severità quadruplicano rispetto al livello storico, non va tanto meglio in Piemonte ed Emilia Romagna che mostrano incrementi di 3-3,5 volte, a testimonianza di un fenomeno che non riguarda più solo il Mezzogiorno ma incide anche sulla base produttiva padana.

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Infine, per quanto riguarda il doppio stress idrico, mentre la precipitazione ordinaria diminuisce (fino ad un terzo nell’Italia meridionale), quella estrema su cinque giorni consecutivi aumenta, con picchi che raddoppiano in Marche e Lombardia o vi si avvicinano lungo il versante adriatico settentrionale (Friuli Venezia Giulia, Veneto). “Aridificazione e intensificazione degli estremi coesistono e definiscono un doppio rischio idrologico senza precedenti nella storia climatica italiana”, rivela il CMCC.

Le proiezioni ENEA e CMCC convergono inoltre nel considerare che il cambiamento si verificherà principalmente nei prossimi venti anni e quindi all’interno dell’orizzonte di vita utile delle infrastrutture, dei cicli di concessione e dei piani industriali oggi in fase di approvazione. Per far fronte alle complicazioni indotte dalla crisi climatica, in meno di un decennio l’Unione europea (Ue) ha realizzato un corpus normativo articolato, fondato in primis sul Green Deal (COM/2019/640) e sull’European Climate Law (Regolamento Ue 2021/1119), che fissa la neutralità climatica al 2050 e la riduzione delle emissioni nette del 55% (rispetto al 1990) entro il 2030 e del 90% entro il 2040. Questo quadro è completato dall’EU ETS (Emission Trading System), ovvero il sistema per lo scambio di quote di emissioni nell’Ue, nonché dalle direttive sull’efficienza energetica (EED 2023/1791) e sulle energie rinnovabili (RED 2023/2413).

Impatti economici settoriali

“Il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche misurabili e, nei prossimi decenni, tenderà ad amplificarle attraverso canali diversi ma interconnessi: danni fisici agli asset, interruzioni operative, perdita di produttività, scarsità idrica, minore attrattività turistica, aumento del rischio di credito e maggiori pressioni sui prezzi”, si legge nel rapporto.

Il danno alle infrastrutture riguarda non solo la distruzione fisica di strade, ferrovie, reti idriche, porti o sistemi energetici, ma anche l’interruzione dei servizi essenziali e gli effetti a cascata. Quantificando i danni diretti annui, il rapporto calcola un loro possibile aumento da circa 0,4 miliardi di euro nella baseline storica a circa due miliardi entro il 2030 e cinque entro il 2050. Con gli effetti indiretti, il costo totale stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050.

Il settore agricolo risulta invece colpito tramite la riduzione e maggiore instabilità della disponibilità idrica. In uno scenario compatibile con forte mitigazione, le stime indicano una possibile perdita del valore della produzione agricola pari a circa 12,5 miliardi di euro al 2050, che sale fino a 30 miliardi in uno scenario ad alte emissioni. Tutto ciò senza dimenticare i possibili deprezzamenti del valore fondiario, stimati fino al 16% nelle aree più esposte a fine secolo.

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Per quanto riguarda il turismo assisteremo a una riallocazione strutturale tra stagioni, territori e segmenti di mercato. “Si prevede una contrazione della domanda turistica fino all’8,9% negli scenari con forte aumento della temperatura media e perdite dirette stimate fino a 52 miliardi di euro, erosione della maggior parte delle spiagge italiane e crisi di sostenibilità del turismo montano legata alla riduzione del manto nevoso”, scrive il CMCC.

Le ondate di calore incidono inoltre sulla produttività del lavoro, soprattutto nei settori esposti all’aperto o in ambienti non climatizzati: edilizia, agricoltura, logistica, turismo, servizi pubblici e alcune attività manifatturiere. Le proiezioni per l’Europa meridionale indicano perdite di produttività fino al 5% entro il 2050.

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“Gli impatti settoriali non restano confinati all’economia reale. Si propagano al sistema finanziario attraverso inflazione, rischio di credito, valore delle garanzie, solvibilità delle imprese e stabilità delle catene di fornitura”, chiarisce il rapporto.

Rischio climatico=rischio sovrano

Come già accennato, questo rapporto ha evidenziato per la prima volta per l’Italia  che il rischio climatico non è solo settoriale ma anche un rischio sovrano, poiché moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti. Con un debito corrente di oltre tremila miliardi di euro, il nostro Paese risulta particolarmente sensibile alle riduzioni di una crescita già tendenzialmente bassa.  “I nostri modelli prevedono una progressiva riduzione della crescita del PIL rispetto a uno scenario senza danni climatici, compresa fra l’1,6%-6,0% a metà secolo a seconda dell’intensità degli impatti economici e dello scenario considerato”, precisa il rapporto. Il rischio climatico genera dunque rilevanti perdite economiche, misurabili e diseguali tra settori e territori. Gli impatti fisici comportano una perdita della crescita economica annuale media nel periodo 2025-2050 di circa il 15% nello scenario tendenziale SSP3-RCP7.0 (stima centrale con funzione di danno mediana), che sale fino al 41% al 95° percentile della funzione di danno nello scenario di coda.

“Lo studio che abbiamo realizzato mostra effetti dei cambiamenti climatici troppo spesso poco considerati. L’aumento del rapporto debito/PIL e la maggior rischiosità del debito inducono un aumento dei tassi di interesse, un aumento che potremmo chiamare spread climatico. Il tasso che lo Stato deve pagare per finanziare il debito pubblico è quindi più alto in conseguenza del rischio climatico, questo significa maggiori costi per lo Stato, quindi maggiori imposte o maggiore debito, in un circolo vizioso che si ripercuote sui costi di tutti i finanziamenti alle famiglie e alle imprese”, chiarisce Carlo Carraro, tra i fondatori del CMCC  e rettore emerito dell’Università ca’ Foscari di Venezia.

La trasmissione del rischio climatico al bilancio pubblico avviene tramite tre canali simultanei (il debito, il costo di rifinanziamento e la compressione dello spazio fiscale), che interagiscono in modo non lineare e si amplificano reciprocamente. Per il decisore politico la salvaguardia del debito pubblico potrebbe passare dal taglio alla spesa pubblica, con forti ripercussioni sociali o politiche, mentre il mantenimento del livello di spesa comporterebbe il deterioramento del rapporto debito-Pil, degli interessi e dello spread sovrano. Le politiche di adattamento e mitigazione sono quindi sempre più urgenti per evitare di affrontare scenari così complicati.

Soluzioni

“I nostri risultati mostrano che mitigazione e adattamento non sono solo strumenti di tutela ambientale, ma vere e proprie leve di stabilità macroeconomica e finanziaria: agire tempestivamente nell’affrontare la crisi climatica significa proteggere la traiettoria di crescita del Paese e la sostenibilità del debito nel lungo periodo”, commenta l’autore della ricerca Matteo Calcaterra (CMCC).  Non tanto costi, dunque, ma investimenti per garantire crescita e stabilità.

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Le politiche di mitigazione europee hanno già condotto a riduzioni significative delle emissioni (-30% in Italia tra il 1990 e il 2024), con progressi però disomogenei tra i vari settori.  Le tecnologie chiave della transizione (efficienza energetica, rinnovabili, elettrificazione) possono coprire circa il 75% delle riduzioni necessarie entro il 2030, mentre il restante 25% dipende da tecnologie emergenti come idrogeno verde e cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio (CCUS).

L’investimento incrementale in mitigazione necessario in Italia è stimato in circa 174,4 miliardi di euro nel periodo 2024-2030. Per l’adattamento il fabbisogno è nell’ordine di decine di miliardi nel breve-medio periodo, probabilmente superiore ai 100 miliardi su orizzonti più lunghi.

“Le nature-based solutions e le infrastrutture resilienti rappresentano strumenti complementari: le prime più flessibili e meno costose, le seconde più immediate e prevedibili nella protezione offerta. Da sottolineare che un euro investito in prevenzione può generare tra 4 e 7 euro di danni evitati, con evidenti benefici anche per le finanze pubbliche”, conclude il rapporto.

[Credits foto:marcinjozwiak su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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